Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Stefano Causa
Leggi i suoi articoliLa domenica di Carnevale, anche quest’anno, la musica del risveglio non può che essere quella del giovane Schumann. Così come conviene riascoltare nelle feste consacrate gli oratori bachiani, i giorni tra martedì e giovedì grasso meritano, in loop, l’ascolto del «Carnaval» op. 9 che il maestro venticinquenne ultimò nel 1835. Ventuno bozzetti per piano, nessuno più lungo di quattro minuti, perlopiù di due o meno. Se è imperdonabile anche solo tentare di aggettivare lo Schumann più amato ed eseguito, giovi ripetere che questi pezzi ridefiniscono il concetto di brevità negli anni dei paesaggi napoletani dell’olandese Pitloo e delle vedute di Volterra di Corot che sembrano rompersi in un fiato («Quel che è buono davvero diventa buono il doppio, se contenuto in poco spazio», diceva il gesuita Gracian, così santificando due secoli prima di Schumann le virtù del corto, nell’arte come nelle relazioni sociali). Latinano gli italiani, ma si sa: giunti al Romanticismo, tra musica e pittura la squadra titolare dei nostri, come succede nel calcio, è fatta da stranieri.
Erede di Massimo Mila, il musicologo torinese Giorgio Pestelli, uno degli ultimi maestri della saggistica è convinto che questo capolavoro dia sfogo allo Schumann più «estroverso e capriccioso», «ingentilito di maschere e balli». Quel coté latino che nel musicista convive, a corrente alternata, col «polo nordico, severo e interiore». Insomma, conclude Pestelli: «lo spirito francese contro il filisteismo tedesco». Non si saprebbe dir meglio (con tutte le allusioni che si sappiano o si vogliano rintracciare in questi incisi). Ma intanto: i bozzetti di Pierrot, Arlecchino, Eusebio, Florestano, Chiarina, Estrella, Pantalone e Colombina hanno provato a suonarle i migliori, anche se l’opera 9 vive per noi incavicchiata a un pianista idiosincratico allo spasimo come Arturo Benedetti Michelangeli. È lui, tra dozzine di altri, il supremo porgitore del «Carnaval». Solo con lui si avvera quel tipo di identificazione tra il pezzo e l’esecutore che scatta automatica nel caso delle «Variazioni Goldberg» eseguite da Glenn Gould o con il Debussy di Samson François.
Come guida all’ascolto, Pestelli consigliava l’esecuzione alla Royal Albert Hall il 4 marzo 1957, la si reperisce anche in rete. In alternativa esiste, sempre di Benedetti Michelangeli, la registrazione, ripubblicata dalla Deutsche Grammophon nel 1981, tenutasi negli studi BBC, in quell’anno sia del «Carnaval» sia del «Fashingsschwank aus Wien», op 26, il Carnevale di Vienna. E vale la pena di ricordare che, nel 1950, era uscito, per Einaudi, la raccolta di scritti di Schumann sulla musica romantica curata da Luigi Ronga. Ma il punto è un altro. A questo Schumann così scattoso, capace di slanci di tenerezza impensabili e che Benedetti Michelangeli faceva riesplodere come suo contemporaneo, che copertina gli metti?
Nell’era di Spotify, la questione non si pone. La musica è aniconica. Va in giro nuda e scorniciata. Ma per chi ha una memoria di carta l’ascolto in casa, vinili o compact disc alla mano, è un gioco di copertine che fungano da benvenuto e da soglia critica. Sul tema si è scritto abbastanza, e bene, per il jazz, il rock, il pop (e, naturalmente e prima di tutto, per il progressive inglese che, nel momento di sboccio e maturazione, tra 1969 e ’75, pretende sempre copertine adeguate). Ma la musica eurocolta, o classica che dir si voglia, ha sempre scontato l’assenza di una porta d’accesso. Risolve nella maggior parte dei casi ripiegare sugli esecutori stessi, più o meno fotogenici, in posa o mentre suonano. Ma vi sono casi in cui si battono strade diverse, calibrate o clamorosamente incongrue (quanti primitivi sulla musica barocca per non parlare di un dettaglio della «Discesa dalla croce» del Museo di Stuttgart del cinquecentesco olandese Colijn de Coter sullo «Stabat Mater» di Rossini diretto da Carlo Maria Giulini!). E, d’altronde, che cosa gli metti sul carnevale schumanniano che esca dalla filiera veneziana dei Pulcinella tiepoleschi fino alle fotografie delle bautte? Forse l’illustrazione dell’opera 9 è un banco di prova irrisolto: a riprova che, curioso a dirsi, l’iconografia del Carnevale non offre un bottino così ricco. E difatti.
Nel compact del 1981, per esempio, c’è Benedetti Michelangeli rigorosamente senza cravatta. Illuminato di tre quarti, baffetti cortissimi e capelli tirati indietro, giacca e dolcevita, si tocca il mento, guardando in basso verso uno spartito ideale. In un altro disco, precedente di qualche anno, compare in copertina un disegno, con dedica, del volto del pianista fatto dall'artista trentino Livio Conta a imitazione dello Chopin di Delacroix. E fin qui Schumann è Benedetti Michelangeli e Benedetti Michelangeli è Schumann. Ma quei ventuno studi dell’opera 9 potevano prestarsi a un filtraggio iconografico anche molto speciale.
Per l’interpretazione di Daniel Barenboim la Deutsche grammophon propone, nel 1979, «Opera buffa», un dipinto di Otto Heinrich Engel del 1910 (tagliandone la finta cornice strappata). Si tratta di un quadro (un poco alla Picasso giovane) che avrebbe ingolosito Roberto Calasso, scopritore, per le copertine di casa Adelphi, di un’arte moderna assente dalle mostre e dai giri manualistici correnti. Altri due esempi: per l’esecuzione di Andrea Passigli del «Carnaval» si scelse, nel 2014, un francese di secondo ’600 di quelli rari, Pierre Bergaigne, che fa già sentire dietro la porta nientemeno che Hogarth. Nel 2005 Hyperion va a scomodare, per Marc, André Hamelin, un dipinto di Karl Hofer del 1922 (oggi ai musei di Colonia), «Le Tre maschere», che stringe Schumann in una abbraccio da Nuova Oggettività tedesca da dove ameremmo si divincolasse al più presto. Per scortare nel 1993 il grande pianista ungherese Jeno Jando la Naxos adotta uno scorcio austriaco di Ferdinand Georg Waldmuller del 1837, Zell am See in Pinzgau. Siamo due anni dopo il «Carnaval». La copertina potrebbe senza dubbio calzare, intanto come epoca, se non rischiasse di precipitare l’ascoltatore in una dimensione da pastorale beethoveniana che non ha molto a che fare con questo Schumann. Eppure, forse, dinanzi a quel paesaggio il musicista avrebbe potuto sperare in un’ultima salvezza prima che, a poco più di quarant’anni, i pensieri cattivi avessero la meglio e finissero per lui ogni Carnevale e mascherata terrena.
Karl Hofer, «Le Tre maschere», 1922, Colonia
Altri articoli dell'autore
Il vero spirito del Natale è nella luce dorata di un capolavoro del Sassoferrato conservato nel Museo di Capodimonte
Henry Beyle pubblica in edizione limitata immagini e parole di una conversazione «fuori dai denti» del 1980 dei due grandi compagni di strada. Ogni lettura è un furto con scasso ripetono; ogni quadro pure
Atteso che, col 31 dicembre, si chiuderà il primo quarto del primo secolo del nuovo millennio, ricordiamo La Folie Baudelaire di Roberto Calasso
Nel nuovo libro di Maria Grazia Gargiulo, arte e mercato rivivono dalle pagine dimenticate de «L’Artista moderno», embrione di una rivoluzione editoriale



