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Giacomo Borlone de Buschis, «Danza macabra», 1484-85, Bergamo, Oratorio dei disciplini di Clusone (particolare)

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Giacomo Borlone de Buschis, «Danza macabra», 1484-85, Bergamo, Oratorio dei disciplini di Clusone (particolare)

La tragedia di Capodanno a Crans Montana evoca i molti Trionfi della Morte

Con l’avvento del Cristianesimo, tra il Tardo Medioevo e il Rinascimento le opere ritraevano le vittime preferite dalla «Nera Signora», giovani e belle, come i quaranta ragazzi la cui vita è stata prematuramente stroncata in un momento di festa

Arabella Cifani

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Nella notte più scintillante e allegra dell’anno la morte si è appostata, beffarda, davanti a quella bettola alpina travestita da locale elegante della località sciistica svizzera di Crans Montana. Aspettava il suo bottino e lo ha avuto falciando la vita di 40 ragazzi, quasi tutti minorenni, fra i 14 e i 17 anni. Provenivano da Svizzera, Francia, Italia, Portogallo, Belgio, Romania e Turchia, e per la maggior parte erano appena usciti dall’infanzia, ignari ancora di tutto, trepidanti per una festa a lungo aspettata fra risate, primi flirt, racconti di bravate sugli sci o a scuola. Giovanissimi, non ancora sbocciati alla vita, felici di quelle felicità che tutti abbiamo conosciuto fra infanzia e adolescenza, quando il mondo pare a portata di mano e sembra una torta colorata da mangiare a grandi bocconi. Poi, per loro come per tutti, sarebbero venuti gli impegni, le fatiche vere, le disillusioni, i dolori, ma i ragazzi di Crans non ne sapranno mai nulla, cristallizzati nell’attimo fuggente in cui la gioia si è mutata in pochi secondi in pianto. 

La morte in giovane età è un tema che l’arte ha sempre molto frequentato, dalle stele funerarie greche alle urne cinerarie etrusche, ai sarcofagi romani. Ma sarà solo con l’avvento del Cristianesimo che cambiano tutti i punti di vista sulla morte, compresa quella prematura, con la vita che diviene speranza di un passaggio verso un mondo migliore o minaccia di un castigo eterno. Con il Tardo Medioevo, sconvolto da pestilenze e guerre, nascerà il tema del «Trionfo della Morte», che si diffonde a partire dal Trecento, soprattutto in area franco-tedesca e nell’area alpina. Se ne conoscono oggi quasi 300 esempi che comprendono anche le danze macabre e il tema iconografico dell’«Incontro dei tre morti e dei tre vivi». Che queste scene siano dipinte in Italia o Francia o Germania o Svizzera, o altri paesi nordici, cambia poco nel significato, molto invece sul piano artistico.

Il primo «Trionfo della Morte» da ricordare è certamente quello di Buonamico Buffalmacco nel Camposanto di Pisa. Enorme affresco, sopravvissuto ai secoli e ai bombardamenti, dipinto fra 1336 e 1341, raffigura un impressionante trionfo della morte popolato da centinaia di figure L’orrida morte dalle ali di pipistrello, capelli bianchi scarmigliati e piedi uncinati, si abbatte sugli umani che sono intenti alle loro attività. E sono soprattutto giovani, immersi in momenti di piacere, ignari del loro destino, come le eleganti dame e i cavalieri che vanno a caccia o ascoltano musica e amoreggiano in un giardino, certo non desiderosi della morte. La morte ignora le suppliche di un gruppo di mendicanti e storpi che la invoca dicendo: «Dacché Prosperitade ci ha lasciati, O Morte, Medicina d’ogni pena, dah vieni a darne ormai l’ultima cena». Si va a scagliare invece contro un gruppo di ragazzi, ricchi, giovani, belli, che stanno lieti in un boschetto d’amore a suonare, corteggiarsi, giocare con bestiole domestiche: saranno le sue prossime vittime. Sulla sinistra della scena altri giovani dame e cavalieri tratteggiano il contrasto fra i vivi e i morti, quando durante una battuta di caccia, signore e nobiluomini a cavallo accompagnati da servitori, falconieri e cani, rimangono atterriti nell’imbattersi in tre bare contenenti tre corpi in diverso stato di decomposizione. I diversi atteggiamenti dei personaggi, compresi quelli dei bellissimi cavalli di razza sono resi in maniera intensa e realistica. A loro si avvicina un eremita che li mette in guardia contro la pericolosità di una vita vissuta negli eccessi: nel cartiglio che tiene in mano si leggeva, infatti: «Se nostra mentre fia [sic] ben accorta tenendo fiso qui la vista afitta, la vanagloria vi sarà sconfitta la superbia, come vedete, morta. V’accorgete ancor di questa sorta se osservate la legge che v’è scritta». Una dura lezione.

Buonamico Buffalmacco, «Trionfo della Morte», 1336-41, Pisa, Camposanto

Sempre in Toscana, spostandoci a Sud, andando nell’interno, sotto Siena, troviamo un secondo «Trionfo della Morte» a Lucignano (Si) dipinto da Bartolo di Fredi verso il 1360, nella Chiesa di San Francesco. Anche qui, sia pur in dimensioni molto ridotte rispetto a Pisa, campeggia la Morte, sul suo cavallo nero lanciato al galoppo, in un paesaggio delle crete senesi. La Morte è una vecchia dal volto scavato, con capelli bianchi al vento e lunghe unghie ad artiglio. Dalla cintura bianca, che lega alla vita la sua tunica nera, pende una falce affilata. Sta per scoccare una freccia e proclama a gran voce le sue volontà: «Io non bramo se non di spegner vita / e chi mi chiama le più volte schivo / giungendo spesso a chi mi torce il grifo». Infatti le sue frecce mortali sono rivolte contro una coppia di giovin signori, di aspetto nobile con ricche vesti, impegnati in una battuta di caccia. I due conversano spensieratamente ed elogiano la loro prosperità: «Quant’è dolcie mondo a chi s’apagasse / Tu dì ben vero se prosperità durasse». Ma nella conversazione serpeggia leggera l’inquietudine circa l’auspicio che tutto possa durare: infatti sta per finire nel peggiore dei modi. Paradossalmente la morte non tocca il gruppo di pezzenti, storpi e invalidi che pure la invoca a gran voce per porre finalmente fine alle proprie sofferenze con la stessa invocazione che hanno i miserabili del camposanto di Pisa. 

Bartolo di Fredi, «Trionfo della Morte», 1360, Lucignano (Si), Chiesa di San Francesco

Puntando verso Sud un altro «Trionfo» lo troviamo a Subiaco, al Monastero di San Benedetto (Santuario Sacro Spero), a Sud di Roma. Siamo al primo Quattrocento e di nuovo di fronte a una allegoria della morte che trionfa su tutte le classi sociali, con uno scheletro che cavalca un cavallo scheletrico, armato di falce e spada, e attacca un gruppo di persone. Anche qui la morte si accanisce su due giovani felici e spensierati che vanno a caccia col falcone lasciando stare i poveri, i vecchi e i malati. Ma i ragazzi in questo caso si sono accorti che la morte li sta colpendo e uno dice all’altro: «Changiato se' nel viso […] tanto scolorito; / vorria sapere chi t’à così ferito». L’altro risponde: «Chon gran dolor e con forti sospiri / sentia la morte che ferì al core / de subito ne tolse omne valore». 

Procedendo cronologicamente, fra i grandi «Trionfi della Morte» italiani (ma ce ne sono molti altri che non abbiamo ricordato) si colloca il Trionfo di Palermo di Palazzo Abatellis. Siamo nel pieno del Gotico Internazionale, verso il 1445 circa. Potente, pauroso, misterioso, l’affresco raggruppa in basso un folto numero di persone già colpite dalle frecce mortali e sono tutte persone di potere: un papa, un vescovo, frati e monaci di ordini importanti, un imperatore, un sultano, un uomo di legge. I potenti sono trafitti mentre un gruppo dei miseri, poveri, storpi e vecchi viene risparmiato. Mentre la morte impazza, molti vivono come se non esistesse. Vanno a caccia, discutono attorno a una fresca fontana, suonano strumenti: che importa a questi giovani se il mondo intorno crolla? Ma una bella e giovane dama è già colpita nel collo adorno di ricchi gioielli e un’amica inutilmente cerca di aiutarla.

Un dettaglio del Trionfo della Morte a Palazzo Abatellis, Palermo

Un dettaglio del Trionfo della Morte a Palazzo Abatellis, Palermo

A chiudere questa breve selezione il «Trionfo e danza della morte» affrescato da Giacomo Borlone de Buschis tra il 1484 e il 1485 sull’esterno dell’Oratorio dei disciplini di Clusone in provincia di Bergamo. La morte vi è rappresentata come una grande regina che assoggetta tutti a sé; è uno scheletro trionfante, avvolto in un mantello regale e con una corona sul capo. E fra le frasi che sciorina in alcuni grandi cartigli si può leggere: «Gionto la morte piena de equaleza / sole voi ve volio e non vostra richeza / e digna sonto da portar corona / perché signorezi ognia persona». Anche qui si accanisce contro un gruppo di giovani a caccia infilzandoli con le sue frecce, senza pietà.

Queste scene di meditazione della morte non sono solo retaggio italiano. Molte sono o erano in Svizzera ma non si direbbe che gli abitanti locali le abbiano ultimamente meditate. Si prediligeva oltre le alpi il tema della «Danza macabra» e la più antica rappresentazione di questo soggetto nell’area di lingua tedesca è il ciclo di circa 60 metri sul muro del cimitero del monastero domenicano di Basilea, realizzato intorno al 1440, di cui sopravvivono solo pochi frammenti. Il motivo conobbe il suo periodo di massimo splendore durante la Riforma. Niklaus Manuel dipinse una monumentale «Danza macabra» a Berna e Hans Holbein il Giovane creò bozzetti per una fortunata serie di xilografie, pubblicate come libro di emblemi a Lione nel 1538. Da allora, le «Danze macabre» sono apparse in Svizzera come cicli di grande formato in spazi pubblici, in libri devozionali e calendari, su oggetti decorativi, come monumenti, in canzoni e come rappresentazioni teatrali. La loro distribuzione si estende in quasi tutto il Paese. L’esempio più significativo giunto ad oggi è la serie di pannelli di Kaspar Meglinger sul ponte Spreuer a Lucerna, realizzati tra il 1626 e il 1635. In questo genere di dipinti si vede la morte ballare con giovani e vecchi la sua danza impietosa e senza fine.

Danza Macabra di Basilea, muro del cimitero del monastero domenicano di Basilea, intorno al 1440

Con il Rinascimento, soprattutto in ambito tedesco, ebbe forte sviluppo il tema della «Morte e la fanciulla» destinato ad evolversi fino ai nostri giorni. La Morte vi compare come un falco con una ragazza nuda, simbolo della fioritura della vita, della gioia di vivere e dell’erotismo. Fra le più orride e macabre la tavola di Hans Baldung Grien (Kunstmuseum Basel) con la morte che cerca di baciare una ragazza il cui corpo nudo dalla pelle bianca e liscia contrasta con quello della Morte che è un cadavere in decomposizione, raggrinzito e giallastro. La ragazza si torce disperata e cerca inutilmente di sottrarsi al mortale tocco. 

Quelli proposti non sono che alcuni esempi, che però ci confermano che il tema della morte malvagia rapitrice di giovani vite non è nuovo e attraversa anzi tutta la storia dell’arte.

La pietas infinita per i ragazzi innocenti morti a Crans Montana che parrebbero aver avuto un destino crudele e preciso, disegnato solo fino a quell’ora e a quel luogo dove la morte li ha reclamati come agnelli sacrificali. La loro fine orribile ha suscitato in tutta Italia commozione, empatia e immedesimazione profonda, e davanti a quelle vite falciate troppo presto vengono in mente versi molto antichi ma che parlano un linguaggio eterno di Erinna di Telo, poetessa vissuta fra i IV e il II secolo a.C. che lamenta in un frammento poetico la morte dell’amata giovanissima amica Bauci esclamando: «Mentre passi / accanto alla molto lamentata epigrafe possa tu dire ad Ade: / “Sei crudele, o Ade”. Quando guardi, le belle lettere / ti diranno il crudelissimo fato di Bauci, / come i suoi accesero della fanciulla la pira funeraria (…) / nel lacrimoso suono delle lamentazioni». 

Hans Baldung Grien, «La morte e la donna», 1517, Basilea, Kunstmuseum Basel

Arabella Cifani, 07 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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