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Davide Landoni
Leggi i suoi articoliGli spiriti dei boschi si svegliano la notte, e allo stesso modo si comportano quelli che abitano una mostra d'arte. Sia chiaro: non tutte le esposizioni possono vantare opere animiste, vissute da spiriti che premono sotto la superficie per uscire allo scoperto, per manifestarsi al visitatore. Magica caratteristica che di certo appartiene, però, ai progetti di Chiara Camoni, compreso «Luccicanza. Di fiori e di filo, di pietra e di terra, di pelle e di radice», a Casa Zegna di Trivero Valdilana (Biella), con la curatela di Ilaria Bonaccossa, fino al 22 novembre. A suggerire che i suoi lavori occupino il nostro mondo e al contempo un altrove, lo sottolinea l'artista stessa, che racconta di ricevere continui messaggi di persone che, dopo averle viste, la notte successiva le sognano. Come facessero loro visita in un secondo momento, troppo timidi e intimoriti per mostrarsi in sede di mostra.
A proposito, l’architettura del giardino d’inverno progettato da Pietro Porcinai, oggi spazio espositivo, si presta ad essere letta come un tempietto immerso nella foresta: minimale, silenzioso, in dialogo continuo con il verdeggiare esterno. Il contesto perfetto per ospitare la serie di diversi elementi – vasi, figure, tappeti, superfici tessili, sculture architettoniche - che formano l'installazione. Spiegandone la genesi, è nuovamente Camoni a suggerire indirettamente la vita propria delle sue opere, o almeno una presenza attiva che le muove. «Non mi sveglio con idee inedite: è il lavoro che ho appena concluso il giorno prima che dà l’avvio a quello che metto in cantiere il giorno dopo. È come se fosse un flusso continuo che fa parte della mia quotidianità».
Nel complesso della mostra, tale visione si traduce in un ambiente abitabile, dall’atmosfera accogliente e straniante allo stesso tempo, alla quale il pubblico è invitato a prendere parte. Dice infatti Chiara Camoni: «Le opere chiedono allo spettatore di essere lì con il corpo e di avere una relazione con quell’altro corpo che è la scultura. Succede qualcosa in quell’incontro, ma non è una relazione di natura intellettuale». Ma questo qualcosa non è necessariamente immediato da rintracciare. Serve tempo, pazienza, come in una meditazione o una preghiera. Qualcuno, come detto, la realizzerà solo la notte, in sogno. C'è però la possibilità di coglierlo in un attimo.
Giardino d'inverno, 2026, grès e porcellana smaltate con cenere, sabbia, terra e minerali provenienti dall'Oasi Zegna, ceramica, terracotta, legno patinato verderame, lana, lino e seta provenienti dal Lanificio Ermenegildo Zegna e canapa. Ph. Camilla Maria Santini
Venere, 2026, grès smaltato con cenere, sabbia, terra e minerali provenienti dall'Oasi Zegna, legno patinato verderame, lana, lino e seta provenienti dal Lanificio Ermenegildo Zegna e canapa. Ph. Camilla Maria Santini
Serve che la porta della sala che dà sull'esterno, quella in fondo sulla destra, sia aperta per ragioni di servizio; serve che nel breve intervallo in cui rimarrà spalancata per facilitare il passaggio, attraverso essa una corrente porti l'aria all'interno; serve che quest'aria muova le stampe vegetali su seta appese a una leggera struttura in ottone e su cui sono impressi i volti furbeschi di creature dispettose; serve che una brezza muova i capelli in grès smaltato con cenere, sabbia, terra e minerali della «Venere» distesa su una delle due chaise longue in legno; serve che sull'altra, una creatura in ceramica e terracotta si arrampichi grazie alla sua struttura biomorfa e punti dritta verso le piante e le opere-vaso poste all'altra estremità; serve che le superfici tessili, simili a tappetti, che riempiono il perimetro vuoto formato dagli altri lavori, rimangano invece stabili per allacciare orizzontalmente tutti gli elementi.
Ecco, se in alcuni casi la brezza muove letteralmente le opere, nelle altre partecipa in ogni caso a rivelare la «Luccicanza» che dà il titolo al progetto: una qualità intermittente della materia, un bagliore fragile e quasi organico che attraversa superfici, colori e consistenze, come una scintilla che appare nel punto d’incontro tra elementi diversi. Nella pratica dell’artista, il gesto creativo coincide infatti con un processo di ascolto e di prossimità. L’opera prende forma attraverso lavorazioni lente, sedimentazioni, passaggi progressivi in cui il fare artistico conserva qualcosa della dimensione artigianale della bottega e del sapere tramandato. L’attenzione alla materia come organismo vivo trova risonanza perfetta nel contesto di Oasi Zegna, l'area che circonda lo spazio espositivo e dove Camoni ha raccolto cenere, sabbia, terra e minerali, poi unite a gres, terracotta e porcellana con cui ha realizzato le opere.
Così facendo la memoria della manifattura e la ricerca dell’autrice sembrano condividere una stessa geografia sensibile, in cui le sostanze naturali custodiscono tempi geologici, memorie produttive e tracce del luogo che il lavoro artistico riattiva e restituisce in nuove forme. Dunque, se per Camoni i materiali non sono strumenti neutri ma interlocutori attivi, capaci di guidare e modificare il processo creativo, allora la terra su cui Fondazione Zegna ha fondato il suo secolare dialogo tra impresa, cultura e comunità, è la stessa terra che entra nelle opere dell'artista, che lavora alla stratificazione di sensi e racconti che ne compongono l'essenza. In «Luccicanza», ogni elemento – un filo, una pietra, una foglia, una figura – partecipa a una stessa trama di relazioni, la quale ha l'ambizione di estendersi ad ogni creatura che visita la mostra. Come una radice che dalla terra s'alza in una pianta che sfiora il cielo, o uno spirito che nella notte torna ad accarezzare i nostri sogni.
Vista d'insieme dell'installazione Luccicanza. Di fiori e di filo, di pietra e di terra, di pelle e di radice. Presso Casa Zegna. Ph. Ph. Camilla Maria Santini
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