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Adolf Wölfli, «Sans titre [La violette géante]», 1916

Foto: Atelier de numérisation-Ville de Lausanne

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Adolf Wölfli, «Sans titre [La violette géante]», 1916

Foto: Atelier de numérisation-Ville de Lausanne

50 anni della Collection de l’Art Brut, riferimento per lo studio delle pratiche artistiche outsider

In occasione dell’anniversario, l’istituzione di Losanna, costituita nel 1976 a partire da un primo nucleo donato da Dubuffet alla città, riunisce oltre 300 opere tra disegni, sculture, scritti e opere tessili di autrici e autori svizzeri o attivi in Svizzera 

Luana De Micco

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Per i suoi cinquant’anni, la Collection de l’Art Brut di Losanna torna alle radici stesse dell’arte outsider e al ruolo originario di laboratorio svolto dalla Svizzera con la mostra «Art Brut in Svizzera. Dalle origini della collezione ad oggi», in programma dal 28 febbraio al 27 settembre. Il museo aprì le porte il 26 febbraio 1976 nel castello settecentesco di Beaulieu per accogliere la collezione di Jean Dubuffet (1901-85), l’artista francese che per primo s’interessò alla produzione di autori autodidatti, residenti in ospedali psichiatrici, detenuti, marginali sociali, i cui lavori nascono, secondo le stesse parole dell’artista, «al di fuori di ogni influenza dell’arte culturale». È a Dubuffet che del resto si deve l’espressione «Art Brut» (dove brut può essere tradotto con grezza), coniata nel 1945. In piena Seconda guerra mondiale, i disegni, gli assemblaggi, gli ambienti visionari, spontanei, infantili, di questi «artisti» inconsapevoli e senza alcuna formazione, divennero per Dubuffet l’espressione più pura e semplice dell’arte, non addomesticata dal gusto e dalle regole accademiche. 

Durante il suo primo viaggio in Svizzera, nel 1945, Dubuffet visitò diversi ospedali e strinse relazioni con psichiatri, intellettuali e direttori di musei. Qui scoprì figure come Adolf Wölfli, Aloïse Corbaz, Heinrich Anton Müller e Joseph Giavarini e costituì il primo nucleo della collezione. Nel 1947, insieme ad André Breton, Jean Paulhan e René Drouin, Dubuffet fondò la Compagnie de l’Art Brut, ubicata a Parigi. Poi, nel 1971, decise di donare l’intero corpus che aveva riunito, composto di circa 5mila opere, e il suo archivio alla città di Losanna, cosa che tra l’altro sollevò molte polemiche e incomprensioni nel mondo intellettuale parigino. Cinque anni più tardi venne inaugurato il museo, che accolse oltre 12mila visitatori nei primi sette mesi d’apertura. Oggi la collezione conta oltre 70mila opere, attira circa 40mila visitatori ogni anno e rappresenta un riferimento per lo studio delle pratiche artistiche outsider. 

La mostra anniversario riunisce più di 300 lavori tra disegni, sculture, scritti e opere tessili, esclusivamente di autrici e autori svizzeri o attivi in Svizzera, attinti dal fondo storico di Dubuffet alle acquisizioni più recenti. «Ogni opera è unica e riflette la singolarità dei modi di espressione immaginati da questi autodidatti che nulla destinava alla creazione artistica, osserva il museo in una nota. Spiccano tuttavia alcuni motivi tipici dell’immaginario svizzero, come la natura, le montagne, i treni e, naturalmente, le mucche». Curata da Sarah Lombardi, direttrice del museo svizzero, la mostra allestisce i disegni naïf di Benjamin Bonjour, le sculture di Joseph Giavarini, detto il Prigioniero di Basilea, che modellava la mollica di pane, le composizioni cromatiche a gouache realizzate su materiali di recupero di Aloïse Corbaz, i dipinti di Louis Soutter eseguiti direttamente con le dita su carta, le macchine immaginarie di Heinrich Anton Müller, i lavori di Adolf Wölfli, autore di un’opera monumentale con oltre mille disegni e diversi quaderni di scritti e di un universo autobiografico ossessivo e visionario.

Hans Krüsi, «Sans titre», 1982. Foto: Atelier de numérisation-Ville de Lausanne Collection de l’Art Brut, Lausanne

Luana De Micco, 24 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

50 anni della Collection de l’Art Brut, riferimento per lo studio delle pratiche artistiche outsider | Luana De Micco

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