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Ricostruzione digitale di Forensic Architecture delle case distrutte di al-Ma'in

© Forensic Architecture, 2025

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Ricostruzione digitale di Forensic Architecture delle case distrutte di al-Ma'in

© Forensic Architecture, 2025

Alla ricerca della Palestina, a Bologna

C’è ancora qualche giorno – fino all’11 gennaio – per vedere Looking for Palestine, la mostra del collettivo di ricerca Forensic Architecture allestita nel Sottospazio di Palazzo Bentivoglio, a Bologna, a cura di Elizabeth Breiner e Shourideh Molavi con Francesco Zanot. 

Rosa Cinelli

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C’è ancora qualche giorno – fino all’11 gennaio – per vedere Looking for Palestine, la mostra del collettivo di ricerca Forensic Architecture allestita nel Sottospazio di Palazzo Bentivoglio, a Bologna, a cura di Elizabeth Breiner e Shourideh Molavi con Francesco Zanot. Inserita nella settima edizione di Foto/Industria, la Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro organizzata da Fondazione MAST, quest’anno dedicata al tema della casa, l’esposizione colloca il tema dell’abitare nel contesto del colonialismo d’insediamento che investe i territori palestinesi.

In questo senso, Looking for Palestine non si limita a utilizzare la fotografia come strumento documentario, ma ne mette in discussione il ruolo stesso di medium dell’evidenza. Attraverso dispositivi installativi che intrecciano fotografia, archivi e ricostruzioni virtuali, la mostra ricostruisce le strategie di occupazione israeliane nei territori palestinesi, dalla Nakba fino a oggi. Il territorio emerge come luogo simbolico, la cui distruzione non è un effetto collaterale del conflitto, ma una strategia volta a frammentare il tessuto sociale e a svuotare il concetto stesso di casa.

D’altronde, la questione palestinese è un tema centrale nella ricerca di Forensic Architecture fin dai primi anni Duemila, ben prima della fondazione ufficiale del collettivo nel 2010 al Goldsmiths College di Londra, e ampiamente discusso in pubblicazioni come Hollow Land (2007) e Architettura forense (Meltemi, 2022). In questo lungo arco di tempo, la Palestina ha rappresentato un autentico laboratorio di ricerca e attivismo, in cui sperimentare strumenti di contro-indagine capaci di mettere in luce e contrastare i meccanismi dell’occupazione.

In mostra, questa genealogia assume la forma di un campo stratificato di tracce che, più che comporre un’immagine unitaria delle logiche genocidarie, ne restituisce una cartografia complessa. Si insiste infatti su un gesto decisivo: riconoscere il territorio, renderlo nuovamente intelligibile dopo che l’occupazione ne ha eroso i riferimenti materiali e le linee di confine. In questo contesto, le immagini – mai semplici fotografie, ma ormai sempre più strumenti “espansi” – svolgono un ruolo fondamentale. Non si tratta, tuttavia, di “andare oltre” la fotografia in senso assoluto, ma di rinegoziarne lo statuto: ciò che conta non è l’immagine in sé, ma il sistema di relazioni che la rende operativa.

Oltre all’urgenza del messaggio e alla sua dichiarata vocazione di attivismo, Looking for Palestine compie infatti una sottile e significativa operazione, portando nel cuore di una manifestazione squisitamente fotografica una sperimentazione aperta ai linguaggi dei media virtuali. A dispetto di quanto ci si potrebbe immaginare a giudicare dal contesto espositivo, la fotografia non è mai presentata come immagine autonoma o autosufficiente, ma come elemento di un dispositivo più ampio, capace di articolare ciò che non è direttamente visibile.

È in questa prospettiva che si collocano i principali nuclei di ricerca presentati in mostra, che rendono evidente una concezione espansa del fotografico. Il lavoro sul villaggio palestinese di al-Dawayima, distrutto nel 1948, chiarisce una delle metodologie chiave di Forensic Architecture: la situated testimony. L’indagine prende avvio dalle testimonianze degli ex abitanti, raccolte come pratiche di orientamento spaziale e messe in relazione attraverso schizzi tracciati a memoria, descrizioni orali e indicazioni topografiche, successivamente tradotte in modelli tridimensionali. Una logica analoga guida la presenza in mostra di Atlas of Palestine (1917–1966), il monumentale atlante realizzato dallo storico palestinese Salman Abu Sitta: applicata a una scala più ampia, la stessa metodologia consente di ricomporre la densità di un territorio sistematicamente cancellato, incrociando fotografia, mappe, dati storici e memoria individuale.

Looking for Palestine sembra suggerire che oggi la fotografia documentaria non sopravvive malgrado la perdita dei suoi confini, ma a partire da essa, come pratica relazionale e come infrastruttura di orientamento. Più che produrre immagini, la mostra costruisce relazioni, puntando a restituire visibilità a un luogo che l’occupazione ha reso deliberatamente irriconoscibile.

Rosa Cinelli, 07 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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