Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Monica Trigona
Leggi i suoi articoliUna nuova iniziativa di arte contemporanea promossa da VILLEPIN prende vita nella milanese Chiesa di San Vittore e 40 Martiri, ex edificio religioso in fase di restauro trasformato in spazio espositivo. Il progetto punta a creare un dialogo duraturo tra artisti, mostre e collezionismo. Ad inaugurarlo è «White Noise», personale dell’artista Marie de Villepin (fino al 12 luglio) che presenta grandi dipinti sospesi tra figurazione e astrazione, ispirati al concetto di «rumore bianco» come flusso continuo di immagini in trasformazione. Abbiamo rivolto qualche domanda su questa nuova avventura artistica a Milano all'imprenditore culturale, curatore e mecenate Arthur de Villepin, presidente del Gruppo VILLEPIN e fondatore della Fondazione per l'Arte e la Cultura.
Cosa l’ha convinta che una chiesa in fase di restauro potesse diventare non solo sede espositiva ma struttura curatoriale a lungo termine?
Ho scoperto San Vittore diversi anni fa ed è stato un vero colpo di fulmine per questo luogo. C’è naturalmente l’architettura, c’è la storia. Ma ciò che mi ha colpito soprattutto è stata la sensazione che l’edificio fosse ancora vivo. Nonostante i lavori di restauro, si percepiscono fortissime le diverse stratificazioni del tempo che convivono nello spazio. Non l’ho mai considerato un semplice scrigno per ospitare mostre. Ho avuto la sensazione che potesse diventare un luogo di dialogo continuo tra patrimonio e creazione contemporanea. È stata proprio questa intuizione a portarci a immaginare un programma di lungo respiro, piuttosto che un intervento occasionale.
In che modo la stratificazione storica di San Vittore influenza concretamente le decisioni curatoriali delle mostre?
Influenza ogni scelta. Non cerchiamo di imporre un programma al luogo; proviamo piuttosto ad ascoltare ciò che ci suggerisce. La sua architettura, la luce, i volumi e la storia alimentano la nostra riflessione. Ogni mostra deve entrare in conversazione con questa memoria, senza mai diventare illustrativa. Ciò che mi interessa è l’incontro tra artisti contemporanei e un luogo che porta già con sé una presenza fortissima.
Ha parlato di «continuità» tra le diverse vite dell’edificio: come si traduce questa idea quando si lavora con artisti contemporanei?
Per me la continuità non significa preservare il passato in modo statico. Significa permettere a un luogo di continuare a vivere. San Vittore e 40 Martiri ospiterà progetti molto diversi nel tempo. Iniziamo con la musica, ma esploreremo anche il cinema, il design e altri territori ancora. Le mostre cambieranno, gli artisti cambieranno, le discipline cambieranno. Ma ciò che resterà costante è la volontà di creare esperienze che invitino il pubblico a guardare in modo diverso, a rallentare e a costruire un rapporto duraturo con l’arte.
Il programma di VILLEPIN prevede due mostre l’anno: è una scelta di lentezza deliberata?
Viviamo in un’epoca in cui tutto accelera. Ho sempre pensato che fosse meglio fare meno, ma meglio. Due mostre l’anno ci permettono di dedicare il tempo necessario agli artisti, alle opere e al dialogo con il pubblico. Sono progetti che meritano di esistere nel tempo: mostre che uniscono arte, musica e design, come raccontavo in “What Remains”, e anche questa porosità tra le discipline ha bisogno di tempo per realizzarsi pienamente. Crediamo che ci voglia tempo perché un luogo trovi il proprio pubblico, perché si formi una comunità e perché un programma acquisisca una vera profondità.
Come si bilancia la dimensione site-specific con la necessità di sostenibilità commerciale di una galleria internazionale?
Non vedo queste due dimensioni come contraddittorie. I collezionisti oggi cercano qualcosa di più di un’opera: cercano un’esperienza, un contesto, una storia in cui inserirsi. Ciò che ci interessa a Milano non è soltanto presentare mostre, ma costruire nel tempo una comunità di collezionisti, visitatori e artisti che tornano, che seguono il programma e che sviluppano un legame duraturo con il luogo. Quando un progetto possiede questa profondità e questa autenticità, la dimensione economica diventa spesso una conseguenza naturale, più che un punto di partenza.
In che modo cambia il suo ruolo all’interno di questo contesto milanese?
Non sono certo che si tratti di un’evoluzione nel senso di un cambio di direzione. La vedo piuttosto come una continuità. Fin dalla nascita di VILLEPIN abbiamo sempre cercato di pensare alla galleria come a qualcosa di più di un semplice spazio espositivo. Ci siamo interessati alle conversazioni tra le discipline, agli incontri tra artisti, collezionisti e pubblico, e al modo in cui l’arte può creare comunità durature. San Vittore oggi ci offre la possibilità di approfondire questa visione attraverso un percorso costruito nel tempo. Abbiamo scelto questa continuità piuttosto che un progetto isolato perché ho la sensazione che ci siano diverse storie da raccontare in questo luogo, e che ciò richieda tempo. Milano merita questo impegno duraturo. Il luogo lo merita. Gli artisti con cui lavoriamo lo meritano altrettanto. In fondo, ciò che conta per me è costruire nel tempo una relazione tra gli artisti, il pubblico e il luogo stesso, oltre a presentare le opere. È questa continuità a dare senso al nostro lavoro.
Arthur de Villepin, 2019. Photo: Sophie Palmer
Altri articoli dell'autore
Da Palazzo Strozzi all'Opificio delle Pietre Dure, la Biennale dell'Antiquariato amplia il proprio raggio d'azione e conferma Firenze tra i grandi centri internazionali del collezionismo
Per la prima volta Art Basel premia il ruolo delle gallerie nella costruzione delle carriere artistiche e del sistema culturale globale. Il riconoscimento inaugura una nuova stagione degli Awards e consacra la storica galleria come modello di visione, impegno e leadership intergenerazionale
Ruba Katrib ad Unlimited, Nairy Baghramian e Ibrahim Mahama a Messeplatz e Münsterplatz: tra monumentalità, sottrazione e materia residua
Il risultato ottenuto dal monumentale lavoro presentato alla Biennale di Venezia del 1960 mette in risalto la crescente attenzione internazionale per la stagione più alta dell'astrazione italiana del dopoguerra



