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Ingresso lato est della Collezione Maramotti a Reggio Emilia

Photo: Bruno Cattani

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Ingresso lato est della Collezione Maramotti a Reggio Emilia

Photo: Bruno Cattani

Cecilia Alemani guida il Max Mara Art Prize for Women verso l’Asia

Il premio, che ha come nuovo partner istituzionale il Museum Macan di Giacarta, diventa «uno strumento di diplomazia culturale» aprendosi a una dimensione globale più complessa

Giulia Grimaldi

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Il Max Mara Art Prize for Women entra nel suo 20mo anno scegliendo di rivedere la propria posizione nel mondo. Nato nel 2005 come premio dedicato ad artiste che si identificano nel genere femminile e sviluppato per due decenni in stretta collaborazione con la Whitechapel Gallery di Londra, il riconoscimento promosso da Max Mara Fashion Group e Collezione Maramotti di Reggio Emilia inaugura ora una fase itinerante che ne amplia l’orizzonte culturale e politico.

La prima curatrice individuata per questa nuova incarnazione del premio è Cecilia Alemani, direttrice di High Line Art a New York e tra le figure che negli ultimi anni hanno maggiormente contribuito a ridefinire il discorso curatoriale internazionale. «La transizione, spiega, non è soltanto organizzativa o geografica, ma concettuale. Si va verso una fase nomadica che rappresenta un’evoluzione naturale e ambiziosa per il 20mo anniversario del Max Mara Art Prize for Women. Questa nuova configurazione trasforma il Premio in uno strumento di diplomazia culturale, con l’obiettivo dichiarato di costruire connessioni solide e durature in un’epoca di frammentazione globale». Il superamento del modello stanziale britannico non è dunque una semplice espansione del raggio d’azione verso Est. Si tratta «di un’alternativa ai modelli eurocentrici dominanti: il Premio riconosce che l’innovazione artistica oggi non è più un monopolio occidentale», spiega Alemani.

La decima edizione del Max Mara Art Prize for Women (2025-27) approda così per la prima volta in Asia, con il Museum Macan di Giacarta come nuovo partner istituzionale. Fondato nel 2017, il Macan è il primo museo di arte moderna e contemporanea in Indonesia e si è affermato in pochi anni come nodo strategico per una scena artistica giovane, interdisciplinare e in rapida espansione. «È un museo che da un lato supporta la scena locale con mostre e acquisizioni focalizzate su giovani artisti indonesiani, spiega Alemani. Dall’altro mantiene un’apertura internazionale, sia verso il Sud-Est asiatico sia verso il resto del mondo». Non è un caso che il Macan abbia alternato mostre dedicate a figure come Korakrit Arunanondchai a grandi esposizioni di artisti globali come Yayoi Kusama e Olafur Eliasson. «Parliamo di una nazione che è la quarta più popolosa al mondo e che vanta una scena artistica estremamente vitale, aggiunge Alemani. Entrare in dialogo con questo contesto significa aprire il Premio a una diversità espressiva reale, non simbolica».

Sara Piccinini, Direttrice Collezione Maramotti. Photo: Bruno Cattani

Cecilia Alemani, curatrice Max Mara Art Prize for Women

La collaborazione si struttura come una sinergia profonda. Una giuria composta da figure chiave della scena artistica locale (presieduta da Alemani e affiancata dalla direttrice del Macan Venus Lau, dalla curatrice Amanda Ariawan, dalla gallerista Megan Arlin, dalla collezionista Evelyn Halim e dall’artista Melati Suryodarmo) selezionerà l’artista vincitrice. A questa sarà offerta una residenza di sei mesi in Italia. «La residenza resta il cuore del Premio, chiarisce Alemani. È uno spazio di concentrazione e di libertà, pensato per permettere all’artista di sviluppare un progetto ambizioso in relazione con la cultura italiana». Il percorso culminerà in due mostre personali: una a Giacarta, al Macan, e una presso la Collezione Maramotti a Reggio Emilia, con l’acquisizione delle opere nella collezione. Un modello che il Premio ha affinato nel tempo e che ha contribuito in modo decisivo alla crescita di molte delle sue vincitrici.

La conclusione della collaborazione con la Whitechapel Gallery segna così non una cesura, ma un passaggio di fase. Dopo aver contribuito in modo determinante alla costruzione dell’identità del premio e al sostegno della scena artistica britannica, il Max Mara Art Prize for Women si apre ora a una dimensione globale più complessa, in cui il sostegno alle artiste passa anche dalla capacità di ridisegnare le mappe culturali e i centri di legittimazione. «Aprendosi a mondi e culture che vanno ben oltre l’Europa, conclude Alemani, questo riconoscimento diventa un trampolino di lancio ancora più efficace per le artiste vincitrici, creando legami tra culture e nazioni radicalmente diverse».

Questa ridefinizione del premio avviene inoltre in un momento in cui Max Mara è tornata al centro del dibattito pubblico, anche al di fuori del campo culturale. Negli ultimi mesi, alcune inchieste giornalistiche e prese di posizione sindacali hanno acceso i riflettori sulle condizioni di lavoro di una parte delle donne impiegate nelle manifatture del gruppo, sollevando interrogativi più ampi sul rapporto tra pratiche produttive, responsabilità sociale e politiche di rappresentazione. In questo contesto, l’evoluzione del Max Mara Art Prize for Women si inserisce in un quadro complesso, in cui il sostegno alle artiste e il discorso sull’emancipazione femminile sono chiamati a confrontarsi anche con le dinamiche materiali del lavoro. Resta da vedere se la nuova dimensione globale e politica del premio saprà farsi carico, almeno in parte, di questa tensione, contribuendo ad ampliare il campo della riflessione oltre il perimetro simbolico dell’arte contemporanea.

Venus Lau, direttrice del Museum Macan

Giulia Grimaldi, 22 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

Cecilia Alemani guida il Max Mara Art Prize for Women verso l’Asia | Giulia Grimaldi

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