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Una veduta del Mumok di Vienna

© Flavia Foradini

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Una veduta del Mumok di Vienna

© Flavia Foradini

A Vienna donne alla riscossa: intervista alla direttrice del Mumok, Fatima Hellberg

A 39 anni è la più giovane nella storia dei Musei Federali austriaci: «Un museo deve avere un’energia spirituale ed essere un fulcro di discussione, un luogo in cui si attui anche un dialogo tra arte dei nostri giorni e la storia dell’arte»

Flavia Foradini

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La fine del 2025 ha portato a Vienna cambiamenti, la maggior parte al femminile, al vertice di numerose istituzioni culturali e artistiche. Mentre molti enti sono già affidati a direttrici (dal Belvedere con Stella Rollig all’Albertina Modern con Angela Stief, dalla Biblioteca Nazionale con Johann Rachinger al MAK con Lilli Hollein, dal Museo Ebraico con Barbara Staudinger alla Kunsthalle con la francese Michelle Cotton), una nuova tornata di nomine ha portato Ulrike Kuch all’Accademia di Arti Applicate, l’americana Jennifer Sliwka alla guida della Pinacoteca del Kunsthistorisches Museum e Verena Kaspar-Eisert alla Heidi Horten Collection.

La decisione che potrebbe avere incisive conseguenze sul paesaggio museale della capitale austriaca è tuttavia quella di affidare le redini del Mumok a Fatima Hellberg, che con i suoi 39 anni si presenta come la più giovane direttrice nella storia dei Musei Federali austriaci. Abbiamo incontrato la storica dell’arte svedese, proveniente dal Kunstverein di Bonn, che ha gestito dal 2019.

Circa 5 milioni di persone transitano nel Museumsquartier ogni anno, ma seppure collocato nel cortile centrale del grande complesso culturale, il Mumok fa registrare in media 200mila visitatori. Una criticità questa, assieme a sovrapposizioni nelle collezioni con altri musei viennesi, che finora non ha visto miglioramenti essenziali.
L’affluenza è certo un indicatore di come funziona un ente. Ma un riposizionamento ha bisogno di tempo e io vorrei muovermi passo dopo passo, iniziando dal contenuto delle mostre, come faccio sempre. Mettere grandi cartelli sulla facciata non cambierebbe nulla. La questione portante è che cosa esponiamo, e in seconda battuta come comunichiamo ciò che esponiamo, sviluppando via via una sorta di firma del museo. Se vogliamo essere un ente vivo, capace di sentire quando è il momento giusto per un certo progetto, in modo da contribuire a dare forma al nostro tempo, dobbiamo perciò lavorare per essere aperti, inclusivi, in grado di attirare un pubblico con sfondi variegati.

La collezione del Mumok è fortemente centrata sull’arte americana e tedesca degli anni ’60 e ’70, ma come Museo Federale dedicato all’arte moderna e contemporanea la missione non dovrebbe essere più ampia?
Una larga parte della nostra collezione deriva da Peter e Irene Ludwig e un punto di forza è appunto quel nucleo in comodato da noi dal 1979. Da una prospettiva odierna, come in molte altre collezioni mancano opere che non rientrano nella prospettiva eurocentrica e le donne sono sottorappresentate, dobbiamo essere uno specchio della nostra società. Dunque abbiamo sicuramente molto da fare. Tuttavia le lacune sono anche uno stimolo a trovare vie per procedere, perché la nostra collezione cresce non solo grazie a nuove acquisizioni, bensì in virtù di come la consideriamo. Abbiamo indubbiamente opere di grande qualità. Il «Mouse Museum» di Claes Oldenburg è un capolavoro e «Audio-Video Underground Chamber» di Bruce Nauman è un documento storico e anche una sorta di autoriflessione del museo. Abbiamo stupende opere di Warhol o Schwarzkogler. E abbiamo l’ultimissima opera di Lutz Bacher, morta nel 2019, «Firearms»: un’installazione che a prima vista può sembrare una sorta d’inventario di pistole, ma se si considera ogni singolo pannello emerge un sottofondo di sofferenza e la domanda urgente sul perché vi siano le pistole, visto che portano violenza. Penso a un programma espositivo che punti fortemente sulla collezione di casa e misceli narrazioni maggiori e minori, artisti internazionali e locali, grandi nomi e nuove scoperte.

Come procederà per acquisire nuova linfa in termini di opere?
La nostra collezione è sempre stata interdisciplinare, non è mai stata arte «pura», bensì sempre interfacciata con letteratura, musica, teatro, dibattito politico. C’è sempre stato il tentativo di collocare l’arte nella società, creando un luogo di confronto. Questo è il Dna del Mumok. E anche per me un museo deve avere un’energia spirituale ed essere un fulcro di discussione, un luogo in cui si attui anche un dialogo tra arte dei nostri giorni e la storia dell’arte. Dunque da un lato dobbiamo procedere con curiosità, trovando, attivando, sostenendo giovani artisti, ma sempre guardando a come eravamo. Nelle nostre opere degli anni ’60 e ’70 si vede fra l’altro una certa audacia: c’era la convinzione di poter cambiare le strutture della società, di poter agire politicamente, e questo spirito lo si può ripensare nell’oggi. Per esempio partendo da un’artista come Kate Millett, che è probabilmente più conosciuta come scrittrice e attivista, e di cui «Terminal Piece» del 1972 è stato il mio primo acquisto per il Mumok e sarà al centro della mostra in cartellone a giugno. O come Anna Viebrock, che viene dal teatro. Gli artisti a cui penso non sono circoscritti a un certo ambito. Se prendiamo per esempio l’Azionismo Viennese, mi interessano più le figure al margine, che si sono caratterizzate per altro: la fotografa Cora Pongratz o il cineasta Kurt Kren. Io lavoro spesso con artiste per periodi lunghi e le migliori collaborazioni si sviluppano quando si conosce davvero qualcuno. L’artista georgiana Tolia Astakhishvili, con cui sono in dialogo da oltre dieci anni, avrà una mostra personale qui da noi. Nel complesso miro a offrire ai nostri visitatori un’esperienza il più possibile articolata e sinergica con altri ambiti, perché così è la vita, ma la complessità non deve necessariamente essere elitaria: può essere comunicata a diversi livelli.

Flavia Foradini, 08 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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