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Come si riconosce un’opera «blue chip»: i criteri che ne sostengono valore e domanda nel tempo

Nel mercato dell’arte, il valore si concentra su un numero ristretto di artisti, costosi ma dal potenziale di investimento elevato

Davide Landoni

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Nel linguaggio finanziario, il termine blue chip indica le società più solide e consolidate. Nel mercato dell’arte, l’espressione viene utilizzata per descrivere artisti che hanno raggiunto un riconoscimento museale e istituzionale internazionale stabile nel tempo. Infatti, un artista blue chip è presente nelle collezioni pubbliche, nelle retrospettive museali, nei cataloghi ragionati e nei principali circuiti d’asta. La domanda è globale e stratificata, con collezionisti privati, fondazioni, istituzioni che ne sostengono il mercato.

Per intenderci, secondo l’Art Basel & UBS Art Market Report, circa l’1% delle opere vendute all’asta rappresenta quasi il 50% del valore complessivo delle vendite, e sono quasi tutte opere del XX secolo, mentre la maggioranza dei lotti riguarda lavori di fascia più bassa. Il valore, in altre parole, tende a concentrarsi su alcune opere specifiche.

Ma come si riconosce concretamente un’opera appartenente a questo segmento? 

Yayoi Kusama

Il primo elemento è la provenienza. La storia collezionistica di un’opera - passaggi di proprietà, presenza in raccolte istituzionali o private rilevanti - costituisce un indicatore fondamentale di qualità e legittimità. Nel mercato dell’arte, la provenienza è dato storico e componente strutturale del valore allo stesso tempo. 

Il secondo elemento è la documentazione. Cataloghi ragionati, archivi dell’artista, certificazioni, mostre e pubblicazioni contribuiscono a definire la solidità dell’opera nel tempo. Un’opera inserita nel corpus riconosciuto dell’artista presenta un profilo di rischio differente rispetto a lavori meno documentati. 

Il terzo elemento riguarda la coerenza all’interno della produzione dell’artista. Non tutte le opere di un autore storicizzato hanno la stessa rilevanza. Periodo, qualità formale, tecnica e dimensioni incidono in modo significativo sulla profondità della domanda. 

Un altro fattore spesso sottovalutato è la liquidità relativa del mercato secondario. L’arte resta un asset illiquido per natura, ma esistono segmenti con una maggiore frequenza di transazioni e una domanda più ampia e distribuita geograficamente. La presenza regolare dell’artista nelle principali case d’asta internazionali rappresenta, per esempio, un indicatore di tale profondità. 

Uno scatto dalla mostra Pop Forever, alla Fondazione Louis Vuitton di Parigi

È su questo insieme di criteri che si fonda la strategia di selezione di realtà come Matis, società specializzata nel co-investimento nata nel 2023. La sua attività si concentra prevalentemente su opere del secondo dopoguerra e del Novecento storico, generalmente in una fascia di valore compresa tra 500 mila e 5 milioni di euro, di artisti quali Fontana, Picasso, Calder, Giacometti, Warhol. La selezione privilegia artisti con riconoscimento museale consolidato, blue-chip appunto, dal mercato secondario attivo e una produzione in serie. Elemento, quest’ultimo, che permette di comparare il valore di mercato in un determinato arco di tempo. 

La strategia, infatti, non si basa sull’individuazione di artisti emergenti o su dinamiche speculative di breve periodo, ma su autori che hanno già attraversato il vaglio critico e storico del sistema dell’arte. In questo senso, il lavoro di analisi comprende lo studio delle serie più rilevanti, il confronto con opere analoghe già passate di mano e la valutazione della posizione dell’opera all’interno del percorso dell’artista. 

Per Matis, l’opera è quindi da considerarsi come un oggetto culturale inserito in una rete complessa di relazioni, istituzioni e operatori. In un mercato complesso, la qualità documentale e curatoriale del lavoro diventa parte integrante del processo di investimento. E della sua probabilità di successo.

Davide Landoni, 04 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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