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Dalla serie Elevator Girl, Yanagi Miwa, «Elevator Girl House 1F», 1997

Courtesy dell’artista e Aperture

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Dalla serie Elevator Girl, Yanagi Miwa, «Elevator Girl House 1F», 1997

Courtesy dell’artista e Aperture

A Londra la storia della fotografia giapponese attraverso lo sguardo delle donne

Dalle figure pionieristiche del dopoguerra alle voci più audaci e sperimentali di oggi, da Photographers’ Gallery riunite oltre 200 fotografie, video, installazioni e rari libri fotografici

Il pannello che introduce il lavoro di ciascuna artista (le brevi note biografiche, un sunto critico che inquadra la loro ricerca, il ricorrere dei riferimenti e dei maestri) si apre sempre con un virgolettato. E in quella dichiarazione, se non tutte davvero moltissime, puntano l’attenzione sull’urgenza di raccontare la propria quotidianità. Una realtà fatta di minimi termini (la casa, gli affetti) che però esplode e si fa canto universale. Nella mostra «Japanese Women Photographers - From 1950s to Now», con cui fino al 27 settembre la Photographers’ Gallery di Londra raccoglie la parabola di 27 fotografe giapponesi attive a partire dagli anni Cinquanta, leggiamo il lento e progressivo emergere di tre diverse generazioni di artiste. Che hanno lottato, anche se non in modo violento; che hanno sofferto, questo sì in maniera invece totale; che hanno trovato la propria strada per emergere in un mondo a trazione maschile. Un mondo bloccato per convenzione, ma anche per legge, visto che è solo con gli anni Ottanta che il legislatore ha normato in modo paritario l’accesso delle donne giapponesi al lavoro, contribuendo a riconoscere quindi anche il ruolo professionale delle fotografe.

Si passa così, dunque, dagli scatti casalinghi di Mikiko Hara, che nelle inquadrature in cui riprende sé stessa e i figli ricorda Vivian Maier, ai set ipereffettati di Yanagi Miwa. In mostra due pezzi dalla sua prima serie, «Elevator Girls» (risale agli anni Novanta), con la fotografia che si appoggia all’atto performativo e indaga attraverso il corpo il ruolo stesso della donna nella società. Le addette agli ascensori nei grandi magazzini diventano manichini, ingranaggi di un sistema che spersonalizza e umilia. Si muove in un panorama transmediale anche Hiromix, che brucia sui tempi l’epopea social vestendo i panni ante litteram, siamo negli anni Novanta, dell’influencer. I suoi autoritratti zuccherosi, agitati da una vibrante estetica pop, finiscono per diventare il manifesto di una generazione e sconfinare nel cinema, nella musica e nella moda, ispirando collaborazioni con Sofia Coppola e Kenzo.

È dai primi anni Settanta che Ishikawa Mao racconta la socialità che si anima disordinata attorno alle basi militari americane nel suo Paese, con particolare attenzione alla comunità dei soldati di origine africana. Una presenza ingombrante, fatta di non meno di 50mila unità (occupanti fino al 1952, poi come per magia risciacquate nei panni di alleate) e che si intreccia con la vita di migliaia di donne che assumono i ruoli formali di colf, cameriere, prostitute; e quelli informali e più sottili di amiche, complici, amanti. Tessono relazioni, ricompongono strappi, amano e odiano, uniti in un piano disperato di discriminazione che sembra coinvolgere tutte le parti in causa. Non c’è sesso, ma molto amore negli scatti di Ishikawa: c’è un aggrapparsi l’uno all’altro con la ferocia e la malinconia di un abbraccio alla Schiele.

Con una tenerezza che troviamo anche nelle immagini con cui Okabe Momo affronta la sessualità queer, appropriandosi di un linguaggio che attinge alla lezione di Araki Nobuyoshi per crescere poi con originale dolcezza, raccontando il proprio percorso personale e quello della sua bolla sociale, in una progressiva scoperta del sé e dell’altro. Araki è, insieme a quello di Moriyama Daidō, il nome che ricorre più frequentemente: per alcune delle fotografe in mostra si tratta di modelli a cui ispirarsi, per altre invece veri e propri maestri, sponsor, figure che incoraggiano e consigliano. Numi tutelari di una storia lunga settant’anni e che ha ancora moltissimo da raccontare.

Francesco Sala, 09 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

Francesco Sala

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