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Michelangelo Tonelli
Leggi i suoi articoliDopo quindici anni di attese, crowdfunding, ostacoli burocratici e perfino problemi di salute del suo scultore, Detroit ha finalmente il monumento al suo più improbabile eroe: RoboCop, il cyborg protagonista del cult movie di Paul Verhoeven del 1987, da oggi fissato in un’imponente statua in bronzo alta oltre 3 metri e mezzo e pesante 1,6 tonnellate.L’idea, nata quasi per scherzo nel 2010 in un tweet rivolto all’allora sindaco Dave Bing, si è trasformata in un fenomeno virale che ha superato ogni previsione. Un Kickstarter lanciato nel 2012 ha raccolto più di 67 mila dollari, permettendo al maestro bronzista Giorgio Gikas di realizzare la scultura, completata nel 2017 ma rimasta a lungo senza una collocazione definitiva.
L’epopea della statua è diventata essa stessa un piccolo film: problemi legali con MGM, ritardi di produzione, istituzioni che si sfilano all’ultimo minuto e, nel mezzo, l’insistenza tenace della comunità di fan e promotori. A sbloccare tutto è stato Jim Toscano, produttore cinematografico e proprietario di un edificio nell’Eastern Market, che ha accettato di ospitare l’opera definendola “troppo insolita e troppo cool per dirle di no”. Oggi RoboCop — icona pop, satira feroce del tardo capitalismo e simbolo indelebile della Detroit immaginaria degli anni Ottanta — entra così nel pantheon delle statue simbolo delle città americane, come il Rocky di Philadelphia. Ma con una differenza: questa scultura non celebra un atleta o un eroe nazionale, bensì un personaggio nato come critica sociale. L’ennesima prova che la cultura pop, quando è amata e condivisa, può trasformarsi in memoria collettiva.
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