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Uri Aran, «The Good Route (Cookies)», 2024

Courtesey dell’artista e Matthew Brown

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Uri Aran, «The Good Route (Cookies)», 2024

Courtesey dell’artista e Matthew Brown

Al Madre il sottile umorismo di Uri Aran

La prima mostra museale in Italia dell’artista israeliano riunisce 170 opere tra lavori storici e produzioni recenti in cui ricorrono alcuni temi: animali, linguaggio, studio, emozione e recitazione

Olga Scotto di Vettimo

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«Untitled (I Love You)» è la prima mostra museale in Italia di Uri Aran (Gerusalemme, 1977), artista di metà carriera che vive da 25 anni a New York e a cui il Madre di Napoli ha dedicato un’ampia retrospettiva, visitabile fino al 18 maggio nelle sale del terzo piano. Nelle intenzioni della curatrice Eva Fabbris, direttrice del museo napoletano, l’esposizione diventa un dispositivo spaziale ed emotivo in cui circa 170 opere, tra lavori storici e produzioni recenti, vengono rimesse in circolo entro un nuovo ordine, pensato dall’artista in stretto rapporto con l’architettura del museo. Il risultato non è una mera ricognizione di oltre vent’anni di lavoro, né un percorso di visita cronologico, ma una complessa macchina percettiva, fatta di echi, rimandi, slittamenti e improvvise condensazioni di senso, in cui ogni opera rinvia all’altra, costruendo una costellazione emozionale e percettiva. Nei video, nelle installazioni, nei dipinti, così come nelle immagini e nei segni, ricorrono alcuni indizi proposti da Aran non tanto come contenuti da decifrare, quanto come evidenze della fragilità dei dispositivi attraverso cui pretendiamo di dare forma al reale. Secondo un andamento circolare, favorito nel percorso di mostra dalla successione delle sale del museo, tavoli, animali, fototessere e dipinti concorrono a costruire una sorta di unico ambiente, all’interno del quale si possono tuttavia individuare alcuni nuclei principali.

Innanzitutto, gli animali, veri o di plastica, fotografati e ripresi dalla videocamera («Untitled (I Love You)», 2012; «Teachers», 2025; «Tenants», 2025), esclusi dal linguaggio funzionale, rappresentano per Aran un campo privilegiato da cui leggere i meccanismi dell’affezione e della proiezione che regolano i rapporti, mettendo in luce le strutture linguistiche, relazionali ed educative che determinano i comportamenti dell’essere umano e il suo modo di relazionarsi. In «Untitled» (2006), commuovente video dell’abbraccio tra l’artista e il cane, Aran mostra una forma di relazione che evidenzia il limite del dire, ma anche le implicazioni culturali, le gerarchie indotte e le costruzioni normative che sottendono all’atto di ordinare, classificare e nominare. La presenza nelle sue opere dei biscotti (cookies), intesi come ricompensa normalmente offerta indistintamente al bambino e al cane, va letta, infatti, come una riflessione proposta dall’artista sul tema dell’educazione, intesa come sistema coercitivo di regolazione dei comportamenti e di consacrazione del merito.

L’altra macroarea su cui lavora Aran è il linguaggio, che si presta ad ambiguità e a slittamenti semantici. In opere come «Bread Library» (2025), il linguaggio diventa un archivio profumato, costituito da pani a forma di lettere, che l’artista cataloga, aprendo a molteplici possibilità di senso; mentre il video «Untitled (Baryshnikov)» (2008), in cui Aran invita un uomo a ripetere con sempre maggiore enfasi la stessa affermazione, si trasforma in un vero e proprio campo di negoziazione. Altro riferimento costante in mostra è lo studio, e soprattutto il tavolo da lavoro, spazio emotivo in cui le cose vengono appoggiate, accumulate e lasciate invecchiare secondo un ordine solo apparentemente caotico, come accade per gli oggetti trovati, gli appunti, i disegni, le sculture e le tecnologie obsolete di «All This Is Yours» (2010) e di «Camp» (2016). Tuttavia, per Aran il tavolo rappresenta anche il principio di addomesticazione alle convenzioni, che la società normalizza e replica anche in altri spazi, come gli uffici e gli studi medici.

L’emozione è l’altra coordinata proposta dall’artista e dalla curatrice per orientarsi in mostra. Oggetti comuni, come pane e biscotti, palline da gioco, barattoli, ma anche odori e suoni (in particolare la musica che, in crescendo, accoglie il visitatore in alcune sale), agiscono come attivatori emotivi della memoria legata all’infanzia, che Aran non intende idealizzare. Un filo rosso lega i lavori, ed è un umorismo sottile, che emerge forse soprattutto in alcuni video, in cui il linguaggio è filtrato dalla recitazione, altro tema indagato in mostra, e ne rivela con maggiore evidenza l’ambiguità. Aran, infatti, include frequentemente altre persone all’interno del suo processo di ricerca, affidando loro azioni e compiti da ripetere nel tempo. Emblematico, in tal senso, il video «My Friend» (2020), in cui l’artista filma il suo amico Harry, spesso presente anche in altri lavori, mentre ripete una serie di frasi, trasformando l’enunciazione in uno spazio di attrito tra intenzione, voce e significato.

Una veduta della mostra «Untitled (I Love You)», 2026 di Uri Aran al Museo Madre di Napoli. Foto: Amedeo Benestante

Olga Scotto di Vettimo, 20 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Al Madre il sottile umorismo di Uri Aran | Olga Scotto di Vettimo

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