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Una veduta della Thomas Dane Gallery Naples

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Una veduta della Thomas Dane Gallery Naples

A Napoli la sintonia tra Luisa Lambri e Salvatore Emblema in una doppia sede

Un’ampia mostra divisa tra le gallerie Thomas Dane e Fonti di Napoli e il Museo Emblema di Terzigno riunisce due pratiche che affrontano lo spazio e la luce da posizioni fondamentalmente diverse, senza tentare di riconciliarle

Flaminia Gennari Santori

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«Il gesto più fondamentale del mio lavoro è l’appropriazione». Da oltre due decenni Luisa Lambri si appropria silenziosamente di architetture e opere d’arte del ’900, delineando una poetica dello spazio nella quale il rigore che governa la costruzione dell’immagine coesiste con lo stupore e la meraviglia: accorgersi di come funzionano lo spazio e la luce è un’esperienza stupefacente come scoprirono gli artisti del Minimalismo, del movimento Light and Space e dello Spazialismo, tanto indagati da Lambri; ed è l’esperienza che ci accade quando guardiamo i suoi lavori. Per creare le sue immagini Luisa Lambri fotografa, o per meglio dire abita, angoli e fessure, lame di luce e texture, intercapedini e trasparenze di architetture e opere d’arte realizzate nel periodo che va dal Modernismo classico al Minimalismo; immagini che poi allestisce secondo sequenze e in relazione con lo spazio dove noi spettatori le incontriamo e ne facciamo esperienza. In varie occasioni Lambri ha esposto dentro alle architetture o accanto alle opere da cui sono partiti i suoi lavori, e questo è il caso anche di «Luisa Lambri - Salvatore Emblema», la mostra presentata a Napoli dal 26 maggio al 30 luglio e frutto della collaborazione tra la Thomas Dane Gallery, il Museo Emblema e la Galleria Fonti, che già da un decennio ha intrapreso la riscoperta dell’artista mancato nel 2006. La mostra si snoda nei tre spazi: una villa fine Ottocento con una splendida vista sul golfo sede della Thomas Dane Gallery, l’incantevole casa studio progettata da Emblema alle pendici del Vesuvio e la Galleria Fonti in un palazzo storico a Chiaia. In ciascuno di questi luoghi, pur nel suo limpido rigore, l’appropriazione di Lambri prende forme e ritmi diversi: il ribaltamento, la conversazione, il minuetto.

L’interesse di Luisa Lambri per Salvatore Emblema viene da lontano e si nutre di una profonda consonanza di metodo: «Il lavoro di decostruzione e costruzione continuo alla base della creazione delle immagini», per usare le parole di Lambri. Appropriandosene, l’artista contemporanea usa l’antenato elettivo per il suo lavoro, e così facendo ne riattiva le opere, contribuendo a dare profondità e prospettiva a un artista eccentrico e poco conosciuto del tardo Modernismo italiano. Non è una conseguenza intenzionale: la prospettiva critica non fa parte del suo orizzonte, ma talvolta gli artisti sono in grado di far accadere cose che non avrebbero immaginato.

Napoletano, o meglio vesuviano, Salvatore Emblema (1929-2006) ha interpretato le correnti del secondo ’900 in maniera profondamente personale e intuitiva. Giovanissimo si trasferisce a Roma, dove lavora come aiuto scenografo e partecipa a qualche mostra. Nel 1956 parte per New York dove si ferma per quasi un anno e incontra Mark Rothko. A metà del decennio successivo conosce Giulio Carlo Argan, che ne scrive e lo sostiene assieme a Palma Bucarelli fino alla metà degli anni Ottanta. Segue un lungo periodo di isolamento al quale Emblema reagisce trasformando il suo studio in un museo aperto al territorio. Questi i passaggi scarnificati di una biografia estremamente suggestiva, che apre squarci sulla geografia culturale dell’Italia di fine secolo, sul modo in cui si costruivano le carriere degli artisti e sul peso della critica in un contesto fortemente ideologizzato. Ma è soltanto lo sfondo di un lavoro che combina la prensilità per le suggestioni più disparate con una ricerca rigorosa e coerente che ha il suo momento di svolta nei primissimi anni Settanta con le detessiture: quadri in juta in cui l’immagine è il risultato della detessitura di parte della superficie. Questa manipolazione del supporto lascia passare la luce facendo emergere quel che si scorge tra ciò che rimane della trama e la parete retrostante: uno spazio mobile, di ombre e trasparenze. È un approccio minimalista basato sulla sottrazione, che si interroga sulla percezione e l’esperienza di chi guarda; lo stesso approccio di Luisa Lambri. Ma il lavoro di Emblema è anche intimamente legato alla terra lavica su cui sorge la sua casa: è carico di pigmenti naturali e di interazioni con la natura circostanze, come gli alberi che dipinge in giardino. Le opere tridimensionali e ambientali degli anni Settanta declinano i temi della trasparenza e della griglia e la questione centrale dell’esperienza della visione seguendo sempre gli stessi principi: sottrazione, modularità e ritmo. Le detessiture hanno una risonanza particolare con il metodo di costruzione delle immagini di Luisa Lambri, ma la sintonia tra i due artisti va ben oltre e se ne coglie la portata quando siamo chiamati in causa come spettatori. Non c’è alcuna somiglianza tra i loro lavori: da un lato le grandi tele e le installazioni imponenti di Emblema, dall’altro immagini fotografiche minute, apparentemente sottili nella loro evanescenza e che eludono la facile decifrazione; pattern e griglie che hanno bisogno di una durata per rivelarsi: ci vuole tempo per mettere a fuoco profondità o sovrapposizioni cromatiche e scorgere la texture di una de-tessitura debolmente pigmentata. E inoltre le immagini di Luisa Lambri non viaggiano da sole: a poco a poco ci accorgiamo che esiste un ritmo che ne guida la disposizione: vanno viste e riviste mentre ci si muove nella sale di Villa Ruffo, nello studio di Emblema o nella Galleria Fonti. Ma come dicevamo, per ognuno di questi luoghi Lambri ha stabilito un ritmo diverso, per esempio scegliendo di mostrare anche lavori ispirati da altri spazi, come al Museo Emblema: architetture californiane che rimbalzano con le geometrie quasi svanite delle pitture pompeiane. E tutto risponde a una logica stringente, quella interna a ciascuno dei due artisti, e quella espositiva concepita da Lambri. Ma nulla si compie senza di noi, senza uno spettatore che si sorprende catturato dalla magia degli interstizi e da quel brivido allegro che nasce dalla scintilla tra raziocinio e stupore. Gli spazi espositivi non sono mai neutri, e in particolare in questa storia. Uno, la casa studio alle falde del Vesuvio, è un luogo incantevole progettato e realizzato da Emblema a partire dal 1967 a misura della sua famiglia e del suo lavoro. Tre volumi: un cilindro, un parallelepipedo trasparente che ospita una scala e un altro parallelepipedo con lo studio al piano terra dove la luce entra da una teoria di finestre che avvolgono lo spazio. Dai primi anni Duemila lo studio è un museo aperto al pubblico, in particolare ai ragazzi delle scuole, e quest’anno, a vent’anni dalla scomparsa dell’artista, si è costituito in Fondazione. La Thomas Dane Gallery si trova invece a villa Ruffo, costruita alla fine dell’Ottocento in via Crispi e acquistata nel 1950 dalla moglie di Benedetto Croce. Dalla veranda si gode una straordinaria vista del golfo di Napoli e proprio quella vista è stata al centro di una vicenda giudiziaria che ha fatto la storia della tutela dell’ambiente, come racconta in modo appassionante Alessandra Caputi nel libro appena uscito, In nome del paesaggio. Una battaglia legale della famiglia Croce contro la speculazione edilizia (Rubettino Editore, 2026). In breve alla fine degli anni Cinquanta fu costruito un palazzo abusivo alto trenta metri che ostruiva completamente la vista del golfo dalla villa. Al termine di una battaglia decennale, la signora Croce e le sue figlie riuscirono a far demolire due piani del palazzo; fu la prima e clamorosa demolizione di edilizia abusiva a Napoli. La mostra «Luisa Lambri - Salvatore Emblema» è un progetto profondamente legato alla storia del tardo ’900 ed è dunque quanto mai appropriato che attorno a questa conversazione tra due artisti si intreccino le storie di una battaglia ambientale che fece epoca e della casa di un artista che guardava il mondo dalle pendici del Vesuvio.

Un’opera di Salvatore Emblema

Luisa Lambri, «Untitled (Senza Titolo, Nuovo Spazio; Senza Titolo, Ricerca sullo spazio, #03)», 2026

Flaminia Gennari Santori, 24 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

A Napoli la sintonia tra Luisa Lambri e Salvatore Emblema in una doppia sede | Flaminia Gennari Santori

A Napoli la sintonia tra Luisa Lambri e Salvatore Emblema in una doppia sede | Flaminia Gennari Santori