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Laura Lombardi
Leggi i suoi articoliProseguendo nella riscoperta di artisti italiani della prima metà del XX secolo già avviata nel 2022 con la mostra su Leonardo Dudreville, la Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti di Lucca si rivolge ora a Emilio Malerba, un altro dei sette fondatori, nel 1922, del gruppo Novecento, con una mostra curata da Elena Pontiggia, autrice della monografia edita da Manfredi nel 1924, e da Paolo Bolpagni, direttore della Fondazione.
Dal 28 febbraio al 7 giugno la rassegna «Emilio Malerba (1878-1926). Dagli esordi al Novecento Italiano», realizzata in collaborazione con l’Archivio Malerba di Monza e con il fondamentale supporto della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, si propone, proprio in occasione del centenario della morte, di ripercorrere in maniera organica, attraverso un ampio corpus di opere, manifesti originali e documenti, l’attività di un artista che, pur al centro della scena artistica nei suoi anni, dopo la monografia del 1927 è caduto nell’oblìo. La lenta e meticolosa genesi cui Malerba sottoponeva le sue opere reca infatti a una produzione limitata, considerata anche la sua morte precoce a soli 48 anni. Nei decenni successivi la produzione di Malerba resta così gelosamente conservata nelle collezioni private o in pochi musei, ma non circola quasi sul mercato.
«Alcune opere esposte sono inedite in senso assoluto, mai riprodotte, una giunge perfino dal Perù, sottolinea Paolo Bolpagni. Possiamo cogliere il purismo del racconto di Malerba, la capacità di concentrazione psicologica. Ogni opera genera un campo di reazioni. La sua originalità ben si coglie nella sezione conclusiva, dove sono esposte opere di altri componenti di Novecento (Anselmo Bucci, Leonardo Dudreville, Achille Funi, Emilio Malerba, Pietro Marussig, Ubaldo Oppi e Mario Sironi) e si possono ben notare le disparità linguistiche tra i diversi membri: quello più affine a Malerba è Oppi, verso cui egli esprimerà solidarietà al momento dell’espulsione di questi dal gruppo».
Emilio Malerba, «Le maschere», 1922, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Foto Alessandro Vasari
Il percorso cronologico, che comprende anche un ritratto di Malerba eseguito da Primo Sinopico nel 1917, muove, dopo gli studi all’Accademia di Brera, dai suoi esordi nel 1906 con uno stile affine alla tarda Scapigliatura. In breve Malerba si distingue però nella grafica pubblicitaria con manifesti in tono Belle Époque, tra cui quelli per l’«Amaro Ramazzotti» di Milano e per i «Grandi Magazzini Italiani E. & A. Mele & C» di Napoli. L’interesse per la figura femminile maturato in quella stagione si declina presto verso la resa dell’interiorità dei soggetti, per giungere, tra il 1916 e il 1920, a una forma precisa, ma al tempo stesso a un’intonazione sospesa, capace di svelare l’essenza misteriosa e inafferrabile del piccolo universo domestico, scelto da Malerba per la sua indagine. Figure e oggetti sono colti in una quotidianità intima, delicata ma di notevole potenza introspettiva. Incanto e sospensione che dominano opere quali «Ritratto di giovinetta» (1919) o «Femmina volgo»(1920), accomunando Malerba ai caratteri del cosiddetto Realismo magico, evidenti nel nucleo di opere esposte alla XIII Biennale di Venezia nel 1922, tra cui «Le maschere». Allo stesso anno si riferisce la fondazione di «Novecento», con il supporto critico di Margherita Sarfatti, per un «ritorno all’ordine» dopo le sperimentazioni avanguardiste degli anni Dieci, avendo come riferimento l’antichità classica e l’armonia nella composizione. Un impianto più solido nella resa volumetrica dei corpi domina infatti «Nudo con capriolo» (1923-24), «Bambine al pianoforte» (1924) o «Le amiche» (1924).
«La mostra di Lucca sarà una sorpresa, commenta Elena Pontiggia, perché è la prima antologica di Malerba dopo quasi un secolo: l’ultima si è tenuta alla Galleria del Milione nel 1931, poi più nulla. Documenta la particolare sensibilità di Malerba, che suggeriva le sensazioni e, per così dire, i battiti del cuore delle sue figure attraverso un gesto momentaneo, un’occhiata. Penso, per esempio, all’ “Onomastico della nonna” del 1910, nel quale una bambina porta i fiori alla nonna per la ricorrenza, ma non è un giorno di festa perché l’anziana signora è malata: noi non la vediamo, ma intuiamo tutto dall’espressione malinconica della nipotina. In “Bambine al pianoforte” del 1924, tre piccole allieve, ma per una di loro ha posato un maschietto, studiano e cantano insieme, ognuna con un diverso atteggiamento e una diversa concentrazione. Compare nelle opere di Malerba un piccolo mondo di sentimenti, a volte di risentimenti, ma anche di timidezze e sorrisi, malinconie e tenerezze». La mostra è accompagnata da un catalogo pubblicato dalle Edizione Fondazione Ragghianti Studi sull’arte, con saggi storico-critici dei curatori e di Daniela Ferrari.
Emilio Malerba, «Alessandra Macchi Menni col figlio Piercarlo», 1917, collezione privata. Foto Luca Carrà