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Da sinistra, Ibrahim Mahama, Nairy Baghramian

Courtesy di Art Basel

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Da sinistra, Ibrahim Mahama, Nairy Baghramian

Courtesy di Art Basel

Le voci che ridisegnano la fiera di Art Basel

Ruba Katrib ad Unlimited, Nairy Baghramian e Ibrahim Mahama a Messeplatz e Münsterplatz: tra monumentalità, sottrazione e materia residua

Monica Trigona

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Nella cittadina elvetica, ogni giugno, l’arte dimora all’interno del centro fieristico Messe Basel e l’ambiente cittadino circostante. Art Basel (dal 18 al 21 giugno) si presenta come una macchina ormai pienamente consapevole della propria natura infrastrutturale dove il valore è continuamente redistribuito. Con 290 gallerie, che rappresentano 43 Paesi e territori e un arco storico che attraversa modernismo, dopoguerra e contemporaneità, la fiera si articola tra sezioni, Premiere, Feature, Statements, Edition, e progetti, Kabinett, Parcours, Unlimited, Zero 10 (quest’ultimo debutta a Basilea dopo Miami Beach, 2025 e Hong Kong, 2026), ormai collaudati. A questi si aggiunge nell’edizione corrente l’iniziativa Basel Exclusive: alcune gallerie rivelano una selezione di opere in occasione dell’inaugurazione Vip. Ai bordi di questa precisione sistemica la fiera si apre a una diversa densità critica. Qui si colloca Unlimited, piattaforma dedicata ai progetti su larga scala, curata per la prima volta da Ruba Katrib, chief curator and director of Curatorial Affairs al MoMA PS1 di New York, che descrive il proprio campo come uno spazio dove «quasi tutto può accadere». A «Il Giornale dell’Arte» ha trasmesso il suo entusiasmo nell’accettare il nuovo incarico con queste parole: «È stato un onore per me raccogliere la sfida di dare forma a una presentazione energica e dinamica in quello spazio, e di mettere a frutto la mia esperienza nella realizzazione di installazioni su larga scala, nuove commissioni e allestimenti espositivi». Ad Unlimited la monumentalità non coincide più con la rappresentazione del potere dell’immagine ma con la sua instabilità. Per Ed Ruscha la parola si fa immagine monumentale: «A, B, C» (1987) riporta il linguaggio al suo grado zero di visibilità tipografica. Bruce Nauman, con «Dead End Tunnel Folded into Four Arms with Common Walls», mette gli spettatori di fronte al disorientamento creato da una forma architettonica labirintica. Theaster Gates costruisce invece un ambiente scultoreo contemplativo, «A Libation in Uncertain Times», con oltre mille bottiglie di sakè disposte su scaffali in legno. Infine, solo per citare nomi molto noti presenti nella sezione più spettacolare di Art Basel, «Knowing My Enemy» di Tracey Emin, in cui svetta una capanna da spiaggia recuperata, esplora i temi della memoria, dell’eredità, della vulnerabilità e della perdita. In linea con l’idea di sconfinamento già qua sottesa, la città diventa campo espanso. 

La voce dell’artista iraniana Nairy Baghramian introduce una torsione decisiva. La Messeplatz, che durante i giorni della fiera lei definisce «una sorta di lente d’ingrandimento dove le persone si incontrano almeno una volta, se non più volte al giorno», ospita un suo intervento artistico, «Modèle vivant (S’empilant)». «La maggior parte [delle persone], spiega, si muove in questo spazio ignara di attraversare l’intervento permanente dell’artista Heimo Zobernig, che ha inciso le parole MESSE BASEL in grandi lettere Helvetica bianche e nere nell’asfalto della piazza, trasformandola in una sorta di pista da ballo. Accanto a questa performance autogenerata, ho voluto collocare le mie sculture di nuova creazione “Modèle vivant (S’empilant)”, 2026. Mi astengo deliberatamente dal produrre uno spettacolo aggiuntivo che animerebbe ulteriormente questo luogo di rilievo. Sposto invece l’attenzione dal centro verso la fontana rettangolare lunga sessanta metri, spesso inosservata, che affianca l’opera site specific di Zobernig. Senza trasformarla in una classica scultura fontana con giochi d’acqua, utilizzo la vasca bassa della struttura come piedistallo, coprendone la superficie con forme scheletriche in acciaio inossidabile lucido. Su di esse si accumulano elementi in alluminio fuso dai colori pastello, come un fascio che sembra riposare lì, forse anticipando una futura formazione astratta, un raggruppamento o una figura». 

L’artista Ibrahim Mahama interviene invece su un altro spazio della cittadina elvetica, la Münsterplatz, con «The God of Small Things», installazione che trasforma la piazza in un ambiente immersivo utilizzando materiali provenienti dalla storia industriale del Ghana. «Credo che una delle domande più urgenti della nostra generazione sia come i materiali possano continuare a trasmettere memoria e immaginazione anche dopo la fine del loro uso originario. Questi scarti di gomma portano dentro di sé i fantasmi del lavoro, dell’industrializzazione e delle promesse incompiute del periodo post indipendenza del Ghana. Per me, il progetto nasce dal desiderio di riconoscere queste presenze invisibili e di chiedermi come possano ancora parlare alle generazioni future. L’arte rimane un dono precario, ma forse è proprio attraverso questa precarietà che possiamo continuare a immaginare nuove forme di memoria collettiva», tiene a spiegare. Mahama e Baghramian sono stati selezionati lo scorso anno tra gli undici «Gold Awardees» di Art Basel. A proposito di questi premi assegnati da una giuria indipendente di esperti, e annunciati durante Art Basel Miami Beach 2025, l’artista ghanese ribadisce di non considerare il riconoscimento soltanto suo: «Appartiene alle persone con cui lavoro, alle comunità che circondano i luoghi da cui traggo ispirazione e persino a coloro il cui lavoro spesso rimane invisibile o non riconosciuto». Da parte sua Baghramian invece precisa che il riconoscimento «contribuisce a sostenere la visibilità dell’opera d’arte, una visibilità che funge da forma di rassicurazione, consentendo di proseguire lungo un percorso di pensiero e pratica artistica che viene continuamente, e talvolta radicalmente, messo in discussione. […] Il premio è diventato un catalizzatore per un nuovo lavoro e per il prossimo capitolo della serie “Modèle vivant”».

Monica Trigona, 18 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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