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Andrea Contin, «Flame (chains)», 2013

Courtesy dell’artista. Foto: Simone Falso

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Andrea Contin, «Flame (chains)», 2013

Courtesy dell’artista. Foto: Simone Falso

Andrea Contin porta a Milano una riflessione sull’identità come processo instabile

Presentata dal 9 al 19 aprile nell’ambito di «Collateral. Mostre al CUBO», rassegna curata da Elisabetta Longari, l’opera si inserisce in un programma che intreccia arti visive e scena teatrale

Alessia De Michelis

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Un’immagine che non introduce, ma accompagna. A Milano, nel foyer di PACTA dei Teatri, «Secondo giusta misura» di Andrea Contin si configura come una soglia percettiva: un intervento che non illustra lo spettacolo, ma ne prolunga la vibrazione, trattenendo lo spettatore in uno spazio intermedio tra visione e attesa.

In dialogo con Il ritratto di Dorian Gray (1890) di Oscar Wilde, il progetto mette in scena una riflessione sull’identità come processo instabile. Se nel romanzo la trasformazione si deposita nel ritratto, qui si consuma nel gesto e nella luce: il corpo non rappresenta, ma diventa campo di tensione, attraversato da un’energia che si manifesta e si dissolve simultaneamente.

Fulcro dell’installazione è «Flame (chains)» (2013), video in cui una figura, avvolta da catene di fuoco in movimento circolare, traccia nello spazio oscuro linee luminose, simili a una scrittura effimera. Alla proiezione a figura intera si affianca una seconda inquadratura ravvicinata sul volto, dove la luce incide i tratti fino a dissolverli, restituendo non una fisionomia, ma una vibrazione interiore. Una serie di disegni inediti completa l’allestimento, espandendo l’opera in una costellazione di frammenti visivi, mai definitivamente fissati.

Il titolo richiama un frammento di Eraclito, in cui il fuoco è principio vivente che si accende e si spegne «secondo giusta misura»: una metafora che attraversa l’intero intervento, suggerendo un equilibrio dinamico tra apparizione e sparizione.

Presentata dal 9 al 19 aprile nell’ambito di «Collateral. Mostre al CUBO», rassegna curata da Elisabetta Longari, l’opera si inserisce in un programma che intreccia arti visive e scena teatrale. Qui, tuttavia, l’immagine non serve la narrazione: la sospende, la devia, aprendo uno spazio in cui identità e visione restano in continuo divenire.

Alessia De Michelis, 08 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Andrea Contin porta a Milano una riflessione sull’identità come processo instabile | Alessia De Michelis

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