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La Sala delle Colonne nel giorno della riapertura definitiva al pubblico

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La Sala delle Colonne nel giorno della riapertura definitiva al pubblico

A Firenze riaperta stabilmente al pubblico la Sala della Colonna in Santa Maria del Carmine

Questo spazio, che prende nome da una colonna trecentesca al centro della sala, espone affreschi e sinopie staccati provenienti dal chiostro e dalla chiesa, riemersi nel corso delle campagne di ricerca susseguitesi fra Otto e Novecento

Gaspare Melchiorri

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A Firenze, nell’ambito del percorso di visita della Cappella Brancacci e del Chiostro di Santa Maria del Carmine, ha aperto il primo febbraio (e rimarrà aperta stabilmente al pubblico) la Sala della Colonna, in passato accessibile ai visitatori soltanto in maniera occasionale.

Questa sala, situata nel primo chiostro del Carmine, nell’angolo fra l’antico e il nuovo refettorio del convento, prende nome da una grande colonna trecentesca presente al centro. In questo ambiente coperto da volte sono affissi alle pareti affreschi e sinopie staccati provenienti dal chiostro e dalla chiesa, perlopiù riemersi nel corso delle campagne di ricerche e di restauro susseguitesi fra Otto e Novecento.

Il più antico è un affresco riferito al pittore Pietro Nelli raffigurante la «Madonna con il Bambino in trono affiancata da quattro Santi e da due donatori genuflessi» (1381-85 ca.), che fu ritrovato in una parete del primo chiostro durante le campagne svoltesi nel 1859-60 per la ricerca della perduta Sagra di Masaccio. In quello stesso periodo riaffiorarono anche i resti di un altro grande affresco oggi esposto in questa sala, il cui soggetto pare da identificare con la conferma della regola carmelitana o con un episodio di vita eremitica: è un saggio giovanile di Fra Filippo Lippi, in quell’epoca adepto del convento del Carmine.

Su due pareti della sala sono i resti frammentari della decorazione a fresco della cappella di San Girolamo nel transetto della chiesa eseguita nel 1402-04 da Gherardo Starnina. Giorgio Vasari loda l’autore di questo ciclo di affreschi, poiché «tutto con grazia e molto leggiadramente espresse Gherardo, come colui che andava ghiribizzando intorno alle cose della natura». Le trasformazioni realizzate nella cappella fra Seicento e Settecento avevano causato la perdita di gran parte dei dipinti: sopravvissero questi resti, eleganti figure di santi entro edicole architettoniche, rinvenuti nel 1932 durante le approfondite campagne di ricerca condotte da Ugo Procacci.

Su una parete della sala sono affisse due sinopie, ossia porzioni di intonaco sulle quali era tracciato il disegno preparatorio per l’esecuzione del soprastante affresco. Individuate e staccate durante il restauro degli anni Ottanta del secolo scorso, costituiscono tutto ciò che resta della decorazione originaria del registro superiore della Cappella Brancacci, distrutta nel 1746-48 e rimpiazzata dagli affreschi settecenteschi oggi visibili. Le due scene, appena delineate, provengono dalle semilunette ai lati del finestrone, raffigurano il «Pentimento di Pietro» e il «Pasce oves meas» («Pasci le mie pecorelle») e sono riconducibili alla mano di Masolino da Panicale, che fu responsabile nel 1424 dell’inizio dell’impresa decorativa a partire dalle vele della volta con i quattro Evangelisti.

L’ultimo affresco esposto nella sala, una effigie di Cristo Crocifisso ai piedi del quale si scorgono in parte tre frati carmelitani, è attribuito a Paolo Schiavo e datato intorno al 1425: fu rinvenuto in questa stessa sala sotto l’intonaco, durante i lavori di restauro successivi all’alluvione del 1966.

Gaspare Melchiorri, 03 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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A Firenze riaperta stabilmente al pubblico la Sala della Colonna in Santa Maria del Carmine | Gaspare Melchiorri

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