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Guglielmo Gigliotti
Leggi i suoi articoliLa mostra «Da Vienna a Roma. Meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistoriches Museum» traghetta al Museo del Corso di Palazzo Cipolla, dal 6 marzo al 5 luglio, uno spaccato dell’arte europea del Cinquecento-Seicento. Curata da Cäcilia Bischoff, storica dell’arte del museo austriaco, l’esposizione è promossa e prodotta dalla Fondazione Roma, di cui la sede museale di Palazzo Cipolla è emanazione istituzionale. Oltre 50 le opere che giungono nella città eterna, raccolte o commissionate da componenti della dinastia degli Asburgo, e confluite nel 1776 nel museo pubblico voluto dall’imperatrice Maria Teresa: è il Kunsthistorisches Museum, uno dei più importanti della terra. Si parte con Venezia: Tiziano, Tintoretto, Veronese. E si viaggia verso la Romagna di Guido Cagnacci e il Caravaggismo depurato del tosco-romano Orazio Gentilsechi. Seguono in mostra capolavori della compagine fiamminga rappresentata da Rubens, Van Dyck e Jan Brueghel il Vecchio. La grande pittura del Secolo d’Oro olandese è rappresentata da Jacob van Rusidael, Gerard Dou e Gerard ter Borch. Per quest’ultimo, peraltro, la mostra romana segna un ritorno: nella prima metà degli anni ’40 del Seicento fu già nella città dei papi, lui protestante ma tollerato, come tutta la Schildersbent di cui fece parte, la corporazione di pittori nordici, i cosiddetti Bentvughels. Furono affiliati di questa società di mutuo soccorso, caratterizzata da goliardici riti di iniziazione ispirati a Bacco, anche altri pittori in mostra, tra cui il bambocciante Johannes Lingelbach e il tedesco Joachim von Sandrart, a Roma tra il 1629 e il 1635, dove alloggiò presso il collezionista Vincenzo Giustiniani. Altro Bentvueghel (uccello della banda) in mostra, il tedesco Jan Liss, a Roma tra il 1620 e il 1626. Il ritorno più significativo è però quello di un’opera, «L’incoronazione di spine» dipinta da Caravaggio nel 1603-05 proprio per Vincenzo Giustiniani. Tra i capolavori, anche quelli di Lucas Cranch, Diego Velázquez, Giuseppe Arcimboldo, Giovanni Battista Moroni e David Teniers il Giovane.
Afferma Franco Parasassi, presidente della Fondazione Roma: «Roma è una capitale delle culture e delle civiltà; è la città del dialogo e della sintesi fra le differenti identità che animano i valori dell’Europa. Questo progetto prende forma in una fase storica complessa e di trasformazione del processo di integrazione europeo: la nostra ambizione è quella di contribuire a ravvivare, anche attraverso il linguaggio della bellezza, l’idea stessa di Europa, fatta di identità diverse, ma di profondi valori comuni». Dello stesso avviso Jonathan Fine, direttore generale del Kunsthistorisches Museum di Vienna: «Questa mostra rappresenta molto più di un prestito di opere d’arte eccezionali: rappresenta un dialogo culturale tra Vienna e Roma. I capolavori delle collezioni asburgiche raccontano una visione europea fondata sulla diversità, la curiosità e l’apertura intellettuale. Portare queste opere in Italia per la prima volta è una potente testimonianza della capacità duratura dell’arte di creare connessioni attraverso i secoli e i confini. L’arte è un linguaggio universale che tutti comprendono, indipendentemente dal Paese o dall’epoca. E l’arte affronta temi centrali che ci riguardano da sempre come esseri umani e che sono quindi sempre attuali. Soprattutto in tempi come questi, l’arte svolge un ruolo centrale nell’incarnare importanti valori europei».
Chiediamo ancora al direttore del Kunsthistorisches: quale ruolo ebbe l’arte nella dinastia imperiale degli Asburgo?
Molti degli Asburgo erano grandi intenditori e amanti dell’arte che commissionarono o collezionarono con passione opere importanti. Erano consapevoli dell’importanza dell’arte nel trasmettere in modo vivido la loro rivendicazione di potere e nel farsi veicolo di influenza politica, e la usarono strategicamente a questo scopo. Il più importante tra i collezionisti asburgici fu l’imperatore Rodolfo II (1552-1612), uno dei più grandi intenditori che abbiano mai governato un Paese. A lui dobbiamo, ad esempio, le nostre collezioni di dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio, quasi tutti i nostri Dürer e la «Gemma Augustea». Le sue collezioni, raccolte al Castello di Praga, erano di gran lunga le più grandi e importanti al mondo.
Dove erano conservati i capolavori del Kunsthistorisches Museum prima che l’imperatrice Maria Teresa fondasse il grande museo di Vienna nel 1776?
Nel 1776 Maria Teresa fece riorganizzare la collezione di dipinti imperiali nel Belvedere Superiore, per la prima volta secondo la scuola artistica, anziché tematicamente come in precedenza. Non si trattava quindi di un museo dinastico, ma di un museo d’arte moderna, e di una delle prime collezioni principesche a essere aperta al pubblico. Tuttavia, numerosi dipinti, come i ritratti che Velázquez aveva realizzato dei suoi parenti spagnoli, o i dipinti decorativi che erano stati portati a Praga dopo il sacco svedese di Hradčany nel 1648, rimasero nei palazzi imperiali.
Qual è l’opera in mostra per le più bella o significativa?
Così come i genitori non hanno figli preferiti, i direttori di museo non hanno opere preferite, ma trovo il ritratto di bambina fatto da Velázquez mozzafiato.
Tiziano, «Marte, Venere e Amore», 1555-60, Vienna, Kunsthistorisches Museum