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Arabella Cifani
Leggi i suoi articoliIn questi giorni, per San Valentino, come tenero atto d’amore per i cittadini il Comune di Torino ha issato un grande cuore fatto di fiori (tutt’attorno ha una corona di saggina rossa che potrà poi essere recuperare per scope da cortile) in un angolo di Piazza San Carlo con una sottostante composizione che dovrebbe alludere all’amore. L’effetto è quello di una corona funeraria, tanto è vero che in parecchi ci siamo domandati chi era morto o chi era l’illustre che si stava commemorando in piazza.
Anche i carnevali a Torino, oggi come oggi, ci azzeccano poco: la città è impoverita e ingrugnata. Niente a che fare con Viareggio, Venezia, Nizza, ma anche solo con lo Storico Carnevale di Ivrea, o con quello, tutto allegro di mascherine, di Chivasso, tanto per ricordarne due regionali famosi. Che non si veda che c’è allegria, per carità, l’area delle giostre carnevalizie è stata sbattuta lontano dal centro dove inizia, fra la nebbia, la tangenziale nord.
Eppure non siamo mica sempre stati così. Nel celebre libro Il passaggio per l’Italia con la dimora di Parma, pubblicato a Bologna nel 1608 , l’illustre pittore Federico Zuccaro ha dedicato ampi brani al racconto degli usi e costumi della corte di Torino e dei torinesi all’inizio del Seicento. L’artista notava che i «popoli di qua dal Piemonte in specie sono molto dediti a conviti, danze e suoni (…) non ci è villa, né castello o città che non abbia luogo pubblico di feste e danze (…) e tutto l’anno il popolo vi si ricrea ballando e danzando». La fama festaiola dei piemontesi, in particolare dei torinesi, era anzi tale da originare il proverbio: «Al popol di Turino pane vino e tamburino».
Nel Seicento, forse anche grazie alle estrose e galanti donne di casa Savoia, il Carnevale divenne una gran cosa, a corte e anche per la città. Si facevano balli in costume che imitavano quelli della reggia del re Sole, balletti teatrali con coreografie straordinarie, banchetti. Era soprattutto l’occasione per spazzare via per qualche tempo un po’ di preti e riuscire finalmente ad amoreggiare in pace. A cominciare da Cristina di Francia (1606-63), la prima Madama Reale, giunta a Torino nel 1619 sposa tredicenne di Vittorio Amedeo I e grazie soprattutto al contributo del suo favorito Filippo d’Agliè (1604-67) con cui intrecciò, fra un balletto e l’altro, una lunga storia d’amore. Filippo, bello, elegante, divertente, raffinato coreografo, fu un instancabile organizzatore delle feste di corte e in tal modo si procurò un posto notevole nella storia dell’evoluzione del balletto da festa di corte a fatto d’arte.
Frontespizio dell’album di Giovanni Tommaso Borgonio per il balletto, con coreografia di Flippo d’Agliè, «Il Gridelino», messo in scena a Torino l’ultimo giorno di Carnevale del 1563, Torino, Biblioteca Nazionale Universitaria
Giovanni Michele Graneri (Torino, 1708-62), «Scena di mercato con commedia dell’arte»
Il successo di opere come «Gli habitatori dei monti», «Il balletto degli alchimisti», «Il Dono dei Re dell’Alpi a Madama Reale», «Il Gridelino», che conobbero larga fortuna anche in Francia e furono rappresentate a Versailles, lo testimonia. I balletti si preparavano per l’ultimo giorno di Carnevale ed erano grandi eventi fatti per parlare agli occhi. Oggi ci appare misterioso come i cortigiani riuscissero a trovarli divertenti: le storie erano assolutamente improbabili, seppure lo sono ancora di più quelle delle attuali fiction turche, americane o nostrane che la tv ci propina. I balletti presentavano anche acrobazie ridicole, scene burlesche e grottesche, artifici ed erano «imbottiti», in pieno stile barocco, di «concettosi ammaestramenti», ingegnose metafore, come i riferimenti al tema delle vanità e degli inganni d’amore, o allusioni politiche. Veramente troppa roba per un solo balletto che alla fine doveva risultare farcito come un cappone. In alternativa si poteva dormire beatamente mentre la festa si srotolava e arrivavano i rintocchi della mezzanotte che segnavano il rinnovato trionfo di preti e Quaresima.
Fra i primi balletti rappresentati è «Il Carnevale languente» andato in scena il 3 marzo 1647. Una vicenda strampalata che prendeva spunto dalla teoria umorale di Ippocrate associata a quella dei quattro elementi e dei quattro caratteri formulata da Anassimene di Mileto e in seguito ripresa e sviluppata da Galeno ed Empedocle. Capirete che spettacoli del genere erano riservati ad una élite colta in grado di capirli (ho i miei dubbi sul fatto che li capissero in molti). Erano comunque balletti esteticamente bellissimi per costumi, scene e musiche che chiudevano carnevali spesso fatali durante i quali le dame e i cavalieri si innamoravano danzando. Come quando, durante il Carnevale del 1667, Gabriella Caterina di Marolles, quattordicenne e bellissima, si trovò a ballare per e con il duca Carlo Emanuele II di Savoia nel balletto «Il Falso Amor bandito, l’Humano ammesso et il Celeste esaltato». Evidentemente il Carnevale ammetteva anche molto l’amore umano perché la contessina, «dama d’onore» della seconda duchessa Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours (1644-1724), intrecciò con il giovane duca una torrida vicenda amorosa, si ritrovò incinta e venne precipitosamente fatta sposare a un nobiluomo compiacente che si prese in un unico pacchetto la cospicua dote, le corna e il bambino.
Giovanni Michele Graneri (Torino, 1708-62), «Una festa in un castello piemontese»
Pietro Domenico Olivero, «L’arrivo dei saltimbanchi», 1738
E poi c’era il popolo, che aveva in realtà poco da festeggiare fra pesti, guerre e carestie, ma che a Carnevale qualche divertimento se lo concedeva comunque. I dipinti piemontesi, soprattutto quelli settecenteschi, segnatamente quelli di Pietro Domenico Olivero (1679-1755), di Angela Maria Pittetti detta Palanca (1690-1763) e di Giovanni Michele Graneri (1708-62) ci presentano una Torino settecentesca ricca di belle dame e di popolane allegre, di cavalieri e di salumieri gaudenti e bonariamente maliziosi; di frati e religiosi, che non avevano in orrore le cose del mondo. A Torino il carnevale era dunque un momento di gioia e baldoria: quadri come quelli di Pietro Domenico Olivero lo illustrano bene, a cominciare da quello in cui un curioso carro allegorico trascorre tra ali di folla festante. Ma c’erano anche le maschere: in molti dipinti si vedono in azione Arlecchino, Rosaura e Pulcinella. Più eleganti invece i carnevali illustrati da quella singolare figura di artista che fu la Palanca. Più grassocci e popolari quelli del Graneri dove pare di sentire odore di polenta fritta, minestroni di cotiche e fagioli, salsicce sfrigolanti innaffiate dal barbera. Cessati i fasti del Seicento, anche nel Settecento nel periodo del Carnevale i nobili e la corte facevano festa e nei palazzi si allestivano ogni sera a gara balli raffinati, ai quali partecipava spesso il duca con i familiari. Con l’Ottocento i Carnevali torinesi divennero famosi in Europa e vere e proprie istituzioni, con il Gran Bogo, un fantoccio dal grande testone fatto di budella gonfiate, portato da Parigi nel 1860 dal pittore Carlo Pittara e utilizzato come divinità carnevalizia in un salone del Palazzo Graneri, sede del Circolo degli artisti. Tutto ciò dovrebbe fare capire ai lettori quali vene di follia ristagnassero sotto il compassato abito dei torinesi fino a inizio Novecento. Poi venne l’industrializzazione a passo di marcia, la Fiat, l’inquadramento operaio e politico e due guerre. Per una volta che la città provò a festeggiare un carnevale in modo un po’ più vistoso (erano previsti carri, musiche e feste di strada), il 13 febbraio 1983, prese fuoco il cinema Statuto con 64 morti.
Diceva Goethe nel Viaggio in Italia che il carnevale «non è una festa che si offre al popolo, ma una festa che il popolo offre a sé stesso». Era così certamente ai suoi tempi, ma oggi come oggi Torino non ha forse più da offrire né da offrirsi nulla. Ci credono solo più i bambini che pensano veramente di essere una fata, una dama, un corsaro o un supereroe. E restano nelle strade grigie e nebbiose solo pugnetti di coriandoli e lacerti di stelle filanti calpestate.
Tavola dell’album di Giovanni Tommaso Borgonio con una scena della coreografia di Filippo d’Agliè per il balletto «Il Gridelino», messo in scena a Torino l’ultimo giorno di Carnevale del 1563, Torrino, Biblioteca Nazionale Universitaria
Un costume per il balletto «Il Carnevale languente» messo in scena a Torino il 3 marzo 1647, tavola dell’album di Giovanni Tommaso Borgonio conservato alla Biblioteca Reale di Torino
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