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Davide Landoni
Leggi i suoi articoliPossono il suono, la memoria e la forma condividere lo stesso respiro? Un ritmo sotterraneo, inconscio, che allaccia trasversalmente queste dimensioni ricamandole insieme, suturando punti solo all'apparenza distanti. Trovarli non è semplice, eppure possibile. Quando una nota si spegne, lascia nell'aria una scia invisibile che il corpo continua a percepire; quando una giornata volge al termine il suo ricordo è pronto a prenderne il posto, reiterandola in un'altra possibile e infinita esistenza; quando una forma si deposita sulla superficie, evoca geometrie che appartengono tanto alla materia quanto al vuoto generatosi nei suoi spazi, con il non-essere che partecipa all'essere.
Questo il sottile crinale interpretativo su cui si muove la mostra «Irina Ojovan. Aria da capo», ospitata negli spazi della Galleria 10 A.M. ART di Milano, a cura di Gianluca Ranzi. Dal 4 giugno al 9 luglio 2026, la galleria milanese si propone come luogo dove visioni, suoni e ricordi si stratificano fino a confondersi, ma mai perdendosi. I tedeschi dicono «Einmal ist Keinmal» ovvero, traducendo letteralmente «ciò che si verifica una sola volta (einmal) è come se non fosse accaduto mai (keinmal)». Ojovan, attraverso la sua opera, ci mostra invece come attraverso la ripetizione nulla smette mai di accadere.
Il titolo stesso dell’esposizione, «Aria da capo», ci immette in questo flusso circolare, prendendo in prestito l’annotazione che Johann Sebastian Bach pose al termine delle sue Variazioni Goldberg. In musica, l'aria da capo non fa riferimento a un mero ritorno al passato, ma a un ricominciare daccapo che reca in sé tutta la ricchezza del viaggio già compiuto, impreziosito dalle variazioni o dal loro rinnovato reiterarsi. L’universo multiforme di Irina Ojovan si fonda su questa dinamica, traducendola in un'architettura visiva mossa dal respiro, da una pulsione che si sviluppa lungo l'asse della continuità. Protagonisti sono gli «Inherited Profiles», profili pittorici ereditati che agiscono come matrici dell'immagine. Sono orme cromatiche, frammenti e aloni tonali che si sovrappongono sulla carta e sulla tela, conducendo l'osservatore verso enigmatiche profondità che nascono, paradossalmente, proprio dalla stratificazione della superficie.
«Irina Ojovan. Aria da capo», Galleria 10 A.M. ART, Milano. Photo by Mattia Mognetti
Irina Ojovan, Profile K, 2022, acciaio inossidabile e cemento, 149x53x10 cm. Photo by Mattia Mognetti
L'indagine trae linfa da un territorio intimo, profondamente legato ai ricordi d'infanzia dell'artista e alla figura del padre architetto. Per dare forma agli stucchi in gesso in stile barocco, egli creava e utilizzava profili ritagliati nell'alluminio, sagome capaci di governare il vuoto e di dettare le regole dell'ornamento. Ojovan si appropria di questo metodo, tramutando quei profili in aree di intensità sia fisiche che mentali, dove le forme si evidenziano e si perdono al contempo. Come le memorie d'un tempo. Le linee non racchiudono la composizione ma la articolano attraverso una serie di quinte spaziali, scorci aperti sul passato che funzionano come giunture e separazioni, presenze ed assenze. In questo senso, i «Riss» - le separazioni e le fratture nette o incerte tra le aree pittoriche - diventano elementi strutturali imprescindibili. A loro è affidato il compito di dare fluidità e musicalità all'opera, modulando la luce su superfici che ora assorbono lo sguardo nella loro porosità, ora lo lasciano scivolare via.
La versatilità della ricerca di Ojovan non si esaurisce nel perimetro della pittura, ma si estende naturalmente nello spazio della galleria attraverso la scultura. Nei lavori in acciaio e cemento, la solidità monumentale dei materiali si lascia docilmente attraversare dall'aria, ribaltando continuamente il rapporto tra profondità e superficie, tra ciò che si manifesta e ciò che solo all'apparenza non si concretizza. La sagoma metallica inquadra un frammento dell'ambiente circostante e lo assimila, facendo sì che il vuoto si carichi di una forte valenza espressiva, in un'ambivalenza continua tra il non più e il non ancora. La scultura assume così lo statuto originario di matrice, custode di un tempo che si apre a impressioni successive e che risuona delle riflessioni di Walter Benjamin «sull'apparizione unica di una distanza per quanto questa possa essere vicina», e di quelle di Martin Heidegger sulla custodia del pensiero, che qui giocano sul crinale della percezione e del ricordo.
Proseguendo su tale polifonia di profili incrociati, ricomposti e frammentati, l'immaginario di Irina Ojovan si muove liberamente tra suggestioni storiche distanti ma segretamente affini. Vi si scorgono l'afflato spaziale e spirituale di Mark Rothko e, insieme, la compattezza iconica e quasi surreale di Konrad Klapheck o René Magritte. L'esito finale è un concerto visivo che rivendica uno sguardo inclusivo e privo di dogmatismi, capace di rinnovarsi, e di muovere dal singolare all'universale. Con l'eco musicale a donare ritmo, la memoria che funge da ancora con la realtà e la geometria a innescare il rapporto tra forme, l'arte di Ojovan trova il modo di rendere ogni ripetizione un nuovo inizio, una scintilla di possibilità.
«Irina Ojovan. Aria da capo», Galleria 10 A.M. ART, Milano. Photo by Mattia Mognetti
«Irina Ojovan. Aria da capo», Galleria 10 A.M. ART, Milano. Photo by Mattia Mognetti
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