Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoli2050+ non è uno studio di architettura nel senso tradizionale del termine. O almeno non solo. Fondato a Milano nel 2020 da Ippolito Pestellini Laparelli con un team multidisciplinare, 2050+ lavora in quella zona dove ricerca curatoriale, politica dello spazio e costruzione di immaginari contemporanei finiscono per sovrapporsi. Negli ultimi anni lo studio ha attraversato mondi diversi, dalla Biennale di Architettura ai progetti per Gucci e Bvlgari, mantenendo una costante: usare lo spazio come macchina narrativa, fisica e mentale. È proprio ciò che accade anche in «Canicula», terzo capitolo veneziano della «Trilogia delle incertezze», firmato dalla Fondazione In Between Art Film nel Complesso dell’Ospedaletto. Qui l’allestimento firmato da 2050+ trasforma il percorso in un organismo febbrile. Pestellini Laparelli e Francesca Lantieri di studio 2050+ ci raccontano il progetto.
Quando un exhibition design smette di ospitare le opere e inizia a produrre una condizione fisica e mentale autonoma?
A differenza dei primi due capitoli della trilogia, la scenografia di «Canicula» nasce come intervento autonomo: la traduzione metaforica del calore diventa una presenza spaziale che attraversa l’intero percorso e manifesta la tensione tra esposizione e protezione, inerzia e intensità-tensione che si ritrova e prende forma in dialogo con le opere video.
Oggi molte mostre vengono ricordate più per l’esperienza spaziale che per le opere. È un rischio?
Crediamo che la scenografia rappresenti di per sé una pratica critica e quindi curatoriale. Attraverso un continuo dialogo con artisti e curatori si propone come estensione delle opere nello spazio, traducendo stati d’animo e ritmi delle opere in mostra.
In «Canicula» gli spazi appaiono fragili, deformati, esausti. Quanto vi interessa lavorare su architetture che trasmettono vulnerabilità?
Ogni progetto ha la sua narrativa. In «Canicula», lo stato di fragilità del Complesso dell’Ospedaletto risuona con il senso di precarietà e vulnerabilità definito dalla cornice curatoriale, amplificando la condizione fisica e mentale del visitatore.
Un exhibition designer somiglia più a un regista o a un architetto?
La pratica cinematografica e quella spaziale hanno diversi punti in comune. Procedono entrambe per «scene» che si svolgono nello spazio secondo un preciso script. Spesso tendiamo a concepire le mostre su cui lavoriamo come dei set letteralmente abitati dai visitatori. Il lavoro di molti scenografi e sceneggiatori è sempre stato un grande riferimento per i nostri progetti e potremmo spingerci nel dire che se non avessimo fatto gli architetti alcuni di noi avrebbero potuto diventare registi.
In un’epoca di overload visivo, come si costruisce uno spazio davvero percettivo e non solo spettacolare?
Il tema è riportare al centro il corpo e la conoscenza a cui il corpo può accedere oltre la visione, mobilitando altre forme di percezione e di esperienza fisica. Nel caso di «Canicula» abbiamo lavorato sia con la presenza intangibile della luce sia con la deformazione dell’architettura stessa: i pavimenti si sollevano, i soffitti si abbassano, le superfici si deformano come affaticate. La luce artificiale scandisce il percorso attraverso bagliori, oscurità e dense tonalità aranciate che evocano un calore implacabile ma metaforico proveniente dall’esterno.
In futuro le mostre diventeranno sempre più esperienze immersive o ci sarà un ritorno a forme più radicali d’esposizione?
Il museo del futuro è al contempo un teatro, un set cinematografico e un rifugio. Tutto dipende dalle istituzioni che lo alimentano e dalle condizioni socio-politiche e culturali che lo circondano.
Altri articoli dell'autore
A 100 anni dalla nascita (il 19 giugno) forse è arrivato il momento di smettere di raccontarlo come un semplice editore illuminato. Tra «Il dottor Živago», «Il Gattopardo», rivoluzioni e amicizie con Fidel Castro, trasformò il fare libri in un campo di battaglia. Fino alla sua fine oscura 1972: una morte che ancora oggi sembra appartenere più a un romanzo paranoico italiano che alla storia culturale del Novecento
L’exhibition designer è quasi un montatore cinematografico dell’attenzione: lavora sul tempo della percezione disorientando e creando attesa in una continua tensione tra luce, movimento e architettura
Tra installazioni video, fotografie, sistemi generativi e sculture, alla Schirn Kunsthalle una quarantina di opere di Paglen, Steyerl, Charrière e altri affrontano l’Intelligenza Artificiale come infrastruttura culturale prima ancora che come tecnologia: un sistema che sta trasformando simultaneamente ecologia, memoria, lavoro, propaganda e percezione
La mostra inaugurale delle nuove gallerie del Met ci ricorda che sotto ogni ideale estetico esiste sempre un corpo reale che invecchia, suda, si ammala, desidera, cambia forma e infine sparisce. Il resto forse serve soltanto a distrarci dal fatto che ogni abito è sempre stato un modo elegantissimo di negoziare la nostra paura del corpo umano.



