Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoliPer Josef Albers (1888–1976) il colore non era mai stabile, cambiava continuamente in relazione alla luce, allo spazio e ai colori vicini. Figlio di un falegname e decoratore della Ruhr tedesca, è cresciuto tra venature del legno, superfici, materiali e lavorazioni artigianali, sviluppando molto presto un’attenzione quasi fisica per la materia, le proporzioni e il modo in cui forme e colori modificano la percezione degli oggetti. Dopo l’ingresso al Bauhaus nel 1920, quella sensibilità artigianale si trasforma progressivamente in una ricerca radicale sul vedere: pittura, design, vetro e teoria del colore divennero per Albers strumenti per dimostrare come la percezione non sia mai assoluta ma sempre instabile e relazionale. Nonostante Giuseppe Panza di Biumo non ne abbia mai collezionate, a Villa Panza le sue opere trovano un luogo ideale. Nelle stanze affacciate sul parco i suoi celebri quadrati sembrano avanzare, arretrare, vibrare silenziosamente nello spazio, trasformando il tempo della visione in una pratica lenta introspezione. Con “Josef Albers: Meditations”, il FAI e la Josef & Anni Albers Foundation dedicano all’artista tedesco una delle mostre più rilevanti degli ultimi anni in Italia, riportando al centro una figura che dal Bauhaus alla Yale University ha ridefinito il modo di pensare colore, percezione e spazio. Curata da Nicholas Fox Weber su invito di Gabriella Belli e visibile fino al 10 gennaio 2027, riunisce ventinove opere provenienti da importanti collezioni pubbliche e private europee e americane, molte raramente esposte. Il percorso mostra come Albers abbia trasformato il colore in uno strumento capace di modificare spazio, luce e percezione, dando forma a un itinerario percettivo pensato per gli spazi della villa lavorando sul rapporto tra opere, architettura, luce naturale e tempo dell’osservazione.
Josef Albers, Young Prediction (Homage to the Square), 1954 e Study for Homage to the Square: Green Gleam, 1963. Collezione Privata. FAI - Villa e Collezione Panza. Foto di Michele Alberto Sereni, courtesy Magonza. © The Josef and Anni Albers Foundation/SIAE, Rome 2026
La mostra illustra con chiarezza quanto la sua ricerca abbia rappresentato uno degli antecedenti fondamentali delle esperienze artistiche raccolte dal collezionista varesino. Le indagini sulla luce, sul colore, sulla percezione e sull’esperienza immersiva dello spazio che attraversano la collezione Panza — da Dan Flavin a James Turrell, da Robert Irwin alle ricerche monocromatiche americane degli anni Ottanta — trovano infatti nell’opera di Albers una matrice teorica e visiva decisiva. Il legame con Villa Panza sfocia dunque in un confronto diretto tra diverse genealogie della percezione. Albers appare qui come figura capace di mettere in relazione Bauhaus, minimalismo, arte ambientale e astrazione percettiva americana, mostrando come molte delle ricerche che Giuseppe Panza avrebbe poi sostenuto derivino da un’idea dell’opera come esperienza mentale e sensoriale più che come oggetto rappresentativo. Pittore astratto, designer, teorico del colore e docente, Josef Albers nasce nel 1888 a Bottrop, in Germania. Dopo l’ingresso al Bauhaus nel 1920, diventa uno dei protagonisti della scuola tedesca fino alla sua chiusura nel 1933 per mano del regime nazista. Trasferitosi negli Stati Uniti insieme alla moglie Anni Albers, artista tessile tra le figure più importanti del modernismo del Novecento, Albers insegna prima al Black Mountain College e poi alla Yale University School of Art, formando intere generazioni di artisti americani. La sua ricerca si concentra progressivamente sullo studio delle interazioni cromatiche e sul modo in cui il colore modifica la percezione dello spazio e delle forme. Le due serie centrali in mostra — Variant/Adobe e Homage to the Square — rappresentano il punto più radicale di questa indagine.
Josef Albers, Young Prediction (Homage to the Square), 1954. Collezione privata. Foto di Tim Nighswander/Imaging4Art. FAI - Villa e Collezione Panza. © The Josef and Anni Albers Foundation/SIAE, Rome 2026
Josef Albers, Study to Homage to the Square: New Island, 1957. Kunsthalle Recklinghausen, Germania. Foto di Ferdinand Ullrich. FAI - Villa e Collezione Panza. © The Josef and Anni Albers Foundation/SIAE, Rome 2026
Avviata nel 1946, Variant/Adobe nasce dai numerosi viaggi di Albers in Messico e America Latina. L’artista rimane colpito dalle architetture in adobe, dai muri colorati, dalla luce e dalla geometria essenziale delle costruzioni vernacolari. Attraverso strutture compositive semplici e ripetibili, Albers inizia a sperimentare accostamenti cromatici sempre più sofisticati, utilizzando il colore come fenomeno instabile capace di modificare continuamente la percezione dello spazio. La geometria non serve qui a costruire ordine razionale, ma a creare condizioni percettive variabili e ambigue. Nel 1950 questa ricerca evolve ulteriormente con Homage to the Square, il progetto più sistematico e ambizioso dell’artista, al quale lavorerà fino alla morte nel 1976, realizzando oltre duemila dipinti e stampe. Attraverso quadrati concentrici apparentemente identici, Albers dimostra come un colore cambi radicalmente in relazione ai colori vicini. Ogni opera diventa così un esperimento ottico e psicologico sulla relatività della percezione. I quadrati non sono mai realmente statici: il lieve decentramento verso il basso produce tensioni quasi impercettibili che generano profondità, movimento e instabilità visiva. A Villa Panza queste opere vengono presentate nelle otto stanze del primo piano affacciate sul parco, in un allestimento costruito per rallentare il tempo della visione. Weber organizza il percorso attraverso consonanze e attriti cromatici, guardando all’arte nel suo complesso, senza i vincoli dell’ordine cronologico. Nelle prime sale prevalgono bianchi lattiginosi, gialli aciduli e tonalità rarefatte di opere come Lone Whites, Ascending, Polar e Dimly Reflected, dove le variazioni di tono sembrano emergere lentamente dalla superficie. Progressivamente il percorso introduce aranci, rosa, rossi e contrasti più intensi, fino ad arrivare ai bruni, ai grigi e ai neri profondi di Night Sound, Dark e Profundo, dove il colore sembra quasi assorbire la luce.
Josef Albers, Orange Front, 1948-58, Fondazione Solomon R. Guggenheim, New York. Donazione, The Josef and Anni Albers Foundation in onore di Philip Rylands per il suo continuo impegno a favore della Collezione Peggy Guggenheim, Venezia. FAI - Villa e Collezione Panza. Foto di Michele Alberto Sereni, courtesy Magonza. © The Josef and Anni Albers Foundation/SIAE, Rome 2026
L’allestimento utilizza il vuoto come elemento attivo. Le opere non vengono addensate ma isolate nello spazio, lasciando che pareti, silenzio, luce naturale e distanza partecipino all’esperienza percettiva. È una scelta profondamente coerente con l’idea di contemplazione lenta che ha sempre caratterizzato Villa Panza e che Giuseppe Panza considerava essenziale per l’esperienza dell’arte contemporanea. In questo contesto il colore agisce attraverso la retina anche sul corpo stesso del visitatore, modificando percezione spaziale, orientamento e durata dello sguardo. Tra i prestiti più importanti Orange Front dalla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia e Homage to the Square dal Musée d’Art Moderne di Parigi, insieme a opere raramente accessibili provenienti direttamente dalla Josef & Anni Albers Foundation. Nicholas Fox Weber ha scelto i lavori privilegiando dipinti che permettessero di costruire un’esperienza intima e meditativa. Il rapporto tra Albers e la collezione Panza viene ulteriormente approfondito nella Scuderia Grande, dove il FAI presenta gli Stable Paintings di Phil Sims — ciclo di cinque grandi tele monocrome ispirate ai colori della Madonna del Parto di Piero della Francesca — insieme a Cesarino’s Bone (Maria’s Mirror) di Richard Nonas, installazione minimalista mai esposta prima. Qui emerge con particolare evidenza l’eredità di Albers sulle ricerche monocromatiche americane, sull’arte minimale e sulle pratiche ambientali del secondo Novecento. Phil Sims, artista profondamente legato alla ricerca cromatica e spirituale della pittura monocroma americana, lavora infatti sulla vibrazione minima del colore e sulle variazioni quasi impercettibili della luce naturale. Richard Nonas interviene invece sullo spazio attraverso una presenza scultorea essenziale e meditativa che modifica il modo in cui il corpo attraversa l’ambiente. Entrambi i lavori mostrano come l’influenza di Albers non riguardi soltanto la teoria del colore, ma una più ampia ridefinizione del rapporto tra percezione, spazio e attenzione. La mostra permette al visitatore di sperimentare il modo in cui il colore costruisce relazioni, tensioni, profondità e stati percettivi, una dimensione esperienziale che lega profondamente Albers alla visione di Giuseppe Panza di Biumo: entrambi consideravano l’arte come uno strumento capace di modificare il modo di guardare e, di conseguenza, il rapporto con la realtà.
Altri articoli dell'autore
Per i trent’anni del Veneto Institute of Molecular Medicine, la mostra «La terra è blu come un’arancia» al Museo della Natura e dell’Uomo dell’Università di Padova mette in dialogo opere da Giotto a Leonardo, da Fontana a Burri, Kandinsky e Damien Hirst con immagini prodotte nei laboratori di ricerca biomedica
Ottanta opere ricostruiscono il paesaggio domestico delle grandi famiglie senesi tra Quattro e Cinquecento, riportando cassoni nuziali, letti dipinti, spalliere istoriate e arredi dentro l’universo simbolico, politico e quotidiano delle dimore aristocratiche dell’epoca
Dal 22 al 24 maggio alle OGR Torino, 42 gallerie internazionali, talk con musei e istituzioni europee, premi, archivi e nuove riflessioni su fotografia, IA e cultura visiva
Dal 12 maggio i silos del cantiere della futura archeostazione Venezia ospitano Futuro a Vista, il nuovo capitolo di Murales in cui Pierpaolo Ferrari, co-fondatore di Toiletpaper, apre il sipario sulla città che sta prendendo forma



