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Nella Galleria Poggiali le figure dell’artista, prevalentemente donne e persone non binarie appartenenti a comunità nere, micronesiane, indigene, asiatiche, latine o di identità mista, emergono da una storia di marginalizzazione per affermarsi come soggetti attivi, portatori di narrazioni complesse
- Alessia De Michelis
- 27 marzo 2026
- 00’minuti di lettura
Particolare di un’opera di Gisela McDaniel
A Milano prendono vita i ritratti di Gisela McDaniel
Nella Galleria Poggiali le figure dell’artista, prevalentemente donne e persone non binarie appartenenti a comunità nere, micronesiane, indigene, asiatiche, latine o di identità mista, emergono da una storia di marginalizzazione per affermarsi come soggetti attivi, portatori di narrazioni complesse
- Alessia De Michelis
- 27 marzo 2026
- 00’minuti di lettura
Alessia De Michelis
Leggi i suoi articoliNegli spazi milanesi della Galleria Poggiali, prende forma un ambiente immersivo che invita il pubblico a ripensare identità, memoria e rappresentazione come processi dinamici e condivisi. Con «Táifnakpo’i» (dal 9 aprile), prima personale in Italia di Gisela McDaniel (classe 1995), l’artista costruisce un’esperienza che si muove tra pittura, suono e installazione, coinvolgendo lo spettatore in un dialogo intimo e politico.
Il progetto, concepito appositamente per la galleria, riunisce tredici opere (tre dipinti di grande formato e dieci lavori su carta) in cui i ritratti si trasformano in presenze vive. L’inserimento di pietre semi-preziose nelle superfici pittoriche e nello spazio espositivo amplifica una dimensione simbolica legata a protezione, resilienza e radicamento spirituale. A questo si aggiunge l’uso di interviste audio, che restituiscono voce ai soggetti ritratti, sovvertendo le gerarchie tradizionali tra artista e modello.
Le figure rappresentate, prevalentemente donne e persone non binarie appartenenti a comunità nere, micronesiane, indigene, asiatiche, latine o di identità mista, emergono così da una storia di marginalizzazione per affermarsi come soggetti attivi, portatori di narrazioni complesse. La pratica di McDaniel si configura dunque come un gesto di restituzione e ascolto, capace di interrogare i silenzi sistemici dell’arte e della cultura visiva contemporanea.
Come sottolinea Sophia Thowinsson nel catalogo, il titolo stesso della mostra (traducibile come «senza fine» o «senza morte») suggerisce una concezione non lineare del tempo, in cui la memoria ancestrale persiste e continua ad agire nel presente. In questo senso, l’identità si configura come un processo in continua trasformazione e guarigione.
Radicato nella propria eredità indigena Chamoru, il lavoro di McDaniel intreccia dimensione personale e collettiva, portando alla luce storie intergenerazionali e ampliando lo spazio della rappresentazione.