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Giovanni Ozzola

Courtesy SAYWHO.

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Giovanni Ozzola

Courtesy SAYWHO.

Abissi e infinti di Giovanni Ozzola, tra ciò che vediamo e ciò che siamo «costretti a immaginare»

Durante la Biennale, da Beatrice Burati Anderson, Ozzola esplora la soglia tra interno ed esterno, tra realtà e sogno. Con «Albedo – You See Me in the Twilight», l’artista trasforma antichi magazzini in spazi di luce e riflessione, dove gesto, percezione e architettura dialogano con l’infinito

Nicoletta Biglietti

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Guardare. Per Gormley è un atto fisico, quasi anatomico – «il cranio stesso che diventa finestra e luogo di creazione». Per Leopardi è una soglia: impedisce la vista, obbliga a fermarsi. Per Bachelard è uno spazio interiore, dove l’immaginazione prende forma prima ancora di diventare immagine. Giovanni Ozzola lavora lì. In quel punto di pressione tra ciò che vediamo e ciò che siamo «costretti a immaginare». E nella mostra «Albedo – You See Me in the Twilight» a Venezia, l’artista invita a misurare la distanza tra interno ed esterno, a percorrere la soglia tra presente e infinito, e tra realtà e sogno.

Presentata da Beatrice Burati Anderson in collaborazione con Galleria Continua, «Albedo» è un progetto espositivo ideato per la 61° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. La mostra si articola negli spazi di antichi magazzini trecenteschi nel sestiere di San Polo, lungo il Rio de la Madoneta. L'esposizione è concepita come un organismo binario: due ambienti che si fronteggiano da una sponda all'altra del canale, uniti visivamente e connessi da un attraversamento in barca. Il Rio de la Madoneta cessa di essere un confine geografico per diventare una soglia attiva, un passaggio fisico e sensoriale che coordina l'esperienza del visitatore tra le due sezioni del corpo espositivo.

Il percorso inizia con «Dust on my memories», dove cinque campane in bronzo marittimo, incise a mano, sono disposte nello spazio come fari sonori silenti. In mare, la campana afferma una posizione; qui, l'immobilità del bronzo sposta l'attenzione dal suono alla visione, preparando il visitatore al salto successivo. Dalle porte d'acqua è visibile «Matteo», video installazione che ritrae un arciere non vedente nell'istante dello scocco. È un monumento al gesto irripetibile: l'arciere non mira con gli occhi, ma con una calibrazione interiore. Il cortocircuito è immediato: la cecità del soggetto diventa la condizione per una visione più profonda, attivando una tensione tra l'orizzonte fisico e quello immaginario.

Nella seconda sezione della mostra, le opere fotografiche inedite – tra cui «Faro 7, una notte di marzo – Venezia» e «Candela» – agiscono come una costellazione di simboli. La luce naturale che filtra dalle porte d'acqua interagisce con le superfici, creando un'ambientazione che fluttua tra interno ed esterno. Opere come «La vida y la muerte me estan desgastando» e «Sunset with faith» aprono brecce visive nelle pareti dei magazzini, alterando la percezione dello spazio architettonico e rafforzando il rapporto tra corpo e anima, tra reale e irreale.

La ricerca di Ozzola si concentra sulla concettualizzazione dell'infinito e dell'esplorazione, intesa sia come atto geografico che introspettivo. Il centro del suo lavoro è la soglia: il punto di contatto dove l'interno e l'esterno smettono di essere opposti. Non c'è enfasi narrativa, ma una volontà quasi scientifica di catturare il variare della luce come materia che dà forma al mondo. L'idea è quella del mostrare per sentire: l'immagine non documenta un luogo, ne mette in relazione due dimensioni. L'essere umano è inteso come una superficie sensibile compressa tra due orizzonti: la vastità del cosmo e l'abisso dell'esperienza interiore. In questa zona di contatto, l'opera diventa uno strumento di orientamento, un segnale per rendere leggibile la propria posizione nello spazio e nel tempo.

Questa sua ricerca non è isolata, ma si innesta in una rete di riferimenti culturali. Il richiamo al sublime di Caspar David Friedrich è strutturale: se nei dipinti del Romanticismo tedesco la figura umana è posta di fronte all'infinito, in Ozzola la natura è mediata dall'architettura. Il limite fisico non nega l'infinito, lo definisce. Questa tensione spirituale e l'uso della luce come materia che fonde tutto richiama l'astrazione luminosa di Mark Rothko, dove la visione diventa un atto di trascendenza, o le indagini di James Turrell sulla percezione come atto creativo.

Sul piano letterario, la poetica dell'Infinito di Giacomo Leopardi è il parallelo più stretto: la siepe o il muro di Ozzola sono ostacoli necessari che, limitando la vista, attivano il sentimento dell'immenso e quel turbamento che l'artista definisce come necessario per la conoscenza di sé. È un'esplorazione che ha il sapore dei labirinti di Jorge Luis Borges, una ricerca di ordine nel caos dell'universo e della memoria. In questo senso, Ozzola applica la lezione di Gaston Bachelard sulla capacità degli spazi di influenzare la vita interiore, trasformando architetture dimenticate in scrigni di memoria e soglie per l'immaginazione. È un tentativo di trovare un modo autentico di abitare il mondo, riconoscendo la propria posizione attraverso l'apertura della luce. In «Albedo», Giovanni Ozzola ci ricorda che l'infinito non è solo una distanza da percorrere, ma una dimensione che portiamo dentro. La soglia non è un confine che separa. È l'unico luogo in cui è possibile l'incontro tra la materia e l'eterno.

Nicoletta Biglietti, 05 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Abissi e infinti di Giovanni Ozzola, tra ciò che vediamo e ciò che siamo «costretti a immaginare» | Nicoletta Biglietti

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