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Rosa Cinelli
Leggi i suoi articoliÈ forse la furia la tonalità emotiva dominante dei nostri giorni? Repressa, distruttiva o latente, incendiaria o congelata in un respiro trattenuto in apnea, la furia sembra l’elefante nella stanza dei nostri tempi anestetizzati dai flussi algoritmici, l’oppio che immobilizza i nostri corpi continuamente tracciati dai dispositivi dei quali, senza troppa speranza di ribellione, scegliamo riluttantemente di circondarci.
Con una mostra a LE BAL di Parigi e un libro fotografico co-edito da LE BAL e Roma Publications, Marie Quéau, vincitrice della quinta edizione del premio LE BAL / ADAGP de la Jeune Création, leva il sipario su Fury, un’opera fotografica che compie scelte coraggiose senza scendere troppo a compromessi.
Fedele alla vocazione documentaria del premio, l’opera è prima di tutto un’inchiesta su un’emozione che vive sulla soglia dell’estremo, ma che l’artista riporta sempre al suo impatto sul corpo. Con un bianco e nero prepotente, che investe senza soluzione di continuità estetiche tanto distanti come la granulosità di una fotocopia da ufficio e lo spettro delle camere a infrarossi, Fury è un carosello di corpi, talvolta anche letteralmente, in fiamme: stuntmen defenestrati a ripetizione, partecipanti a Rage Room (stanze in cui si entra, pagando un biglietto, e in cui tutto può essere distrutto), apneisti in immersione statica sull’orlo della deriva.
I corpi di Fury sono corpi in trance, docili e pronti per essere convertiti in dati. Corpi da smembrare, scomporre e dare in pasto alle macchine, come quelli di alcuni attori fotografati nei momenti di pausa sul set e completamente assorbiti dai loro dispositivi di motion capture.
Ricondotti alla natura nervosa dell’automatismo, i tic e le manie di Fury sfumano i confini tra realtà e finzione, sfondando il soffitto di cristallo del genere documentario e sconfinando, per una volta più per affinità tematica che per mera somiglianza estetica, in un linguaggio che si rifà alla fantascienza e al videogioco, dove distopia e rovesciamenti di valori fanno da padroni.
Ma Fury è anche un lavoro che sfuma i confini del fotografico, lasciando ampio spazio a forme espanse di fotografia (o di postfotografia). Innanzitutto, verso il cinema: le fotografie sono spesso ripetute e quasi animate, come se fossero parti di un flipbook o fotogrammi di un video. Ma anche verso l’installazione immersiva: ibridate e collocate inaspettatamente nello spazio installativo, le immagini non si accontentano di collocarsi docilmente nelle loro cornici, ma sembrano ribellarsi e sfuggirvi, per mostrarsi tramite proiezioni su superfici non perfettamente rettangolari o, semplicemente, illuminate da lightbox sorprendentemente privi di immagini.
Di fronte alla forza di questo lavoro, è impossibile non ripensare a un’altra riflessione sulla furia, e sulla postfotografia, come La Furia delle Immagini di Joan Fontcuberta (Einaudi, 2018). Allora, a rendere “furiose” le immagini e a inaugurare, così, una nuova era della fotografia erano state le mutazioni infrastrutturali delle tecnologie. Il digitale aveva permesso alle immagini di moltiplicarsi a dismisura e ai selfie di imporsi sulla scena con la loro gestualità danzante e la loro natura improntata a una condivisione ludica e apparentemente spontanea. Oggi, dopo un tempo così breve ma che sembra già così lontano, la furia sembra strabordare dai dalle immagini per investire, stavolta, i corpi di chi le guarda.
Abitare la furia, per come la descrivono le immagini Marie Quéau ma anche i testi di Guillaume Blanc-Marianne, che accompagnano la pubblicazione editoriale, non sembra affatto semplice: un’esperienza al limite tra la vita e la morte, che rivela la violenza sotto l’ordine costituito e lascia intravedere il Leviatano, quella figura mostruosa che, per il filosofo Thomas Hobbes, è posta alla base della società moderna.
Forse davvero non c’è niente di più contemporaneo della furia e, nel rivelarcelo, Fury ci sta rendendo un gran servizio.
Rosa Cinelli
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