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Olga Scotto di Vettimo
Leggi i suoi articoli«Sono cresciuto camminando con i piedi sulla terra ma guardando costantemente il cielo». Così si è presentato Brunello Cucinelli (Castel Rigone, Perugia, 1953), l’imprenditore umanista a cui lo scorso 3 aprile è stato conferito il primo Dottorato Honoris Causa in Design per il Made in Italy: Identità, Innovazione e Sostenibilità dall’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli alla presenza della ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, che è intervenuta assieme al rettore Gianfranco Nicoletti, al direttore del dipartimento di Architettura e Design industriale Ornella Zerlenga e alla coordinatrice del Dottorato di Interesse Nazionale Alessandra Cirafici.
Una cerimonia partecipata non solo dalle autorità di Napoli e Caserta e dai rettori anche di altre università, ma soprattutto da un affollato uditorio internazionale (dominante la palette di bianchi e di beige degli abiti eleganti e pregiati delle sue collezioni), che si è lasciato emozionare dall’oratoria poetica di Cucinelli, stilista e imprenditore illuminato e visionario, «ambasciatore dell’eleganza italiana come sintesi di cultura e tradizione», ha ricordato il rettore Nicoletti.
Abile comunicatore di ingegno e di speranza, Cucinelli ha saputo condensare nella lectio magistralis, intitolata «Il Genius loci, maestro delle arti», declamata a braccio e rimettendosi alla benevolenza di sant’Agostino («Ma se si parla con il cuore, non si sbaglia mai», ha aggiunto subito dopo), il senso e le origini del suo operare assieme alle scelte compiute secondo due principi ispiratori, che potremmo rappresentare nella immarcescibile espressione «Kalòs kai agathòs», il bello e il buono.
Le radici, la natura, la tradizione, la cultura, il mondo antico, la bellezza, l’arte, la famiglia, la spiritualità, l’etica, il lavoro, costituiscono i riferimenti e, al tempo stesso, gli orizzonti di un percorso di vita che si intreccia, fino a fondersi indissolubilmente, con un modello d’impresa che è, prima di tutto, una visione concreta e una tensione ideale.
E tra la terra e il cielo si collocano i numerosi riferimenti culturali e spirituali a cui si ispira l’uomo, il cavaliere e da ieri dottore di ricerca Brunello Cucinelli, e su cui si fonda la stessa azienda che porta il suo nome, per conseguire un progetto di impresa e di vita che ridefinisce i rapporti tra natura e cultura, tra uomo e lavoro, tra corpo e spirito, investendo territorio e comunità. Un progetto di arte totale per un nuovo abitare, avrebbero affermato le avanguardie storiche del primo Novecento. Non sorprende, dunque, che nel generoso elenco dei suoi maestri compaiono anche Vitruvio, Alberti e Palladio, che «mi appaiono affratellati nella visione di un’architettura pura, elegante, semplice, funzionale, naturale, visionaria», come chiarisce in diversi passaggi della sua lectio: «Con questi ideali di bella politica, bella famiglia, di religione e spiritualità abbiamo costruito la nostra industria considerandoci un poco architetti di questa impresa che definiamo umanistica, fondata sulle grandi regole del Maestro Vitruvio: solida, utile, bella e aggraziata» (ultimo aggettivo aggiunto dal neodottore, come ha tenuto a precisare).
Il progetto è tramandare il passato, incidere nel presente e dare così sostanza al futuro, nella centralità dei valori della vita e della natura. È questo, dunque, ciò che intende Cucinelli quando parla di impresa: «Solida perché vivesse per l’eternità, utile perché servisse all’umanità nel rispetto della dignità morale ed economica dell’essere umano. Bella e aggraziata perché fosse gradevole come ambiente di lavoro e rispettasse i canoni del Genius Loci su cui tanto crediamo, sentendoci dei piccoli custodi del creato» e, quindi, delle bellezze del mondo, secondo l’insegnamento dell’imperatore Adriano. Tra queste, il piccolo borgo di Solomeo, in Umbria, dove con l’architetto Massimo de Vico Fallani («che è per me ciò che è stato Aristotele per il grande Alessandro Magno») Cucinelli è da anni impegnato a realizzare altra parte del suo visionario progetto che prevede interventi di restauro e riqualificazione architettonica e paesaggistica: immersi tra parchi, oliveti e vigneti, un Teatro («tempio laico dell’arte»), ispirato ai grandi maestri Palladio e Scamozzi, e un anfiteatro; una cantina («quasi un luogo sacro, un omaggio alle dea madre “dalla quale tutto deriva”, come ci insegna Senofane»); nella valle un monumento alla Dignità dell’uomo («a testimonianza del nostro pensiero»); e il restauro, ancora in corso, di una villa settecentesca che diventerà la Biblioteca Universale di Solomeo, dedicata a Tolomeo I di Alessandria e all’imperatore Adriano.
Ed è il borgo trecentesco di Solomeo che accoglie il cuore della famiglia e dell’impresa (la moglie Federica Benda assieme alle figlie Camilla e Carolina sono parte attiva dello stesso unico totalizzante progetto), che è diventata una solida struttura di pensiero, ispirata da valori, ma declinata in azioni concrete: «Abbiamo sempre creduto in una crescita sostenibile ed equilibrata dell’impresa che realizzasse i giusti profitti con etica, dignità, rispetto, senza creare danni all’umanità o, perlomeno, il meno possibile. Crediamo in una sostenibilità climatica, economica, spirituale, tecnologica, morale. Su questi grandi temi ci ispiriamo alla regola del grande imperatore Augusto nel diritto romano di duemila anni fa: vivi onestamente, non recare danni a nessuno, ad ognuno il suo. Abbiamo dato un nome a tutto ciò: Capitalismo Umanistico e Umana Sostenibilità».
Come conciliare ideali umanistici, una nuova dimensione imprenditoriale nei rapporti di lavoro, dove l’uomo è al centro dei processi produttivi, con un’azienda quotata in borsa, che ha chiuso il 2024 con una progressione dei ricavi del 12,2%, che ha una previsione di crescita del 10% per il 2025 e per il 2026 e che ha l’ambizione di raddoppiare il fatturato del 2023 entro il 2030? Se già il libro autobiografico Il sogno di Solomeo. La mia vita e la sfida del capitalismo umanistico (2018) può venire in soccorso, con la lectio magistralis Cucinelli ha offerto spunti ulteriori, riferendosi soprattutto alle radici, alla vita contadina della sua infanzia, vissuta nel casolare nella campagna di Castel Rigone dove ha appreso le leggi del creato, dove ha imparato al bar, giovanissimo, a discutere di Kant e dove, da subito, ha rimesso la sua anima a san Benedetto, che raccomandava di essere «rigoroso e dolce, esigente maestro, amabile padre», e a san Francesco che insegna a vivere in semplicità e in armonia con tutti. Da lì seguono, poi, i modelli dell’Antichità e del Rinascimento, il pensiero dei Greci e la responsabilità di dover edificare per l’eternità.
Ed è proprio sul senso di responsabilità, che Cucinelli ha voluto concludere la sua lectio, riferendosi dapprima ai politici («responsabili pro tempore delle bellezze del mondo, custodi pro tempore del Creato, a cui chiediamo: indicateci la via»), ma soprattutto alle giovani generazioni, «nuove sentinelle, nuovi paladini e custodi del creato», che devono avere fiducia nell’arrivo di un Tempus novum dove avverrà «un’umanistica rivoluzione». Rivolgendosi a loro, citando Pitagora («Ricordati, comunque, che raccoglierai ciò che hai seminato») e ricordando che occorre contrastare con l’accoglienza e con l’amore quel «mal dell’anima» che ci accompagna tutti, Cucinelli ha terminato, infine, la sua applauditissima e commossa discussione: «La cultura è il sale della terra. Vi è un’intelligenza dello studio e un’intelligenza dell’anima. Unite la mente di Apollo all’anima di Dionisio. Credete negli ideali. Guardate alla povertà con occhio nuovo. Abbiate cura della fratellanza. Credete nella speranza. Siate innamorati pazzi … Siate quindi persone perbene. Fate dell’anima la fonte dei grandi pensieri. La saggezza tra tutte le cose belle, dice Socrate, è la più bella».
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