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Vittorio Bertello
Leggi i suoi articoliTra il 1953 e il 1954 Günter Busch, allora direttore della Kunsthalle di Brema, acquistò più di 550 tra disegni e acquerelli e 24 studi ad olio di Friedrich Nerly (1807-78) da Marianne Schmidt, pro-pronipote dell’artista. È questo il motivo per cui il museo della città anseatica del Nord della Germania conserva quasi la metà del corpus di opere di Nerly. L’altra metà si trova a 370 Km: nell’Angermuseum della città natale, Erfurt, la capitale della Turingia (Germania centrale).
Faceva parte del nucleo acquistato da Brema un grande (124x148,5 cm) dipinto, «Paesaggio della Campagna romana con l’Aqua Claudia», rimasto per molto tempo dimenticato nei depositi del museo tedesco per le sue cattive condizioni di conservazione. Tra il 2017 e il 2018 il dipinto è stato sottoposto a un restauro meticoloso, che ha rivelato un capolavoro giovanile raffigurante un soggetto spettacolare: le imponenti rovine dell’«Aqua Claudia», cioè l’antico Acquedotto Claudio alle porte di Roma. Il dipinto è ora il fulcro di «Natura e antichità. Il romantico Friedrich Nerly a Roma», visitabile alla Kunsthalle di Brema fino al 5 luglio, una mostra di grande interesse, in particolare per il pubblico italiano.
Friedrich Nehrlich, come si chiamava all’atto di nascita, non frequentò mai un’accademia d’arte, ma fin dall’adolescenza fu istruito e sostenuto finanziariamente da un nobile colto, Carl Friedrich von Rumohr (1785-1843), storico dell’arte e scrittore. Rumohr, che vantava una fitta rete di conoscenze nell’aristocrazia europea, partì per l’Italia nel 1828 con il giovane artista, che qui italianizzò il proprio nome e da allora in poi si fece chiamare Nerly. Le loro strade si separarono a Siena e Nerly si trasferì a Roma a metà gennaio del 1829. Rumohr gli aveva procurato un alloggio sul Campidoglio, a Palazzo Caffarelli, da cui si godeva di una vista meravigliosa sul Foro Romano e sul Palatino.
Tornato in Germania, il mecenate incoraggiò i collezionisti ad acquistare le opere del suo protetto e fece da intermediario per vendite persino alle famiglie reali danese e prussiana. Di molti di questi quadri si erano perse le tracce, ma in realtà oggi solo alcuni sono ancora definiti «perduti», mentre molti sono stati rintracciati in collezioni private durante le lunghe ricerche scaturite dagli studi preparatori alla mostra. Ora, per la prima volta, la Kunsthalle li espone accanto ai loro studi preparatori.
L’allestimento ripercorre l’attività del giovane Nerly durante i suoi anni romani (il periodo dal 1829 al 1835), prima che si stabilisse a Venezia dove sarebbe rimasto fino alla morte; segue l’artista nei suoi viaggi di studio nell’entroterra e sulla costa dell’Italia centrale e meridionale e documenta la varietà delle sue tecniche e del suo processo creativo.
Poiché la moda del Grand Tour (il viaggio di formazione dell’aristocrazia e dell’alta borghesia europea attraverso le Alpi fino a Roma e a Napoli) si era sviluppata nel Settecento, all’epoca di Nerly quasi tutti i luoghi d’interesse della città di Roma erano già stati raffigurati dagli artisti in viaggio. Il pittore tedesco si trovò quindi di fronte alla necessità di rappresentare quegli stessi soggetti da nuove angolazioni o di scoprire soggetti e luoghi nuovi. Amava combinare rovine antiche con paesaggi rurali, come nei suoi dipinti dedicati al Foro Romano o alle rovine dei palazzi imperiali.
Friedrich Nerly, «Bufali che trascinano un blocco di marmo», 1832-33. Thorvaldsens Museum, Copenaghen. Foto Lennart Larsen
Friedrich Nerly, «Le cascate nei pressi di Tivoli, vista verso est», 1829-35. Belvedere, Vienna
Nerly fu molto brillante nell’autopromozione. Nella tela del 1832-33 «Bufali che trascinano un blocco di marmo», opera dalla notevole forza drammatica, l’artista riprodusse sulla figura del blocco di marmo, inciso, il nome «Thorvaldsen», sfruttando così abilmente la fama dello scultore danese. Bertel Thorvaldsen, che viveva nella Città Eterna da molti anni, commissionò una seconda versione del dipinto per la sua collezione privata, aperta al pubblico la domenica. «Economicamente agiato, era l’unico artista che all’epoca potesse permettersi una propria collezione di arte contemporanea», ha spiegato la curatrice della mostra Dorothee Hansen, e la presenza di Nerly in questa collezione era strategica.
Due grandi paesaggi ideali, realizzati per il suo mentore Carl Friedrich von Rumohr, danno un’idea dell’approccio dell’artista al soggetto che ritraeva. Dopo aver realizzato studi particolareggiati, egli integrò elementi reali, come la cima del Monte Serone, in una composizione immaginaria, strutturata in modo classico con primo piano, piano intermedio e sfondo. Nell’altro dipinto combinò un tratto della costa meridionale con un castello di Ostia, vicino a Roma. Realizzò così due opere che rispondevano esattamente all’immaginario del pubblico mitteleuropeo riguardo a un «tipico paesaggio italiano».
La località di Tivoli, con le sue imponenti cascate, le antiche rovine e Villa d’Este, è stata storicamente una vera e propria calamita per gli artisti e costituiva una delle tappe più importanti del Grand Tour. Quando Nerly arrivò nella Città Eterna, il luogo era già stato ampiamente esplorato e i viaggiatori facoltosi costituivano una clientela importante per gli artisti. Martin Johann Jenisch, ricco mercante di Amburgo amico di Rumohr, commissionò a Nerly un dipinto delle celebri cascate come ricordo del suo viaggio e lui soddisfò la commissione con originalissimi scorci di taglio verticale riuniti in una delle sale più interessanti del percorso espositivo.
Durante la sua prima estate romana nel 1829, Nerly soggiornò a Olevano Romano, una località situata a una settantina di chilometri a est di Roma. Il borgo non si trovava lungo le classiche rotte turistiche settecentesche: non vantava né rovine antiche né opere d’arte di rilievo. Situato sullo sperone roccioso del Monte Celeste, offriva però paesaggi solitari e panorami mozzafiato. Particolarmente apprezzata era la Serpentara, un piccolo bosco di lecci sempreverdi e nodosi (oggi sede di una casa-atelier appartenente all’Accademia di Belle Arti di Berlino, in cui pittori, scrittori e architetti vengono invitati a rotazione ogni tre mesi con le loro famiglie).
L’artista visitò varie località costiere meno conosciute, come Nettuno, ed era particolarmente interessato a piccole città che oggi vengono raramente visitate dai turisti stranieri, come Terracina e Mola di Gaeta (l’attuale Formia). Trovandosi lungo la Via Appia, un tempo erano importanti tappe lungo il percorso verso Napoli. Qui i viaggiatori provenienti dal Nord incontravano per la prima volta la rigogliosa vegetazione mediterranea, con palme, fichi d’India, agavi e limoneti, che Nerly studiò intensamente.
Lontano dai percorsi più noti si trovava San Felice sul Monte Circeo. Nerly vi si recò più volte e nel 1833 descrisse le «imponenti formazioni rocciose» che lo attraevano «come un’amante, in modo incantevole». Ne sono testimonianza alcuni acquerelli di grotte e rocce in riva al mare. L’artista viveva questo mondo come un paesaggio mitico e nei suoi viaggi portava con sé l’Odissea di Omero, proprio come Goethe nel suo viaggio in Sicilia nel 1787.
Friedrich Nerly, «Villa in un paesaggio italiano, con vista sulla baia (Mola di Gaeta)», 1835. Stiftung Schleswig-Holsteinische Landesmuseen Schloss Gottorf
Carl Blechen, «Acquedotto romano», 1828-29 ca. Kunsthalle di Brema. Il Kunstverein di Brema / Prestito della Repubblica Federale Tedesca
Nel 1834 Johann Frizzoni, un mercante di seta di Bergamo, e sua moglie Clementine invitarono il pittore ad accompagnarli l’inverno successivo in luna di miele in Sicilia, come artista al seguito: per loro, Nerly realizzò numerosi disegni e acquerelli e successivamente, la giovane coppia commissionò diversi dipinti come ricordo del viaggio. Queste opere sono oggi perdute, così come i grandi formati realizzati dall’artista a Napoli, Amalfi e Mola di Gaeta.
Per molto tempo la Campagna Romana fu considerata una landa desolata, temuta per il clima rigido, la malaria e le bande di briganti che la infestavano. I viaggiatori la attraversavano soltanto per necessità, diretti a Roma o verso luoghi più idilliaci come Tivoli, Frascati o Napoli. Le imponenti rovine degli antichi acquedotti venivano quindi notate solo fugacemente, anche perché il paesaggio piatto e privo di vegetazione in cui si ergevano non rispondeva al gusto romantico dei viaggiatori del Nord.
Risale al 1818 la prima illustrazione grafica dell’acquedotto Claudio, costruito tra il 41 e il 47 d.C., lungo 69 chilometri e alimentato dalle sorgenti della valle dell’Aniene a nord di Tivoli. Negli anni Venti del XIX secolo artisti come Carl Blechen realizzarono i primi studi a olio, ma si conosce un solo dipinto di grande formato dell’Aqua Claudia realizzato prima della grande tela «Paesaggio della Campagna Romana con l’Aqua Claudia», che Nerly completò a Milano nel 1836 sulla base di studi preparatori del 1833. Si tratta di un’opera del 1832 del pittore americano Thomas Cole che creò un effetto di «sublime» con l’infinita distesa della fila di archi. Per parte sua Nerly enfatizzò invece l’altezza e la potenza della struttura e con i tori in primo piano conferì all’intera scena un tono drammatico combinando rovine antiche, paesaggio e scene di genere.
La serie di archi con i Colli Albani sullo sfondo è riprodotta con estrema precisione, ma nella composizione Nerly si è concesso un espediente artistico, combinando insieme due diverse prospettive che in realtà non possono essere percepite da un unico punto.
Il dipinto si trovava nei depositi della Kunsthalle dal 1953. Il telaio originale era andato perduto e la tela era stata conservata arrotolata per lungo tempo e così era stata trasportata dopo l’acquisizione. La pressione esercitata sul rotolo aveva causato lunghe lacerazioni nella fragile trama a partire dai bordi; erano inoltre presenti numerosi strappi e piccoli fori. Soltanto tra il 2017 e il 2018 il dipinto è stato restaurato da Börries Brakebusch, un esperto di Düsseldorf.
Nell’Ottocento l’acquedotto Claudio venne immortalato anche dai fotografi. In mostra sono esposti scatti di James Anderson, di Domenico Anderson, dei fratelli Alinari e di Wilhelm «William» Oswald Ufer, pittore e fotografo: in mostra un dipinto del 1860 ca e una stampa all’albumina del 1865. In tempi moderni il monumento è entrato in «dialogo» (armonico o problematico?) con le moderne infrastrutture della periferia di una grande città come Roma: nella sua serie del 2014, intitolata appunto «Aqua Claudia», il fotografo di Erfurt Hans-Christian Schink (1961) ne ha seguito le vestigia dal Parco degli Acquedotti fino a Porta Maggiore a Roma. Utilizzando una macchina fotografica analogica di grande formato ha scattato le fotografie al mattino presto, con un cielo senza nuvole e colori neutri. Sono immagini che rivelano il recente degrado, con i resti antichi integrati in modo spesso contraddittorio in un contesto attuale fatto di traffico stradale, case d’abitazione e impianti sportivi.
L’Aqua Claudia non ha mai più cessato di ispirare gli artisti: basti ricordare «La Dolce Vita», il film di Federico Fellini del 1960, e la miniserie Netflix «Ripley» di Steven Zaillian del 2024, nella quale è il luogo in cui l’assassino si sbarazza del cadavere.
Hans-Christian Schink, «Via del Quadraro (1)», dalla serie Aqua Claudia, 2014. Kunsthalle di Brema. Il Kunstverein di Brema, dono di Claus H. Wencke, 2025. © Hans-Christian Schink