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Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliRiscrivere la storia come campo di battaglia. Nel lavoro di Wael Shawky la storia non è mai un dato stabile, né un repertorio da illustrare. È un campo di forze, attraversato da traduzioni, slittamenti e conflitti di narrazione. Da oltre vent’anni l’artista egiziano (nato ad Alessandria d’Egitto nel 1971) costruisce opere che mettono in crisi l’idea stessa di racconto storico, interrogando chi parla, da dove, e per chi. Film, performance, sculture e progetti pedagogici diventano strumenti per smontare le versioni dominanti della storia e restituirne la natura costruita, parziale, spesso ideologica.
La sua ricerca si muove da oltre vent’anni tra cinema, performance, installazione e pedagogia, con un’attenzione costante al modo in cui la storia viene raccontata, tramandata e trasformata in strumento di legittimazione culturale e politica. Il cuore della sua pratica è la narrazione storica intesa come costruzione ideologica. Shawky non lavora sul passato come archivio neutro, ma come terreno instabile, attraversato da conflitti, omissioni e prospettive divergenti. Le sue opere mettono in discussione la pretesa di universalità dei grandi racconti occidentali, mostrando come ogni versione della storia sia il prodotto di un punto di vista situato. Questa tensione emerge con particolare forza nella trilogia filmica «Cabaret Crusades», realizzata tra il 2010 e il 2015. Attraverso marionette artigianali e testi tratti da cronache arabe medievali, Shawky rilegge le Crociate dal punto di vista del mondo islamico. Il dispositivo teatrale e artificiale non addolcisce il contenuto, ma lo rende più perturbante: la distanza formale mette in evidenza la violenza simbolica insita nei racconti storici e la loro capacità di modellare identità collettive.
Il ricorso a linguaggi apparentemente “altri”, come il teatro di figura, la musica o la ritualità, è una costante nel lavoro di Shawky. Questi strumenti gli consentono di evitare il registro documentario e di collocare lo spettatore in una posizione di ascolto ambigua, dove l’autorità del racconto non è mai data per scontata. La storia diventa così una performance, un atto che si rinnova ogni volta che viene messo in scena. Negli ultimi anni, la sua ricerca si è ampliata verso una riflessione più esplicita sui concetti di progresso, modernità e sviluppo. Opere come «Drama 1882» o «I Am Hymns of the New Temples» affrontano il rapporto tra colonialismo, nazionalismo e costruzione dell’identità moderna, mettendo in relazione il passato con le contraddizioni del presente. In questi lavori, la temporalità non è lineare: eventi lontani riemergono come fantasmi che continuano a influenzare il presente.
Accanto alla produzione artistica, Shawky ha sviluppato un’intensa attività pedagogica. È fondatore e direttore di MASS Alexandria, un programma di studi indipendente che propone un modello educativo alternativo, basato sulla ricerca collettiva e sull’autonomia critica. Anche in questo contesto, l’idea di “divenire” assume un valore centrale: l’arte come processo formativo, aperto, non finalizzato alla produzione di oggetti ma alla costruzione di pensiero.
Il suo recente ruolo come direttore artistico di Art Basel Qatar si inserisce coerentemente in questo percorso. Shawky porta all’interno di una struttura eminentemente di mercato una sensibilità attenta alle tensioni storiche, politiche e simboliche del contesto in cui opera. Il tema «Becoming», scelto per l’edizione inaugurale, riflette una visione dell’arte come spazio di interrogazione, più che di celebrazione. La forza del lavoro di Wael Shawky risiede nella sua capacità di tenere insieme rigore concettuale e complessità formale, senza mai offrire risposte univoche. Le sue opere non chiedono adesione, ma attenzione. In un sistema dell’arte spesso orientato alla semplificazione e alla velocità, Shawky insiste sulla lentezza, sull’opacità e sul conflitto come condizioni necessarie del pensiero critico.
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