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Alessandro Mendini, «Proust Armchair», 1978

Photo: Carlo Lavatori, Archivio Alessandro Mendini

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Alessandro Mendini, «Proust Armchair», 1978

Photo: Carlo Lavatori, Archivio Alessandro Mendini

A Londra va in scena la parabola creativa di Mendini

La prima mostra nel Regno Unito del maestro italiano ripercorre la sua ricerca mettendo in dialogo oggetti iconici, avanguardie storiche e visione transdisciplinare

Monica Trigona

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Con la prima personale nel Regno Unito dedicata ad Alessandro Mendini (Milano, 1931-2019), sino al 10 maggio, l’Estorick Collection of Modern Italian Art di Londra inaugura il nuovo anno con un progetto espositivo di grande densità storica e teorica, capace di restituire la complessità di una delle figure più visionarie del design e dell’architettura del secondo Novecento. Riunendo circa 50 opere, tra arredi, disegni, dipinti, vasi e tappeti, la mostra ripercorre l’intera parabola creativa di Mendini mettendone in luce la capacità unica di attraversare e rifondare i linguaggi della modernità. «Un percorso il suo antidogmatico, ironico e trasgressivo che trasforma il banale quotidiano in un’ipotesi linguistica seducente e agisce sull’esistente, su ciò che è già informato e metabolizzato. Nello stesso tempo, ribalta le convenzioni e fa dell’ornamento, così come della fragilità (nel 2002 ha pubblicato il manifesto del «Fragilismo») e del kitsch punti di forza di una ricerca che si oppone all’omologazione e alla parcellizzazione», scrive in catalogo Alberto Fiz, curatore della mostra. 

Architetto di formazione, intellettuale per vocazione e artista per necessità, Mendini ha incarnato una figura poliedrica che sfugge a ogni classificazione disciplinare. La sua attività di progettista è inseparabile dal suo ruolo di teorico e di editore. Alla direzione di riviste fondamentali come «Casabella», «Domus» e «Modo», quest’ultima da lui fondata, ha contribuito in modo decisivo a ridefinire il dibattito sul design, trasformandolo in un campo critico aperto al dialogo con l’arte, la letteratura, la filosofia e la storia. È proprio questa visione transdisciplinare a costituire il filo rosso della mostra londinese. Uno degli aspetti più rilevanti dell’esposizione è infatti l’attenzione riservata al rapporto tra Mendini e le avanguardie storiche, in particolare il Futurismo italiano. L’Estorick Collection, custode di una delle più importanti collezioni futuriste, offre il contesto ideale per esplorare questa genealogia. Mendini condivide con i futuristi l’ambizione utopica di «ricostruire l’universo» attraverso la fusione tra arte e vita quotidiana, pur rifiutandone l’enfasi tecnocratica e la retorica del progresso. 

Le opere tessili dedicate a Fortunato Depero e la serie delle «maschere meccaniche» in omaggio a Marinetti, Balla, Boccioni, Severini e Sant’Elia non sono quindi soltanto citazioni ma reinterpretazione critica. Mendini guarda al Futurismo come a un archivio poetico da riattivare, filtrandolo attraverso ironia, malinconia e distanza storica. Questa strategia di appropriazione, colta e insieme dissacrante, attraversa tutta la sua opera. La celebre «Poltrona di Proust» (1978), presente nel percorso, ne è l’emblema più noto: un oggetto neobarocco trasformato da una superficie puntinista che richiama Seurat e Signac, ma anche un decorativismo teso a ribaltare il dogma modernista del «form follows function». In Mendini naturalmente la funzione non viene negata ma contaminata, umanizzata, resa narrativa e il progetto diventa racconto, memoria, stratificazione di senso. Altrettanto significativo è il dialogo con l’astrazione e con il Suprematismo, evidente nel «Kandissi Sofa» ispirato alle composizioni di Kandinskij e nelle sculture e nei vasi che evocano le figure-manichino dell’ultimo Malevič. Qui Mendini dimostra come il design possa farsi luogo di riflessione storica, capace di tradurre le tensioni dell’arte del primo Novecento in forme domestiche senza ridurle a mero stile. Accanto a queste opere concettualmente dense, la mostra include anche gli oggetti che l’hanno reso una figura popolare nell’immaginario collettivo come i cavatappi «Anna G.» e «Alessandro M.» prodotti da Alessi. Le loro sembianze antropomorfe, sorridenti e ironiche, incarnano perfettamente la sua dichiarata volontà di «trattare gli oggetti come esseri umani». In essi si manifesta una concezione del design intesa come pratica empatica, capace di instaurare relazioni emotive tra persone e cose. Rispettoso e irriverente, colto e ludico, teorico e artigiano, Mendini ha smontato dall’interno le certezze del Modernismo, sostituendo all’ideale di neutralità una poetica dell’eccesso, della decorazione, della citazione consapevole. 

Alessandro Mendini, «Untitled», 1986, Archivio Alessandro Mendini

Alessandro Mendini, «K2», 2013, Archivio Alessandro Mendini. Photo: Lot of Brazil

Monica Trigona, 14 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

A Londra va in scena la parabola creativa di Mendini | Monica Trigona

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