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Un angolo dell’Irma Stern Museum a Città del Capo, allestito nell'edificio che fu casa e studio dell'artista sudafricana

Irma Stern Museum

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Un angolo dell’Irma Stern Museum a Città del Capo, allestito nell'edificio che fu casa e studio dell'artista sudafricana

Irma Stern Museum

Chiude l’Irma Stern Museum a Città del Capo

Dopo 56 anni c'è incertezza sul futuro dell’istituzione, ospitata nell’edificio che fu casa e e studio della più importante artista sudafricana del primo Novecento. La collezione sarà trasferita per «intraprendere un nuovo viaggio» 

Daria Berro

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Dopo 56 anni l’Irma Stern Museum di Città del Capo, dedicato all’artista tedesco-sudafricana considerata la più importante rappresentante dell’arte del primo Novecento in Sudafrica, ha chiuso improvvisamente lo scorso 31 ottobre, suscitando sconcerto. Fondato nel 1971, sei anni dopo la scomparsa di Stern (1894-1966), il museo allestito nell’ex casa e studio della pittrice, uno spazio vivace e «vissuto», dove i suoi pennelli, il cavalletto, gli stracci e lo spolverino che usava per dipingere sono ancora lì dove li aveva lasciati, era gestito e amministrato congiuntamente dall’Università di Città del Capo (Uct) e dall’Irma Stern Trust. Una partnership arrivata a un punto di rottura dal momento che le due parti «hanno concordato di concludere la loro collaborazione di lunga data», per motivi definiti «operativi».

«Per 56 anni il museo è stato un importante punto di riferimento culturale, che ha accolto generazioni di membri della comunità dell’Università di Città del Capo, nonché visitatori locali e internazionali provenienti da tutto il mondo, desiderosi di vivere l’esperienza della vivace arte di una delle pittrici più celebrate del Sudafrica. Ora, nello spirito avventuroso di Irma Stern, la collezione intraprenderà un nuovo viaggio», si legge in una dichiarazione ufficiale. La nota prosegue annunciando che la collezione, un assortimento eclettico di manufatti e mobili che l'artista aveva raccolto nel corso degli anni nonché di opere da lei dipinte, sarà trasferita in una struttura di archiviazione idonea a garantirne la conservazione, mentre The Firs, la dimora storica in cui Stern si era stabilita negli anni Venti, e attuale sede del museo, sarà «riutilizzata». 

Si intravede, intanto,  una possibile soluzione. In una dichiarazione il Trust afferma che «è attualmente in corso il processo di riacquisizione di The Firs dall'Uct in conformità con un accordo di vendita che riflette i termini della clausola di annullamento originale». A breve il Trust dovrebbe annunciare progetti volti a «presentare le opere di Irma Stern in modi nuovi che coinvolgeranno un pubblico sudafricano e internazionale ancora più vasto», in linea con i desideri dell’artista, che aveva affidato la sua casa e la sua collezione allo scopo di «incoraggiare e promuovere le belle arti all'interno e all'esterno del Sudafrica». 

Stern, nata in Transvaal da genitori tedeschi, aveva studiato pittura a Weimar e a Berlino. Membro fondatore del Gruppo di Novembre, era amica intima di Max Pechstein, esponente della Brücke. Negli anni Venti espone nelle più importanti gallerie di Berlino e il mondo dell’arte tedesco ne loda i ritratti esotici ed espressivi. Dopo l’ascesa al potere dei nazionalsocialisti, lei, ebrea, è costretta ad abbandonare la Germania. Il suo centro di vita diviene Città del Capo, punto di partenza (e di ritorno), fino alla sua morte, di numerosi viaggi in Africa e in Europa. Più volte presente alla Biennale di Venezia, compresa quella del 2024 in cui era esposto il suo «Principessa watussi» del 1924, Stern ha prodotto un'opera vasta e complessa. Nel 2025 il Brücke Museum di Berlino le ha dedicato una personale, la prima dopo decenni, allestendo una quarantina opere in cui le sue radici espressioniste si intrecciano e fondono con le esperienze africane. Lo scorso ottobre un suo ritratto del 1946 intitolato «Malay» (Copricapo nero) è stato venduto ad un’asta della sudafricana Strauss & Co.per 21,7 milioni di rand, pari a circa  1,13 milioni di euro, segnando un record per l’artista. 

 

 

 

 

 

 

 

Daria Berro, 13 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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