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Il ricordo della studiosa di storia dell’arte contemporanea, già docente di Storia e metodologia della critica d’arte all’Accademia di Belle Arti di Bologna
- Silvia Evangelisti
- 09 marzo 2026
- 00’minuti di lettura
Umberto Allemandi
Cavalli di razza per un mensile con il formato di un quotidiano
Il ricordo della studiosa di storia dell’arte contemporanea, già docente di Storia e metodologia della critica d’arte all’Accademia di Belle Arti di Bologna
- Silvia Evangelisti
- 09 marzo 2026
- 00’minuti di lettura
Silvia Evangelisti
Leggi i suoi articoliAvevo appena vinto il primo dottorato di ricerca attivato in Italia in Storia dell’Arte e avevo saputo che a Torino Umberto Allemandi stava lanciando un nuovo periodico dedicato all’arte, un progetto originale, diverso da quelli pubblicati sino a quel momento: un mensile dal formato di quotidiano, pieno di notizie e informazioni su ogni aspetto del mondo dell’arte, dalle mostre al restauro, dall’archeologia all’arte contemporanea, dall’Italia al mondo.
A Torino cercavano collaboratori e io mi presentai.
Cominciò così, dal n. 3 de «Il Giornale dell’Arte», la mia collaborazione con Umberto, una collaborazione che è durata più di vent’anni. Poi, tra il mio impegno di docente presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e l’incarico di direttore artistico di Arte Fiera, non mi fu più possibile mantenere l’incarico di corrispondente del Giornale. È stata per me un’esperienza importante e mi ha insegnato moltissimo, sia dal lato professionale che da quello personale, mostrandomi come la tenacia, la capacità di immaginare e il coraggio di provare strade nuove, come sempre ha fatto Umberto Allemandi, siano doti rare e fortunate.
Quando cominciai a lavorare per il nuovo giornale avevo già qualche collaborazione con quotidiani e riviste specializzate, ma «Il Giornale dell’Arte» era diverso: non troppa critica (e «critichese», bandito dalle pagine della rivista) ma molta sostanza, fatti, notizie, spiegazioni chiare, giudizi sintetici e non «di maniera», cassate sempre frasi come «bella mostra» «bravo artista» e simili! Un’ottima palestra per me, che già avevo la tendenza a semplificare il linguaggio dell’arte e che per questo venivo spesso criticata («peccato, scrivi un po’ troppo all’americana»).
E poi, Allemandi pagava, poco ma pagava. E questo non era così consueto per le riviste d’arte. Certo, dopo qualche anno si cercava di ottenere qualche soldo in più, ma non era facile spuntarla con Umberto. Chi tra i numerosi, e spesso prestigiosi, collaboratori del Giornale non ha ricevuto, a una richiesta di aumento, la «classica» risposta di Umberto: «Lo so, economicamente non ci possiamo permettere dei cavalli di razza come te ma vorrei tanto che tu continuassi a dare lustro al nostro giornale»?
In realtà non era una risposta di maniera, la stima c’era davvero e Umberto l’ha dimostrata attivamente, con un costante sostegno ai suoi collaboratori migliori, offrendo loro opportunità, pubblicando i loro libri. Testimoniando così la sua reale stima per i suoi «cavalli di razza». Caro Umberto, forse io non sono un vero «cavallo di razza», ma tu mi hai fatto sentire tale e mi hai dato un bel sostegno per tentare di diventarlo sul serio.