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Mimmo Rotella, «Commercio e unità», 1962, collezione privata

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Mimmo Rotella, «Commercio e unità», 1962, collezione privata

A Genova tutto Mimmo Rotella: un centinaio di opere raccontano sessant’anni di lavoro

Nel ventennale della scomparsa, a Palazzo Ducale l’attività di uno dei protagonisti dell’arte del ’900, dai lavori astratti di influenza surrealista del secondo dopoguerra all’ultimo décollage

Stefano Luppi

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«Prima del 1954 ho studiato a lungo la pittura; ho analizzato le opere di Léger, de Chirico, Picasso, ho anche dipinto tele geometriche. Ma non ero soddisfatto; perché sapevo che tutte queste problematiche erano già state risolte prima di me. [...] Da allora, ho cominciato a esprimermi attraverso nuove immagini, a creare il mio linguaggio. Nel 1954 sono stato il primo a utilizzare e a esporre manifesti recuperati dai muri urbani. [...] Ho quindi abbandonato i décollages, continuando la mia investigazione sulle tecniche di riproduzione dell’immagine». Sono parole di Mimmo Rotella (Catanzaro, 1918-Milano, 2006), riportate da Alberto Fiz nel volume Mimmo Rotella. Artypo (2004, edizioni Allemandi), che sintetizzano il percorso artistico di uno dei protagonisti dell’arte del ’900, cui Genova, nel ventennale della scomparsa, dedica l’ampia retrospettiva «Mimmo Rotella. 1945-2005». A cura dello stesso Fiz, in collaborazione con la Fondazione Mimmo Rotella, la mostra è allestita a Palazzo Ducale dal 24 aprile al 13 settembre e ripercorre oltre sessant’anni di attività attraverso un centinaio di lavori suddivisi in cinque sezioni tematiche nelle quali sono presenti anche materiali di archivio e documenti audiovisivi. 

Si parte dai primi lavori astratti di influenza surrealista del secondo dopoguerra fino alle «Nuove Icone» degli anni Ottanta-Novanta, caratterizzate dall’abbandono del décollage a favore di un «combinato» tra fotografia, pittura e collage con interventi pittorici che destrutturano e risignificano l’immagine rappresentata. Naturalmente largo spazio è per i celebri décollage, realizzati a partire dagli anni Cinquanta, opere nelle quali lo «strappo» diviene un gesto artistico di dirompente radicalità, estetico e politico, che apre varchi nella percezione dell’immagine: una tecnica opposta al procedimento del collage, poiché dai manifesti stacca alcune parti superficiali. Lungo il percorso a Palazzo Ducale figurano alcuni dei lavori più emblematici di Mimmo Rotella, come «Naturalistico» del 1953, realizzato su tela con specchi e vetro, oppure «Tenera è la notte» (1962) e «Il punto e mezzo» (1963), tra i primi interventi sul mondo pubblicitario. Presenti anche varie opere che hanno per soggetto la sua più celebre icona, Marilyn Monroe (1926-62), raffigurata in molti modi e tempi cui si aggiungono alcuni doppi décollage, manifesti che vengono strappati dai muri e dopo essere stati riportati su tela nuovamente lacerati, tra cui «Attenti», ultimo grande décollage realizzato dall’artista che mantiene evidente l’idea di persistenza della forza mediatica dei manifesti. In mostra vengono approfondite anche le tecniche più sperimentali utilizzate da Rotella, dagli artypo agli effaçage, dai frottage alle tele emulsionate, dai riporti fotografici alle estroflessioni, tutte sperimentazioni che fanno di questo autore anche un lucido testimone della rivoluzione tecnologica. In occasione del 20mo anniversario della scomparsa dell’artista, Alberto Fiz ha curato anche la mostra «Autorotella», dedicata agli autoritratti di Rotella e in corso al Museo Casa della Memoria di Catanzaro fino al 25 settembre. Il curatore Fiz approfondisce alcuni aspetti della mostra genovese. 

Mimmo Rotella, «Cinemascope 3», 2003, Fondazione Mimmo Rotella

Che cosa rappresenta oggi il lavoro di Rotella? 
Il suo décollage è un procedimento autenticamente rivoluzionario al pari dei sacchi di Burri o dei tagli di Fontana, così Rotella ha una forte influenza nel contesto dell’arte contemporanea per molte ragioni. In primo luogo per la sua capacità di sperimentare modalità innovative: negli anni Sessanta si avvicina, con gli artypo, alle tecniche di stampa all’avanguardia. Oggi certamente utilizzerebbe l’Intelligenza Artificiale e sarebbe affascinato dal Metaverso. I suoi décollage poi contengono una serie di messaggi stratificati: sono fluidi e ambigui perfettamente corrispondenti al mondo in cui siamo immersi. Le immagini sono in perenne movimento proprio come accade scrollando sui social. Il tutto però parte dal Futurismo con un atteggiamento molto diverso dall’assolutismo autoritario della Pop Art. 

Ci sono novità scientifiche? 
La mostra è la prima antologica in uno spazio pubblico realizzata dopo la scomparsa dell’autore. Sotto il profilo scientifico ci sono molte novità come dimostra un intero spazio dedicato alla produzione poco conosciuta che ha per oggetto il terrorismo: sono tele emulsionate nelle quali Rotella sente la necessità di farsi testimone del suo tempo attraverso immagini tragicamente emblematiche, come il rapimento Moro. Ma sono molti gli aspetti significativi e poco indagati della sua ricerca evidenziati qui. Da una serie di disegni figurativi degli anni Quaranta fino alle lamiere, nelle quali Rotella reinventa ancora una volta lo spazio con opere che si sviluppano come forme architettoniche libere e indipendenti, in base a quanto testimonia la grande lamiera «Attenti», dove si ha l’impressione di essere «sbranati» dalla tigre in primo piano. Sono poi molti i capolavori e le opere provenienti da istituzioni museali come il Macro e la Galleria Nazionale d’arte Moderna e Contemporanea di Roma o il Mart di Rovereto. Non mancano nemmeno prestiti provenienti da fondazioni private o da collezioni di grande prestigio come quella di Intesa Sanpaolo, che ha messo a disposizione «Mitologia» del 1962, un viaggio rapsodico nell’universo rotelliano. Per la prima volta, inoltre, vengono esposti insieme i due lavori dedicati a John Kennedy, «Viva America» e «Hommage au President», entrambi del 1963, l’anno del suo assassinio. Rotella, come accade di rado, mantiene intatto il volto di Kennedy, ma pone accanto l’immagine di un gelato creando un senso di profondo turbamento rispetto ai differenti codici di comunicazione proposti dalla società di massa. 

Mimmo Rotella, «New York, Avril, 1968», Fondazione Mimmo Rotella

Stefano Luppi, 22 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

A Genova tutto Mimmo Rotella: un centinaio di opere raccontano sessant’anni di lavoro | Stefano Luppi

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