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Hayley Louisa Brown, dal progetto «Children of Graceland», 2016-2025,

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Hayley Louisa Brown, dal progetto «Children of Graceland», 2016-2025,

Il culto delle celebrità è la nuova religione? A Londra una mostra prova a dimostrarlo

Da Lady Diana a Dobby, passando per Bowie, Prince e Nina Simone: alla Somerset House «Holy Pop!» racconta come il sacro non sia scomparso, ma abbia cambiato volto, trasformando gli idoli pop in oggetto di devozione

Germano D’Acquisto

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L’ultima volta che milioni di persone hanno lasciato fiori, lettere e candele davanti a un luogo simbolico non era per un santo. Era per una pop star. O forse per una principessa. O forse, semplicemente, non c’è più alcuna differenza. Da qualche parte, senza quasi accorgercene, abbiamo sostituito le reliquie con il merchandising, i pellegrinaggi con i tour mondiali e gli altarini domestici con scaffali pieni di vinili, Funko Pop, fotografie, sneaker firmate e biglietti di concerti che non butteremo mai. Non è consumismo. O almeno non soltanto. È un modo per dare un ordine emotivo alle nostre vite. È proprio da questa intuizione che parte «Holy Pop!», la mostra ospitata fino al 9 agosto alla Somerset House di Londra. Più che un’esposizione dedicata al fandom, è un’indagine antropologica sul bisogno di credere. Perché, in un Occidente sempre più secolarizzato, il sacro non è scomparso: ha semplicemente cambiato indirizzo.

Dentro le tre sale della mostra si incontrano Lady Diana, Andy Warhol, Prince, Nina Simone e perfino Dobby, l’elfo domestico di Harry Potter. Figure lontanissime tra loro, eppure accomunate da un dettaglio: nessuna appartiene più soltanto alla cultura pop. Sono diventate luoghi mentali. Specchi nei quali milioni di persone continuano a riconoscersi. Non importa se siano realmente esistiti o usciti dalla fantasia di uno scrittore. Le emozioni che suscitano sono assolutamente reali.

La mostra evita intelligentemente la nostalgia. Non si limita a esporre memorabilia, ma prova a capire perché attribuiamo così tanto valore a oggetti che, fuori dal loro contesto emotivo, sarebbero privi di qualsiasi importanza. Una fotografia stropicciata. Un poster. Una calamita. Un autografo. Una maglietta comprata all’uscita di un concerto. Perfino una gomma da masticare usata da Nina Simone, raccolta dal musicista Warren Ellis dopo il suo ultimo concerto britannico e trasformata negli anni in una vera reliquia laica. Fa sorridere. Eppure non è molto diverso da ciò che l’umanità ha fatto per secoli. Cambia il contenitore, non il contenuto. Continuiamo ad aver bisogno di oggetti che rendano tangibile un ricordo, una persona, un’emozione. La materia serve ancora a trattenere ciò che il tempo continua a portarci via.

La parte più riuscita della mostra non è quella dedicata alle celebrità, ma quella che entra nelle case. Perché è lì che il pop smette di essere spettacolo e diventa biografia. Le pareti raccontano chi siamo quanto i libri che leggiamo. Una fotografia incorniciata, un vecchio giradischi, un pupazzo, un disco consumato, una locandina ingiallita finiscono per costruire un autoritratto involontario. Collezioniamo oggetti, ma in realtà stiamo archiviando versioni di noi stessi.

Immagini da «Holy Pop!» a Somerset House. Foto David Parry/PA

È una riflessione che arriva in un momento particolare. Viviamo in un’epoca che ci spinge continuamente verso il digitale, l’immateriale, il cloud. Le fotografie non si sviluppano più, le lettere non si conservano, la musica non occupa spazio sugli scaffali. Eppure non abbiamo mai avuto così tanto bisogno di possedere qualcosa di fisico. Il ritorno del vinile, delle Polaroid, delle macchine fotografiche analogiche e perfino delle cassette non è soltanto un esercizio di nostalgia: è il tentativo di restituire peso alle emozioni. Il pop d’altronde ha sempre funzionato così. Non ci ha mai chiesto di credere davvero in David Bowie, Madonna, Prince o Lady Diana. Ci ha chiesto qualcosa di molto più sottile: credere alla persona che eravamo quando li abbiamo incontrati per la prima volta. Ogni idolo custodisce una versione di noi stessi. Per questo la loro scomparsa ci colpisce così profondamente. Non perdiamo soltanto loro. Perdiamo il frammento della nostra vita che avevamo affidato alla loro esistenza.

Ecco perché oggi si continua a piangere qualcuno che non si è mai conosciuto. Perché il lutto non nasce dalla vicinanza, ma dall’identificazione. Lo abbiamo visto con Lady Diana, con Bowie, con Prince, con Michael Jackson. Le montagne di fiori lasciate spontaneamente davanti ai palazzi, ai cancelli o alle statue sembrano riprodurre, inconsapevolmente, rituali antichi. Non sono gesti nuovi. Sono gesti antichissimi che hanno trovato nuovi protagonisti.

Alla fine «Holy Pop!» suggerisce un’idea tanto semplice quanto destabilizzante: gli esseri umani non hanno mai smesso di costruire santuari. Hanno soltanto cambiato gli indirizzi della devozione. Il sacro non è sparito. Si è trasferito nella cultura pop, nei musei, nelle nostre case e perfino nei feed dei social network. Continuiamo a cercare figure capaci di rappresentare desideri, paure e speranze collettive. Continuiamo ad aver bisogno di simboli che ci aiutino a dare un senso al mondo. Forse i nuovi santi non compiono miracoli. Ma continuano, ostinatamente, a tenerci uniti...




 

Germano D’Acquisto, 08 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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