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Manifattura Cantagalli, «Piastrella quadrata», 1930 ca, Milano, Castello Sforzesco, Civiche raccolte d’arte applicata

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Manifattura Cantagalli, «Piastrella quadrata», 1930 ca, Milano, Castello Sforzesco, Civiche raccolte d’arte applicata

A Palazzo Medici Riccardi la Firenze Déco

Il ruolo centrale svolto da Firenze nella diffusione dell’Art Déco in Italia ed Europa negli anni Venti del ’900 attraverso ceramiche, vetri, arredi, gioielli, tessuti, abiti, manifesti e costumi di scena 

Fastosi balli in maschera di gusto orientale, affollatissimi flashmob in tuta (appena reinventata da Thayhat come capo da passeggio) in Piazza Duomo e al Piazzale Michelangelo, esotici viaggi internazionali con lussuosi bagagli firmati Guccio Gucci. Aveva una gran voglia di divertirsi la società fiorentina degli anni Venti che, sopravvissuta all’immane tragedia della Prima guerra mondiale,  partecipava al clima largamente illusorio di ottimismo, rinnovamento e stabilità promossi dal nascente regime fascista. Di ricreare le suggestioni del composito contesto artistico e culturale dell’epoca, che stemperava in declinazioni più giocose e divertite la portata democratica e politica dell’opera d’arte totale modernista, ma di cui nulla è più visibile per le strade della città, si incarica la mostra «Firenze Déco. Atmosfere degli anni Venti» a Palazzo Medici Riccardi dal 2 aprile al 25 agosto, curata da Lucia Mannini, promossa da Città Metropolitana di Firenze e organizzata da Fondazione MUS.E. Firma l’allestimento Gigi Cupellini, con un diverso colore per ogni sala. 

Il progetto curatoriale si struttura intorno a sezioni tematiche, con l’obiettivo di «rendere la mostra comprensibile anche al pubblico estremamente eterogeneo che visita il palazzo, afferma Mannini. Déco è già di per sé un termine creato a posteriori, relativo a uno stile e a un perodo molto difficili da circoscrivere e sui cui limiti cronologici e tematici tuttora si discute. Vastissimo e diversificato è anche il contributo degli artisti e delle manifatture locali, o di artisti che in quel periodo vivevano a Firenze. Per questo abbiamo inserito nel sottotitolo la parola “atmosfere”, evidenziando la volontà di estrapolare alcuni contesti, alcune letture tra i tanti possibili». Le prime sezioni si collocano tra la metà degli anni Dieci e i primi anni Venti quando, precisa la curatrice, «tornano i tanti artisti fiorentini non aderenti alle avanguardie che avevano scelto di risiedere a Parigi durante la Prima guerra mondiale, riportando in città tematiche caratterizzate da leggerezza ed evasione, come, ad esempio, il recupero del Settecento Galante. Caso esemplare è Umberto Brunelleschi, che aveva iniziato a recuperare le maschere della commedia dell’arte, soprattutto Arlecchino, già durante la guerra». E le maschere sono non a caso protagoniste anche della seconda sezione, intitolata «Le mille e una notte a Firenze» e dedicata alle feste e al teatro, testimonianze di una moda orientalista che esplode a Parigi dopo una grande festa organizzata nel 1911 dallo stilista Paul Poiret. «Qui a Firenze la ritroviamo nelle grandi feste in abiti orientaleggianti, spesso disegnati proprio da Brunelleschi, a cui partecipava il gotha della nobiltà fiorentina, come gli Antinori o i Torrigiani e che documentiamo in mostra con filmati e foto d’epoca», prosegue Mannini. 

La splendida limonaia di Palazzo Medici accoglie invece, grazie a prestiti provenienti dall’attualmente chiuso museo di Doccia e dal Castello Sforzesco di Milano, l’inconfondibile produzione ceramica Richard Ginori nei sette magici anni di direzione di Giò Ponti (1923-30), vincitore a Parigi, nel 1925, del Gran Premio dell’Esposizione Internazionale di Arti Decorative. La ceramica ritorna, alla fine della mostra, con un doveroso omaggio a Galileo Chini e alle manifatture Chini e Cantagalli, quest’ultima peraltro interessante caso di imprenditoria femminile. «Un’altra sezione è dedicata alle Biennali di Monza, quella del 1923, di cui presentiamo i disegni per arredi di Guido Balsamo Stella e dunque il filone più folcloristico e vernacolare del Déco, e quella del 1927 con il poliedrico artista fiorentino Thayhat, nome d’arte di Ernesto Michaelles, che presentò sculture, candelabri, piatti, abiti e tessuti nel gusto di un Secondo Futurismo dalle venature antiborghesi, espresse nella scelta di materiali poco preziosi, conclude Mannini. Non abbiamo comunque tralasciato la cartellonistica pubblicitaria, indagata attraverso due artisti fortemente debitori del Primo Futurismo come Nerino e Lucio Venna, e la nascita del Made in Italy. La sezione “Made in Florence” presenta infatti due splendidi abiti da sera e una parrucca in fili d’argento realizzati da sartorie locali e oggi nelle collezioni degli Uffizi, oltre a calzature di Ferragamo e ai primi esempi di valigeria firmata Guccio Gucci, che fondò la sua celebre casa di moda nel 1921». 

Giò Ponti e Libero Andreotti per Richard Ginori, «Le migrazioni delle sirene», 1928, Milano, Castello Sforzesco, Civiche raccolte d’arte applicata

Elena Franzoia, 01 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

A Palazzo Medici Riccardi la Firenze Déco | Elena Franzoia

A Palazzo Medici Riccardi la Firenze Déco | Elena Franzoia