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Giulia Mangoni, «Incarnation (creatures that could not love other than in the flesh)», 2023

Courtesy Collezione Anna e Andrea Bracchi. Foto Michela Pedranti

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Giulia Mangoni, «Incarnation (creatures that could not love other than in the flesh)», 2023

Courtesy Collezione Anna e Andrea Bracchi. Foto Michela Pedranti

A Lissone la concezione geologica dell’esperienza di Giulia Mangoni

Il Mac-Museo d’Arte Contemporanea presenta la prima mostra monografica museale dell’artista italo-brasiliana, vincitrice del Premio Lissone nel 2021

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Nel 2021 Giulia Mangoni (Isola del Liri, 1991) era stata la vincitrice del Premio Lissone. A cinque anni da allora l’artista torna (dal 23 maggio al 27 settembre) al Mac-Museo d’Arte Contemporanea di Lissone (Mb), e ci torna da protagonista di una grande mostra (la sua prima monografica museale) che occupa l’intera superficie espositiva. Curata da Stefano Raimondi, direttore artistico del Mac, e intitolata «Stratigrafie del Vivente» (catalogo Silvana Editoriale), la monografica mette in luce la molteplicità dei mondi con cui l’artista si relaziona, muovendosi liberamente tra sistemi simbolici, naturali, artigianali e industriali, da lei intesi come stratificazioni geologiche di un insieme complesso che tutti li riassume, li incorpora e li metamorfizza, per immetterli poi nel flusso continuo di una realtà che, come la sua, si muove tra locale e globale. Lei, che è italo-brasiliana, ha infatti scelto di vivere in Ciociaria, dov’è nata e dove si è messa in relazione con la comunità locale studiando archivi, raccogliendo racconti orali, esplorando documenti e registrando testimonianze fino a creare un tessuto complesso di cui ognuno di tali elementi entra a far parte, per uscirne però trasformato grazie alle relazioni che s’instaurano con gli altri.

Scomposti e ricombinati, questi frammenti di memoria entrano a far parte delle sue composizioni costruite con segni fitti e brulicanti che, anche nella grande dimensione, evocano i secchi tratteggi delle xilografie e li animano di un incessante flusso vitale di cui sono compartecipi l’umano, l’animale, il vegetale e il simbolico. Come spiega lei stessa nel presentare la mostra, «il mio lavoro nasce dall’osservazione del paesaggio e di chi lo abita; non come qualcosa da guardare a distanza, ma mediante un ascolto partecipe. [...] Il disegno è la prima iscrizione di questo racconto; la pittura arriva dopo, come qualcosa che si deposita. Attraverso la pittura, la narrazione originaria e territoriale si trasforma, si allontana dal luogo da cui nasce e diventa più ampia, quasi archetipica. I quadri parlano di un paesaggio sognante, attraversato da dimensioni diverse. Dipingere, per me, è un modo per tenere insieme questi strati e provare ad andare oltre». È ciò che accade anche nei lavori di tema religioso, immersi in una sequenza temporale in cui passato e presente si fondono, come nel grande olio su lino «Un Giotto a Boville», in cui il tondo musivo di Giotto raffigurante un angelo, staccato da ciò che restava della basilica costantiniana di San Pietro dal segretario di Paolo V Borghese, monsignor Simoncelli, e da lui portato insieme ad altre opere d’arte nel borgo di Boville, nel Frusinate, dove lui era nato (il tondo si trova nella chiesa di San Pietro Ispano) è il fulcro di una composizione affollata della più varia ed eterogenea umanità, che ben potrebbe figurare in un’antica miniatura come in una (ottima) graphic novel di oggi.

Giulia Mangoni, «Ode all’uomo che ha perso le sue radici», 2024. Courtesy l’artista e ArtNoble Gallery. Foto Michela Pedranti

Ada Masoero, 21 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

A Lissone la concezione geologica dell’esperienza di Giulia Mangoni | Ada Masoero

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