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Kane Calì, «Attention Is All You Need 1»

Photo Lisa Attard

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Kane Calì, «Attention Is All You Need 1»

Photo Lisa Attard

Abitare la collezione: Joanna Delia a Malta

Nel cuore di Valletta, una raccolta che nasce dalla vita e restituisce una scena

 

Valentina Casacchia

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Il nome de La Valletta deriva da Jean Parisot de La Valette, che nel 1565 guidò la difesa dell’isola contro l’assedio ottomano e, l’anno successivo, fondò una nuova città: un impianto politico e militare costruito da zero per controllare il Mediterraneo e proteggere Malta. Oggi Valletta è la capitale di uno Stato indipendente, dopo una lunga presenza britannica conclusa nel 1964 e il passaggio a repubblica nel 1974. Il reticolo originario è intatto, strade ortogonali, bastioni continui, affacci sul mare che riflettono la pietra calcarea; il profumo del centauro maltese nell’aria che accompagna una vivace stagione artistica. Fino al 29 maggio è visitabile la seconda edizione della Malta Biennale 2026, curata da Rosa Martínez e diffusa tra Valletta, Vittoriosa e Gozo con oltre 130 artisti e 28 padiglioni, tra gli altri Maurizio Cattelan (Padova, 1960) e Salvatore Arancio (Catania, 1974).

Noi però siamo qui per altro, per capire dove il collezionismo prende forma nel quotidiano, in una realtà come quella maltese in cui, proprio perché gli attori sono pochi, le figure decisive si notano abbastanza. Joanna Delia, medico specializzato in medicina estetica, che con la sua attività clinica da People & Skin incoraggia artisti locali emergenti e affermati, supportandone produzione, formazione e opportunità espositive, ci accoglie nella sua residenza, una casa familiare su quattro livelli, alta e stretta «come una matita», con una terrazza trasformata in giardino. La dimora è stata progettata da Simon Bernard Grech (model.mt) mentre l’estensione successiva è firmata da Jens Breunslow.

 

Arcangelo Sassolino, «Untitled»

Charlene Galea, «Multiple Persona». Photo Lisa Attard

Qui abitare e collezionare coincidono: i lavori entrano nei gesti di tutti i giorni, si posano sui divani, attraversano le stanze, sono una compagnia fissa. «Ogni opera che possiedo l’ho comprata perché volevo viverci. Volevo viverci fisicamente, ma soprattutto volevo possedere quell’idea racchiusa lì e assicurarmi che viaggiasse nel futuro, trasmettendo ciò che l’artista voleva comunicare, che fosse un pensiero, un concetto o un’intuizione». Non c’era intenzione, «è semplicemente successo. Gli oggetti hanno iniziato a convivere».

La raccolta, in continua espansione, conta oltre 550 opere tra fotografia, scultura, pittura e supporti misti, includendo installazioni e pratiche performative, e riunisce più di 200 artisti. Tutto è cominciato negli studi degli artisti: «Venti anni fa ho iniziato a visitarli, entrando nel loro processo e portando via ogni volta un pezzo; poi Lily Agius ha aperto la sua galleria e mi inviava i cataloghi prima delle inaugurazioni, così riservavo sempre qualcosa, anche per sostenerla. Negli anni ho contribuito alla gestione di Valletta Contemporary, vedendo i lavori in anticipo e scegliendone ogni volta uno o due».

Col tempo è diventato un passaggio quotidiano, artisti e curatori vi si incontrano per discutere progetti, dalle iniziative autonome alla direzione artistica di grandi eventi, fino alle candidature per la Biennale di Venezia o quella di Gwangju. «Mi capita spesso di innamorarmi di un’opera ancora prima che si materializzi. I miei acquisti rimangono intuitivi, una connessione, un momento da “oh mio Dio”». Delia frequenta fiere e settimane dell’arte, ma concentra le acquisizioni su artisti legati a Malta «mi risuonano, e ho capito che stavo costruendo un racconto nel tempo». Il rapporto con le gallerie resta centrale: anche quando entra in contatto diretto con gli artisti, preferisce affidarsi a questi interlocutori: «credo nel ruolo della galleria, senza l’apporto dei galleristi è difficile dare visibilità internazionale». Poi, in un sistema a misura d’uomo come l’isola, le relazioni si consolidano rapidamente e diventano strumenti fondamentali, tra collaborazioni e disponibilità verso l’esterno. Con Kat e Mark di R Gallery di Sliema si è articolata una rete di artisti contemporanei, fatta di momenti condivisi e produzioni parallele, capace di estendersi anche oltre il territorio, fino a Momentum a Berlino.

Non mancano le fiere, momento di confronto e scoperta. «Alle fiere mi sento come una bambina in un negozio di caramelle, sopraffatta in modo bellissimo». L’esperienza è intensa, fatta di linguaggi e provenienze che convivono per un attimo, ma non orienta le scelte, che maturano nel tempo. Con l’aumento dei numeri si è resa necessaria una struttura, un gruppo segue catalogazione e documentazione. Ne fanno parte Lisa Attard, fotografa e book designer; Maria Muscat, editor e cataloguer, attiva anche nel progetto Maltarti, piattaforma di mappatura e connessione della scena contemporanea maltese; e Haydon Grima, responsabile dell’archivio. Parallelamente sta prendendo forma una pubblicazione, Art in the House, dedicata all’arte maltese nel primo quarto del XXI secolo.

 

Charlie Cauchi, «The Line Ends»

John Paul Azzopardi, «Acherontia Atropos». Photo Lisa Attard

Il corpus è ripartito tra più proprietà, anche in hotel, e partecipa a mostre; il prestito è una prassi abituale. La vendita è esclusa. Delia non ha mai ceduto niente né intende farlo, sarebbe «come strappare una pagina da un romanzo». Non c’è rimpianto, anche le acquisizioni più legate a transizioni o ricordi lontani trovano una collocazione precisa. In fondo «sono come gli snob della stanza. C’è posto anche per loro».

Alcune vicende si sviluppano nel tempo. È il caso di un artista inseguito per oltre un anno e mezzo, autore di interventi performativi temporanei e inizialmente restio a cedere. Il lavoro, realizzato nel museo nazionale con una forte componente anticoloniale, arriva dopo una lunga negoziazione e inaugura un’amicizia duratura. Tra le acquisizioni più recenti, un’installazione di peluche unicorno mutilati e colorati dell’artista Emma, che si fa chiamare Personifikazzjoni, presentata alla The Society of Arts, e «Untitled» (2025) di Arcangelo Sassolino (Montecchio Maggiore, 1967), parte di «Diplomazija Astuta», realizzata per il Padiglione Malta alla Biennale di Venezia 2022, un ambiente immersivo ispirato alla «Decollazione di San Giovanni Battista» di Caravaggio.

Vale la pena menzionare la scultura «Acherontia atropos» (2016) di John Paul Azzopardi, in ossa, legata a un percorso che l’artista, nato a East London nel 1978 e attivo a Malta, ha presentato anche alla Biennale di Venezia del 2017 nel padiglione «Homo Melitensis»;

Charlie Cauchi, artista e filmmaker multidisciplinare si muove tra video, suono, testo, archivio e ambienti costruiti. Rappresenterà il paese alla prossima Biennale insieme ad Adrian Abela e Raphael Vella con il padiglione «No Need to Sparkle», invito a risiedere nell’incertezza come condizione del presente. La ricerca di Charlene Galea, più concettuale, si colloca tra identità digitale e fisica: mediante performance e composizioni testuali, utilizza abiti e movimento per interrogare il corpo contemporaneo, con attenzione alla dimensione femminile e ai sistemi di comunicazione. Su un piano affine anche Keit Bonnici, artista e designer transdisciplinare, la cui pratica intreccia in modo critico identità, educazione, architettura e storia.

Accanto alla collezione avanza anche una proposta in Sicilia: la ristrutturazione del borgo di Palmanera, pensato come soggiorno d’artista e rifugio per donne vittime di violenza domestica, sviluppato con l’ONG SOAR e con Shakira Fenech. La posizione è netta e ci convince «una collezione racchiude i sentimenti complessi di un’epoca. Non dovrebbe essere smembrata». Il valore sta nella sua capacità di documentare una società e un’epoca, e conservarne la traccia.

Kane Calì, «Attention Is All You Need 1». Photo Lisa Attard (dettaglio)

Keit Bonnici, Għandna Salib, «In Dependence». Photo Lisa Attard

Valentina Casacchia, 15 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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