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Il laboratorio di scultura dell’Accademia Albertina di Belle Arti, Torino

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Il laboratorio di scultura dell’Accademia Albertina di Belle Arti, Torino

Accademie e Università d’arte, fra integrazioni e questioni aperte

L’equiparazione formale ha ridisegnato il sistema della formazione. Ma restano differenze strutturali per percorsi formativi e sbocchi professionali

Marco Enrico Giacomelli

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Dal 2022, le Accademie di Belle Arti, al pari degli altri istituti appartenenti al comparto AFAM – Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica, rilasciano titoli di studio che sono equivalenti a quelli universitari. L’articolazione del percorso, nella gran parte dei casi, è dunque la medesima: un primo ciclo triennale, un biennio magistrale o specialistico che dir si voglia e, infine, dall’anno accademico 2024/25, il dottorato di ricerca.

Si tratta di un’equivalenza «de jure» ma con tante, forse troppe, disparità fra i due ambiti. Due esempi: la disparità salariale; i fondi di ricerca, che nel comparto AFAM in sostanza non esistono, un dato in contraddizione con l’esistenza dei dottorati di ricerca.

Focalizzando lo sguardo sull’offerta formativa delle Accademie di Belle Arti, le tradizionali differenze tendono a sfumare. Se prima l’università era percepita come un luogo di studi prevalentemente teorici e l’accademia come un luogo di immediata immersione pratica, ora le tendenze si sono decisamente intrecciate. In ambito universitario si sono moltiplicati i corsi di laurea di natura applicativa, sia nelle facoltà che storicamente ne erano sprovvisti (soprattutto in area umanistica), sia nelle facoltà dove la vocazione era già permeata da questa esigenza (esempio eloquente sono i corsi di design all’interno dei Politecnici). D’altro canto, il mondo delle Accademie si è mosso in due direzioni divergenti, spesso contemporaneamente: da un lato si ravvisano casi in cui, soprattutto nei bienni specialistici, si spinge sul tasto della formazione teorica. Dall’altro, in maniera assai più diffusa, le Accademie hanno ampliato il ventaglio dell’offerta formativa, sia nel triennio che nel biennio, in ambiti che il Ministero dell’Università e della Ricerca definisce «applicativi».

Senza addentrarci nella nomenclatura specifica delle Accademie, che talora si differenzia da quella universitaria (ad esempio: nelle accademie sono chiamate «scuole» quelli che in università sono chiamati «corsi di laurea»), ricordiamo che le Accademie sono articolate in tre dipartimenti: quello più classico è «Arti visive», e al suo interno si trovano le quattro scuole di Pittura, Scultura, Decorazione e Grafica (si noterà che le ultime due iniziano già a ibridarsi con l’idea di applicazione); «Progettazione e Arti applicate» comprende le scuole di Scenografia, Progettazione artistica per l’impresa, Nuove tecnologie dell’arte, Fotografia, Cinema e Restauro (quest’ultimo è in realtà un ciclo quinquennale unico); infine, il dipartimento di «Comunicazione e didattica dell’arte», articolato in Comunicazione e valorizzazione del patrimonio artistico da un lato, Didattica dell’arte dall’altro.

Cosa è deducibile da questa complessa articolazione? Innanzitutto che l’equivalenza tra «futuro artista» e Accademia è altamente riduttiva. Perché nelle Accademie vengono sì formati – per quanto sia possibile – i futuri pittori, scultori ecc, le cui opere vedremo esposte, glielo auguriamo, in gallerie e musei. Ma vengono formate anche molte altre professionalità, siano esse interne o esterne al cosiddetto mondo dell’arte. In taluni casi si tratterà di professionalità che trovano percorsi formativi equivalenti anche all’Università, in altri casi, invece, l’unica via per acquisire quel genere di professionalità è frequentare l’Accademia.

Permangono alcune criticità. Senza affrontare qui la tassonomia ministeriale, che ad esempio riserva alla grafica  - o più specificamente alla cosiddetta «grafica d’arte» - un posto tra le arti visive mentre inserisce la fotografia tra le arti applicate, ben più rilevante, quando si tratta di scegliere un percorso o di coadiuvare qualcun altro in questa scelta, è la chiarezza di metodi e mezzi adottati nel percorso. E qui, pur con le debite peculiarità che ogni Accademia e ogni Università possiede, una differenza generale si ravvisa: a parità «teorica» di percorso, è l’ambiente circostante che cambia. Prendiamo ad esempio la didattica e la mediazione dell’arte: un percorso universitario sarà meno legato all’esperienza professionale a venire, mentre un percorso in Accademia porrà gli studenti a contatto quotidiano con gli attori del sistema dell’arte – soprattutto artisti – che di loro avranno presto necessità. È un aspetto sul quale andrebbe fatta maggior chiarezza, evitando apparenti doppioni e connotando in maniera netta i piani di studio. Anche a costo di rinverdire distinzioni obsolete e talora antipatiche: vogliamo stabilire che chi frequenta cinema all’Università è avviato alla critica e chi invece lo frequenta in Accademia è avviato alla regia? Sarà un approccio magari smentito dai futuri percorsi dei discenti, ma che non rischia di indurre in errore chi si trova di fronte a decine, se non centinaia, di opzioni. Seconda criticità, il numero imponente di alternative. Non è facile trovare un equilibrio fra l’espressione delle peculiarità territoriali e un’astratta articolazione top down. Ma l’impressione è che negli ultimi anni la prima opzione abbia preso il sopravvento in maniera talvolta incontrollata, facendo nascere corsi triennali e biennali, soprattutto nei dipartimenti di Progettazione e Arti Applicate, con titolazioni molto eterogenee. Ma questo è il vizio più veniale. Il problema è che, talvolta, tali corsi nascono anche con l’obiettivo di intercettare nuovi iscritti, senza che questo sia sempre accompagnato da una valutazione pienamente adeguata degli spazi a disposizione né delle professionalità in seno alle Accademie stesse. Il risultato è che rischiano di esservi corsi intitolati a immersività e realtà virtuali (un esempio fra tanti) che prevedono lezioni in spazi non sempre adeguati, dove le attrezzature tecnologiche non sono sempre disponibili o, se presenti, devono essere montate e smontate, per permettere alle stesse aule di essere utilizzate anche per altri insegnamenti; o materie molto specialistiche che richiederebbero docenti individuati attraverso procedure di chiamata più agili e rapide, mentre i tempi amministrativi risultano spesso lunghi e complessi, portando a fare affidamento prevalentemente sull’organico in ruolo, con un conseguente sovraccarico di quest’ultimo e un livello di offerta didattica non sempre pienamente allineato alle specificità richieste. Infine, si osservano corsi con titolazioni particolarmente attrattive e aggiornate che, all’analisi dei piani di studio, corrispondono, ad esempio, a percorsi di Pittura di impostazione tradizionale integrati da moduli specialistici di durata limitata.

Marco Enrico Giacomelli, 06 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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