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Valentina Casacchia
Leggi i suoi articoliGli storici dell’arte, si sa, hanno sempre avuto un debole per le definizioni. Heinrich Wölfflin (1864–1945) sosteneva che «non tutto è possibile in ogni epoca», a suggerire che anche lo sguardo ha una sua storia. Aby Warburg (1866–1929) inseguiva invece le immagini nei loro viaggi nel tempo, convinto che riemergessero come memorie ostinate. Erwin Panofsky (1892–1968) preferiva scavarne i significati sotto la superficie delle forme, mentre Ernst Gombrich (1909–2001), col suo british humour, tagliava corto: «l’Arte con la A maiuscola non esiste, esistono soltanto gli artisti». Probabilmente avevano tutti ragione. L’unica certezza è che la storia dell’arte non è mai stata, e mai sarà, una scienza esatta: procede per confronti, intuizioni e verifiche sempre revocabili. È successo anche di recente, con Rembrandt van Rijn (1606–1669), quando il proprietario di un quadro ritenuto di bottega si è trovato invece tra le mani un’opera del maestro.
Un caso simile riguarda Luigi Koelliker e la «Cattura di Cristo» di Bartolomeo Manfredi (1582–1622), pittore lombardo tra i principali interpreti del naturalismo caravaggesco. Nel 2002 il dipinto passò da Dorotheum come opera di un discepolo; studi successivi hanno riaperto il caso restituendolo con decisione alla mano di Manfredi. La scena raffigura il momento in cui Giuda indica Cristo con il bacio. La composizione riprende un modello di Caravaggio conservato a Dublino, ma con le figure invertite e con quella intensità drammatica e malinconica che caratterizza la pittura di Manfredi e il suo ruolo nella trasmissione della «maniera» alla generazione di artisti di base a Roma negli anni Dieci del Seicento. Nato a Milano da una famiglia svizzera originaria del Canton Zurigo, trasferitasi in Italia nell’Ottocento e attiva prima nel tessile e poi nell’industria automobilistica, Luigi Koelliker è un imprenditore di successo e un mecenate nel campo delle arti figurative. Negli anni ha sostenuto fondazioni di studi, musei e riviste d’arte, finanziando mostre, cataloghi e restauri importanti: dalla «Pietà Rondanini» di Michelangelo alle «Sette opere di misericordia» di Caravaggio, oltre a diversi interventi al Museo Poldi Pezzoli di Milano. A lui si deve inoltre il patrocinio per il recupero della Fondazione Longhi, di cui è consigliere, e il sostegno alla rivista «Paragone». Si definisce un collezionista onnivoro, a indicare che la conoscenza non procede per compartimenti stagni. Oggetti molto diversi possono condividere lo stesso orizzonte mentale se qualcuno sa metterli in relazione. Così un ritratto seicentesco, un astrolabio, un’armatura da samurai, un orologio notturno, una maiolica, un amo da pesca o perfino un pavimento francese finiscono per dialogare tra loro, quando lo sguardo è allenato a riconoscere legami inattesi.
Sguardo che si forma poco più che ventenne a contatto con l’antiquario milanese Sandro Orsi (1925–2006) e frequentando eminenti musei e dimore storiche europee. Come quando, in occasione del Gran Premio di Spagna e su invito di Benetton, visitò a Siviglia la Casa de Pilatos, residenza dei Medinaceli, una delle più antiche casate aristocratiche spagnole, dove convivono elementi mudéjar, gotici e rinascimentali italiani.
La raccolta milanese, custodita in via Fontana e chiusa ai più, è cresciuta negli anni fino a comprendere migliaia di elementi. All’origine c’è una curiosità inesauribile e un forte impulso allo studio, tipico di chi ha iniziato presto a lavorare seguitando a imparare da autodidatta. Dai francobolli ai soldatini, fino alla pesca, con canne, mosche artificiali e perfino dipinti ottocenteschi dedicati al tema, tutto rivela l’indole del vero connoisseur, attratto da ciò che può essere osservato, studiato e ricondotto con pazienza al grande «catalogo delle cose». Curiosamente però la prima vera palestra resta l’arte contemporanea, grazie all’amicizia con Freddy Battino (1949), storico dell’arte allievo di Giulio Carlo Argan (1909–1992), già direttore della Galleria Blu e capo dipartimento di Arte moderna e contemporanea al Ponte Casa d’Aste, e con Giorgio Marconi (1926–2020), tra i galleristi più influenti del dopoguerra.
Bartolomeo Manfredi, «La cattura di Cristo». Courtesy BKV Fine Art
Gian Lorenzo Bernini, «Cristo alla Colonna». Courtesy BKV Fine Art
Negli anni Ottanta entrano opere di Valerio Adami (Bologna, 1935), Hsiao Chin (Shanghai, 1935) ed Emilio Tadini (1927–2002), accanto a quelle di Gino De Dominicis (1947–1998), al quale è dedicata un’intera stanza. In qualche caso gli artisti venivano persino remunerati in automobili, secondo un singolare sistema di baratto. Con il tempo il baricentro si sposta verso l’arte antica: costa meno ed è meno riconoscibile, quindi più esposta alla dispersione. «Ho sempre comprato per la qualità», racconta. Teste adrianee, frammenti archeologici, tele lombarde, un giovane Tiziano, opere di Daniele Crespi (1598–1630), attribuzioni e riscoperte maturate attraverso una continua ricerca. La sola sezione pittorica supera le milleottocento unità e documenta numerose scuole italiane. Si evince una predilezione per la figura e soprattutto per il ritratto, dove si concentrano tensioni, caratteri e ambiguità. «Soffermarsi davanti a un ritratto è incontrare una persona. La guardi negli occhi e cerchi di capire che cosa c’è dietro». Tra i pesi massimi compaiono appunto Tiziano Vecellio(1488/90–1576) e Orazio Borgianni (1574–1616). Di quest’ultimo è esemplare la «Testa di donna anziana», oggi al Metropolitan Museum di New York: uno studio in cui il pittore abbandona la forma ufficiale del ritratto per concentrarsi sull’intensità dell’espressione. La sagoma sorge dal buio trafitta da una luce radente che accentua il realismo del volto, trasformando l’immagine in una riflessione sulla vecchiaia e sulla mortalità. Borgianni fu tra gli interpreti più originali della lezione di Caravaggio. Il naturalismo caravaggesco costituisce qui uno dei nuclei più significativi. Ne è esempio Juan Bautista Maíno (1578–1649), presente con la «Salomè con la testa di san Giovanni Battista».
Quando questo capitolo della pittura seicentesca non godeva ancora dell’attenzione attuale, Koelliker fu tra i primi collezionisti a distinguerne il valore. Allo stesso clima appartiene Nicolas Régnier (1588–1667), pittore fiammingo attivo a Roma e Venezia. Un suo dipinto al Nationalmuseum di Stoccolma fa parte di una rara serie di scene di carnevale: un giovane addormentato viene disturbato con una miccia accesa mentre una ragazza invita lo spettatore al silenzio. L’invenzione iconografica rivela l’originalità narrativa dell’artista nella fase romana. Un altro notabile reparto riguarda Gian Lorenzo Bernini (1598–1680), con «Autoritratto mentre disegna», «Ritratto del poeta Virginio Cesarini»,«Levantino sdraiato» e «Cristo alla colonna», dipinti che negli ultimi decenni hanno contribuito a riaprire il dibattito sul Bernini pittore, meno noto rispetto allo scultore e architetto celebrato dalla storia dell’arte.
Keilau Eberard detto Monsù Bernardo, «Ritratto della marchesa Veralli e di cinque suoi figli». Courtesy BKV Fine Art
Affiora inoltre una costante attenzione per ciò che il mercato trascura: oggetti vintage, consumati o danneggiati, talvolta destinati all’oblio. L’acquisto diventa così l’inizio di un percorso di conoscenza: prima l’intuizione, poi il restauro e infine l’indagine che ricostruisce provenienza e attribuzione.
L’area di interesse si estende ben oltre e comprende statue antiche e moderne, medaglie, maioliche tra le più importanti in ambito privato, monetieri, mobili, argenti, tessuti antichi, strumenti musicali e scientifici, astrolabi. E ancora gli «orologi notturni», meccanismi che tra XVII e XVIII secolo permettevano di leggere l’ora al buio grazie a una candela nascosta nell’ingranaggio, oltre alle molte testimonianze della ritrattistica romana del II secolo d.C. Non manca l’arte orientale poi, in tante sue forme.
A Roma, in deposito alla Galleria Spada di Palazzo Spada, si trova il «Ritratto della marchesa Maria Veralli con cinque figli» (circa 1663–1665), assegnato a Eberhard Keil detto Monsù Bernardo (1624–1687), pittore danese operante a lungo in Italia. Di questo patrimonio sterminato, distribuito in più sedi e racchiuso in luoghi in gran parte riservati, si occupa BKV Fine Art, realtà nata a Milano alla fine del 2023 dall’incontro tra Paolo Bonacina, Edoardo Koelliker e Massimo Vecchia. Con un approccio di collection management aggiornato e database di nuova concezione, il lavoro riguarda la revisione e la conferma delle identificazioni alla luce degli studi più recenti.
«Nella nostra visione di galleristi, dichiarano Bonacina, Koelliker e Vecchia, «la commistione di generi ed epoche trova qui il suo riferimento naturale e ci permette di differenziare la proposta culturale e commerciale. Ed è anche grazie al contributo della Collezione che abbiamo potuto realizzare in galleria mostre come “Perdere la testa” (2024) e “Strozzi - Manzoni. Presenza Assenza” (2025)».
D’altra parte, collezionare significa accettare l’incertezza e mettere continuamente in discussione le proprie scelte. È il vero moto della conoscenza. «Rifarei tutto, anche gli sbagli», ci saluta Luigi Koelliker.
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