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Annalee Davis è la prima artista di Barbados inclusa nella mostra centrale della Biennale di Venezia
Alle Corderie dell’Arsenale presenta un’installazione multimediale che assume la forma di un santuario laico dedicato al lutto ecologico, mentre ai Giardini le opere approfondiscono il tema della cura attraverso pratiche di lentezza, meditazione e ritualità botanica
- Alessia De Michelis
- 12 maggio 2026
- 00’minuti di lettura
Annalee Davis, «A Recuperative Gesture», 2025
Foto Marvin Systermans, Spore Initiative
Annalee Davis è la prima artista di Barbados inclusa nella mostra centrale della Biennale di Venezia
Alle Corderie dell’Arsenale presenta un’installazione multimediale che assume la forma di un santuario laico dedicato al lutto ecologico, mentre ai Giardini le opere approfondiscono il tema della cura attraverso pratiche di lentezza, meditazione e ritualità botanica
- Alessia De Michelis
- 12 maggio 2026
- 00’minuti di lettura
Alessia De Michelis
Leggi i suoi articoliPer la 61ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, l’artista barbadiana Annalee Davis (1963) porta in Laguna una riflessione radicale sulle eredità del colonialismo e sulla crisi ecologica contemporanea. La sua partecipazione segna inoltre un passaggio storico: è la prima artista di Barbados inclusa nella mostra centrale della Biennale.
Alle Corderie dell’Arsenale Davis presenta «Let This Be My Cathedral», un’installazione multimediale che assume la forma di un santuario laico dedicato al lutto ecologico. Fronde, semi, tessuti ricamati e sedute damascate convivono con il calco in piombo dell’ultimo chiurlo eschimese abbattuto a Barbados nel 1963, ricreato grazie alla collaborazione con Factum Foundation. L’opera intreccia memoria personale, devastazione ambientale e storia coloniale, evocando la grande deforestazione che tra Seicento e colonialismo trasformò il Caribe in laboratorio dell’economia estrattiva moderna. A completare il progetto espositivo, nei Giardini, «An Unbound Book of Prayer-Series II» raccoglie lavori tessili realizzati con materiali organici provenienti dal paesaggio attorno allo studio dell’artista, mentre «Bush Bath in the Glasi» e «Be Soft» approfondiscono il tema della cura attraverso pratiche di lentezza, meditazione e ritualità botanica.
Al centro della ricerca di Davis vi è il concetto di «plantationocene», termine con cui l’artista identifica nel sistema della piantagione coloniale una delle matrici della crisi climatica contemporanea. Barbados, prima isola della produzione zuccheriera britannica nei Caraibi, diventa così il punto di partenza di una riflessione che lega sfruttamento ambientale, capitalismo e violenza storica. Nel suo studio-fattoria di St. George, sorto su un’ex piantagione del XVII secolo, Davis sviluppa pratiche che uniscono disegno, coltivazione, raccolta di erbe selvatiche e apotecari viventi, trasformando l’arte in spazio di guarigione e possibilità ecologica.
Annalee Davis, «Let This Be My Cathedral (A resting place for the Eskimo curlew)», 2026. Foto RStudio