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Una veduta dell’allestimento della mostra «Aftershock» di Ai Weiwei al MaXXI L’Aquila

Foto © Giorgio Benni. Courtesy della Fondazione MaXXI

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Una veduta dell’allestimento della mostra «Aftershock» di Ai Weiwei al MaXXI L’Aquila

Foto © Giorgio Benni. Courtesy della Fondazione MaXXI

Ai Weiwei all’Aquila, esempio di resilienza dopo la catastrofe: «La creazione equivale a una lotta»

«Aftershock», la mostra dell’artista cinese nella sede aquilana del MaXXI, è un omaggio all’attuale Capitale italiana della Cultura, ma non dimentica un altro spaventoso sisma: quello di Sichuan del 2009

Samantha De Martin

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Non appena Ai Weiwei spalanca la finestra della prima sala che accoglie la sua mostra, «Aftershock», tra le linee barocche di Palazzo Ardighelli, gli ultimi residui del sisma che ha colpito l’Aquila nel 2009 soffiano su «Straight», l’opera che apre il percorso.

In questa installazione, realizzata appositamente per gli spazi che ospitano la sede aquilana del Museo nazionale delle Arti del XXI secolo, i tondini arrugginiti recuperati clandestinamente dalle scuole distrutte dal terremoto di Sichuan del 2009, costato la vita a oltre 90mila persone, delle quali 5.197 studenti, rilavorati dallo studio dell’artista, dialogano con lo squarcio della dirimpettaia Chiesa di Santa Maria in Paganica. Questi monumenti commemorativi dell’arte contemporanea, appositamente creati da Ai Weiwei per la Capitale Italiana della Cultura 2026 nell’ambito della mostra curata da Tim Marlow, guardano anche all’impalcatura che, nell’omonima piazza, sorregge la chiesa promettendo al monumento un nuovo futuro.

«L’Aquila, e in particolare questo Palazzo, ha detto Ai Weiwei, durante la presentazione alla stampa della mostra in corso dal 29 aprile fino al 6 settembre, rappresentano la migliore location per questo progetto. È molto importante esporlo in una città che abbia condiviso un’esperienza simile a quella di Sichuan, in modo che entrambe possano dialogare con il processo di ricostruzione che ha caratterizzato l’Aquila stessa».

Poi soffermandosi sul proprio processo creativo ha detto: «Ogni volta che si cerca di creare un’opera d’arte si avvia una sorta di lotta, un combattimento. Da un lato si deve cercare di rispondere a un’emozione, dall’altra bisogna tener conto di alcuni aspetti storici, caratteri estetici che non devono essere sottovalutati, ma anche valori che si vogliono esprimere. La forma deve in qualche modo rispondere a questa esigenza e la forma che vedrete oggi è l’unica possibile nata da una necessità, senza altre possibilità di sorta. Quando si produce un’opera d’arte bisogna sempre essere onesti perché nel momento in cui smette di esserlo si rischia di fallire».

Ed è sulla scia di questa onestà che l’artista ha voluto documentare su una parete del percorso i nomi dei 5.197 bambini morti nella tragedia di Sichuan, informazione che le autorità tengono nascosta. Da qui il conflitto, ancora in corso, con il Governo cinese, che ha portato all’arresto di Ai Weiwei, nel 2011, per 81 giorni, e, ancora prima, a una emorragia celebrale conseguente al pestaggio da parte della polizia.

Il pubblico di Palazzo Ardinghelli avanza sotto un velo mimetico in cui l’artista rielabora pattern militari di camuffamento e dissimulazione, dove immagini di gatti, soggetti ricorrenti nei suoi lavori, emergono e si dissolvono tra forme vorticose. «Per alcuni la guerra è guerra, per altri la guerra è una cara madre», recita un proverbio ucraino tradotto in luce dal neon nel cortile d’ingresso.

In questo attraversamento lungo cinquant’anni di pratica artistica, ci si ferma, si ragiona, si torna indietro, ci si interroga sulla persistenza delle conseguenze, su ciò che resta dopo l’evento, sulla violenza, la perdita, ma anche su quanto possa essere costruito attraverso la responsabilità contenuta in un atto di visione.

Oltre all’impatto duraturo delle catastrofi naturali e dei conflitti generati dall’uomo, a temi che spaziano dalla corruzione alla tragedia, ma anche alla forza della resilienza umana e alla potenza dello sforzo creativo, la mostra si sofferma su un Ai Weiwei collezionista di antichità cinesi, per il solo scopo di «connettersi alla propria cultura». Nella Sala 8 la sequenza di tre fotografie «Dropping a Han Dynasty Urn» del 1995 attira l’attenzione sulla distruzione deliberata del passato da parte del Partito Comunista Cinese. A terra giacciono resti frammentari di sculture in porcellana blu di Ai Weiwei distrutti nel 2018 assieme a uno dei suoi studi di Pechino. Si passa alle teche con gli oggetti del desiderio. In una sorta di cortocircuito tra oggetto rappresentato e materiale utilizzato, un rotolo di carta igienica scolpito nel marmo diventa un anti-monumento, un oggetto inutile, e al tempo stesso legato all’offerta di beni quotidiani all’inizio della pandemia.

Una semplice gruccia, uno dei pochi oggetti concessi all’artista per potere asciugare il bucato la sera, diventa simbolo dell’oppressione durante i suoi 81 giorni di detenzione segreta. Da questi richiami ai lavori giovanili che evocano l’influenza di Man Ray e Duchamp si passa alle reinterpretazioni di soggetti iconici di autori come Munch, Van Gogh, Ed Ruscha, rielaborati con i mattoncini giocattolo usati dai bambini per dare forma a costruzioni fantasiose.

Attraverso l’impiego di materiali eterogenei, dalla porcellana al marmo, dal vetro di Murano, con cui trasforma il classico lampadario veneziano in un brutale promemoria dei disastri creati dall’uomo tra teschi umani, scheletri, organi interni, fino all’uso di oggetti della quotidianità come bottoni, ma anche i mattoncini giocattolo, l’artista costruisce un linguaggio che altera i comuni sistemi di valore. Il ricordo dei libri d’arte europea di suo padre restituisce invece una bella riproduzione del dipinto «Atlanta e Ippomene» di Guido Reni.

L’opera invita a guardare il mondo da prospettive diverse e, pur nascendo dalle esperienze vissute dall’artista, diventa paradigma universale. L’urgenza da cronista di Ai Weiwei di «andare a vedere», la sua scelta di affrontare il dramma dei migranti e dei rifugiati, si captano in lavori come «Floating» (2016) tre segmenti di video girati con l’i-Phone. Lo ritroviamo a bordo di un’imbarcazione, mentre riflette sul destino dei suoi precedenti passeggeri, tra piccole tracce di oggetti che restano, come una Bibbia e un biberon.

Ma forse l’immagine più potente resta quella in cui Ai Weiwei rievoca la tragedia del piccolo Alan Kurdi, il bambino siriano di tre anni morto al largo della costa turca nel vano tentativo di raggiungere la Grecia. In «After the Death of Marat» (2019) l’artista, ritraendosi nella stessa posizione del piccolo Alan sulla spiaggia di Lesbo, il volto all’ingiù, invita tutti noi a fare altrettanto. Anche i sei giubbotti di salvataggio per adulti, recuperati dall’artista a Lesbo, sono reperti muti di una lotta umana e della tragedia senza fine di chi ce l’ha fatta e di chi no.

 

 

Una veduta dell’allestimento della mostra «Aftershock» di Ai Weiwei al MaXXI L’Aquila. Foto © Giorgio Benni. Courtesy della Fondazione MaXXI

L’Aquila entra nel museo e dialoga con le opere

L’ultima parola spetta al curatore, Tim Marlow, direttore e amministratore delegato del Design Museum di Londra.

Esiste un momento di frattura nell’arte di Ai Weiwei?
Gli 81 giorni di detenzione segreta durante i quali l’artista è stato con una guardia perennemente vicino hanno, senza dubbio, avuto un impatto, comportando una frattura, forse non evidente. Negli stessi anni veniva prodotta «Straigth» che aveva a che fare con una ricerca della verità. Forse è lì dentro che questo senso di frattura si percepisce.

Che significato assume, in questo percorso lungo cinquant’anni, la mostra realizzata per l’Aquila? E che impatto avrà, secondo lei, sul pubblico?
L’opera realizzata per la mostra dell’Aquila ha davvero un significato profondo. Sicuramente il legame e il contesto avranno un profondo effetto. In qualsiasi luogo ci troviamo in mostra troviamo un collegamento con la città. Per Ai Weiwei è molto importante che le finestre siano lasciate aperte e che da ogni parte sia possibile cogliere una prospettiva della città, da un monumento non ancora ricostruito fino al Gran Sasso. L’architettura è la città stessa che entra nel museo e dialoga con le opere.

Alla luce della situazione geopolitica internazionale ritiene ancora che l’arte possa avere un ruolo salvifico? E qual è l’effetto che questa mostra potrebbe avere, magari sulla politica?
Per me c’è una speranza. Non possiamo solo immaginare che ci siano degli oppressori. Ed è proprio questo metterci in discussione, questo porci delle domande, che può aiutarci a cambiare le cose.

Prossimi progetti, da curatore ma anche da direttore del Design Museum di Londra?
Il 1° maggio aprirà al Design Museum la mostra «Nigo: From Japan with Love» dedicata alla visione e all'eredità del designer e direttore creativo giapponese Nigo, prima mostra nel Regno Unito che presenta il suo poliedrico lavoro creativo, insieme a oggetti vintage e manufatti tradizionali provenienti dalla sua collezione personale.

Dove ci porterà prossimamente Ai Weiwei?
Personalmente non vedo l’ora di vedere «Ai Weiwei: Button Up!», la grande mostra che inaugurerà a Manchester il 2 luglio. In quel contesto, per 24 ore, dalle 17 del 3 luglio alle 17 del giorno successivo, l’artista terrà una performance nella quale rimetterà in scena la sua vita in carcere, durante gli 81 giorni di detenzione, dormendo, mangiando, andando in bagno.

Samantha De Martin, 29 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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