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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliA New York chiude la Mnuchin Gallery a fine di febbraio. Si spegne così uno dei luoghi più discreti e al tempo stesso influenti del sistema dell’arte newyorkese. La notizia segue la scomparsa del suo fondatore, Robert Mnuchin, morto lo scorso dicembre all’età di 91 anni, e segna la fine di un progetto che per oltre tre decenni ha incarnato un’idea di galleria come spazio di rigore storico, qualità museale e mediazione culturale, più che come piattaforma spettacolare o brand-driven. Situata nella storica townhouse a cinque piani al 45 East 78th Street, nell’Upper East Side di Manhattan, la Mnuchin Gallery ha sempre mantenuto un profilo volutamente appartato. Lontana dalla frenesia di Chelsea e, più recentemente, di Tribeca, la galleria si è imposta come un punto di riferimento per la rilettura dell’arte moderna e del dopoguerra, con un programma che ha privilegiato mostre profondamente curate, accompagnate da solide pubblicazioni accademiche.
Robert Mnuchin rappresentava una figura atipica nel panorama dei mercanti d’arte americani. Dopo una lunga carriera nel settore finanziario – culminata nel ruolo di responsabile del trading desk di Goldman Sachs – intraprese negli anni Novanta una seconda vita professionale nel mercato dell’arte. Nel 1992 fondò C&M Arts insieme al gallerista di Los Angeles James Corcoran, concentrandosi sull’Espressionismo Astratto e stabilendo la sede proprio nella casa acquistata con la moglie Adriana nel 1982. Era l’inizio di un percorso che avrebbe progressivamente trasformato un’abitazione privata in un luogo di legittimazione critica. Nel 2005 la galleria cambiò pelle con la nascita di L&M Arts, in partnership con Dominique Lévy, assumendo una dimensione bi-costiera. Dopo la separazione dei due soci nel 2013, l’attività prese definitivamente il nome di Mnuchin Gallery, consolidando una linea curatoriale sempre più autonoma e riconoscibile. Non si trattava di inseguire le tendenze, ma di costruire narrazioni storiche coerenti, spesso controcorrente.
Il programma della Mnuchin Gallery ha attraversato alcune delle principali costellazioni dell’arte del Novecento: dall’Espressionismo Astratto al Minimalismo, dalla Color Field Painting alle declinazioni più sperimentali del secondo dopoguerra. Mostre dedicate a figure come Willem de Kooning, Helen Frankenthaler, Morris Louis, Robert Motherwell, Donald Judd ed Ellsworth Kelly hanno contribuito a ribadire una lettura non ortodossa, talvolta revisionista, di canoni apparentemente stabilizzati. Accanto a questi nomi, la galleria ha lavorato con artisti contemporanei come El Anatsui, David Hammons, Sean Scully e Cindy Sherman, inserendoli in un dialogo intergenerazionale mai puramente illustrativo.
Negli ultimi anni, uno degli aspetti più rilevanti del lavoro della Mnuchin Gallery è stato il recupero critico di artisti storicamente marginalizzati o sottovalutati. Le mostre dedicate a Ed Clark, Sam Gilliam, Lynne Drexler, Simon Hantaï, Kazuo Shiraga e Alma Thomas non hanno avuto il carattere della riscoperta tardiva quanto piuttosto quello di una riscrittura necessaria della storia dell’arte del dopoguerra. In questo senso, la progressiva attenzione verso artiste donne e artisti di colore è apparsa come l’esito coerente di un’indagine storica di lungo periodo.
L’ultima mostra, una rassegna dei celebri plate paintings di Julian Schnabel, conclusasi sabato scorso, ha funzionato quasi come un epilogo involontario: un ritorno alla materia, alla pittura come gesto e superficie, che sembra riassumere l’intero ethos della galleria. Sebbene lo spazio rimanga accessibile su appuntamento, la chiusura segna una cesura definitiva. La fine della Mnuchin Gallery si inserisce in un momento particolarmente fragile per l’ecosistema delle gallerie, colpite negli ultimi anni da una serie di chiusure eccellenti. Se da un lato il mercato continua a crescere in termini di volumi e concentrazione, dall’altro si assiste a un progressivo impoverimento di quei luoghi intermedi in cui la galleria svolgeva ancora una funzione culturale prima che commerciale.
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