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Giuseppe De Nittis, «Ritorno dalle corse» (particolare), 1875, Filadelfia, Philadelphia Museum of Art

Dono di John G. Johnson per la W. P. Wilstach Collection, (W1906-1-10)

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Giuseppe De Nittis, «Ritorno dalle corse» (particolare), 1875, Filadelfia, Philadelphia Museum of Art

Dono di John G. Johnson per la W. P. Wilstach Collection, (W1906-1-10)

A Palazzo Blu i nuovi «pittori della vita moderna» della Belle Époque

La mostra a Pisa curata da Francesca Dini ripercorre lo sfavillante periodo, a fine Ottocento, in cui Parigi era il centro culturale del mondo. E tra i protagonisti di quel nuovo clima, gli artisti italiani che scelsero la capitale francese come patria d’adozione, tra cui Boldini, De Nittis e Corcos

Laura Lombardi

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Si apre con immagini che sembrerebbero contraddire il titolo della mostra «Belle Époque» (fino al 7 aprile) a Palazzo Blu a cura di Francesca Dini: immagini cupe, di campi di battaglia dopo la sconfitta di Napoleone III di Sedan che sancisce la fine del Secondo Impero e la nascita della Terza Repubblica; poi Garibaldi a Digione ritratto da Sebastiano De Albertis e la Comune di Parigi, evocata da Meissonnier, da Manet e da Maximilien Luce, già con tocco divisionista, con la desolazione dei morti nella strada seppur in parte assolata. 

Un prologo pensato ad hoc per meglio far emergere quanto avviene, dopo la fine della guerra franco prussiana (pur persa dai francesi), nella «capitale del XIX secolo», come l’aveva definita anni prima Baudelaire. Si assiste infatti a una rinascita economica e industriale e all’affermarsi di una borghesia liberale che reca quello sfavillìo e quella vivacità culturale e mondana, poi indicata, appunto, come «Belle Époque». Per gli artisti sono anni di grande fortuna di mercato e Parigi premia chi, venendo dall’estero, sposa quel modello «glamour». 

In questo scenario la figura dell’artista muta: non più i pittori-soldati, che avevano militato nel Risorgimento o combattuto sulle barricate della Comune, seguaci di Proudhon, ma uomini che più corrispondono al carattere del «pittore della vita moderna» già indicato da Baudelaire (Dini cita infatti anche la figura del «flâneur»), capace di cogliere non l’assoluto ma il transitorio, l’effimero: l’uomo di mondo, che si predispone, nota la curatrice, «a cogliere nella realtà parigina che lo circonda un’etica di superficie». 

Le sezioni tematiche della mostra ricostruiscono quindi tasselli di quel nuovo clima, con alcuni dipinti provenienti da musei internazionali o da collezioni private e non più visti da anni, alcuni riattribuiti da Dini, come nel caso della tela che ritrae una giovane donna in un salotto parigino e ai piedi mazzi di fiori sul tappeto, firmato Boldini, ma da riferire invece, come confermato dalle indagini stratigrafiche, allo spagnolo Vicente Palmaroli. Quindi, pur nella ricchezza di opere fondanti il percorso dei tre italiani «francesi di adozione», Giuseppe De Nittis, Giovanni Boldini, Federico Zandomeneghi, lo sguardo si allarga all’ambiente, indagando il fenomeno della Maison Goupil, la celebre galleria d’arte «gigantesca piovra» con cui pochi possono competere, e che sancisce la fortuna dello spagnolo Mariano Fortuny (tra i dipinti, il raro la «Spiaggia di Portici», giunto da Dallas) e il dilagare di un gusto a cui i nostri italiani sono assai sensibili. Emergono inoltre figure di collezionisti ad oggi meno studiati, quali William Hood Stewart. Tra gli approfondimenti c’è quello che riguarda la casa di De Nittis a Parigi, frequentata dalla principessa Mathilde e da Émile Zola, con un nucleo di opere provenienti dal Museo di Barletta, ma anche il rapporto di Zandomeneghi con gli Impressionisti: non solo con Renoir, ben illustrato da tele in stretto dialogo, ma anche con Degas grazie al «Violinista e giovane donna » dal 1871, prezioso prestito dall’Institute of Arts di Detroit; poi Cassatt, Pissarro, Guillaumin

Il cliché europeo di un’elegante modernità, che vede l’affermarsi di una donna raffinata e disinvolta, capace di muoversi tra le luci e cristalli dei salotti, di indossare con spregiudicatezza abiti alla moda, ma anche di immergersi in letture colte, affascina, avvicinandosi alla fine del secolo, il giovane Vittorio Matteo Corcos, che ritroveremo anche nella sezione conclusiva. Né poteva mancare un capitolo dedicato all’amicizia tra Boldini, Helleu e Sargent (di cui è in corso la mostra a Parigi, ma presente a Pisa con il «Ritratto di Lady Eden» da Filadelfia), proprio negli anni in cui era intento, sotto gli occhi degli amici, a dipingere lo scandaloso «Ritratto di Madame X». 

Il riverbero di Parigi tocca anche pittori macchiaioli della seconda generazione, quali Francesco e Luigi Gioli o Niccolò Cannicci, che abbandonano i loro temi spesso incentrati sulla vita dei campi per abbracciare quel tono cosmopolita di «Impressionismo internazionale» che trionferà poi, dal 1895, alle Biennali di Venezia. Il catalogo, edito da Moebius, reca, tra gli altri, contributi di Renato Miracco, Elena Marconi, Jane Roberts

Laura Lombardi, 09 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

A Palazzo Blu i nuovi «pittori della vita moderna» della Belle Époque | Laura Lombardi

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