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Tiziano, «Amor sacro e amor profano», Roma, Galleria Borghese

Foto Mauro Coen. © Galleria Borghese

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Tiziano, «Amor sacro e amor profano», Roma, Galleria Borghese

Foto Mauro Coen. © Galleria Borghese

Con oltre 80 capolavori a Roma una grande mostra esplora Le Metamorfosi di Ovidio

Dopo la tappa al Rijksmuseum di Amsterdam, arriva alla Galleria Borghese l’esposizione, accompagnata dal catalogo Allemandi, che racconta l’influsso del poema epico sulla letteratura (da Dante a Shakespeare) e nelle arti visive, da Tiziano, Correggio, Michelangelo, a Rubens, Poussin, Bernini, Gerôme, Rodin e Brâncuși

Guglielmo Gigliotti

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La stasi non esiste, tutto scorre. Lo sapevano bene gli antichi, e Ovidio, al mutamento permanente della realtà, ispirò il suo capolavoro maggiore, Le Metamorfosi. Al poeta di origini sulmonesi, e alla grande influenza sulla cultura artistica del suo libro scritto tra il 2 e l’8 d.C., dedica una esposizione la Galleria Borghese dal 23 giugno al 20 settembre, accompagnata da un catalogo Allemandi riccamente illustrato e corredato da saggi (Francesca Cappelletti, Claudia Cieri Via, Bart Ramakers, Frits Scholten e Lucia Simonato), che mostra come i miti di Ovidio continuino a parlare con forza alla nostra immaginazione. Curata da Francesca Cappelletti, direttrice del museo di Villa Borghese, e dallo storico dell’arte Frits Scholten, la mostra «Metamorfosi. Ovidio e le arti» ha avuto una prima tappa al Rijksmuseum di Amsterdam. Giunge ora, con il sostegno di Intesa Sanpaolo-Gallerie d’Italia e Webuild S.p.A., nella città dove il poema epico-mitologico, che raccoglie circa 250 racconti della mitologia greca e romana in fantasmagorici intrecci, venne composto. Il premio? L’esilio del poeta a Tomi, una desolatissima località sul Mar Nero, nell’attuale Romania, dove morì nel 18 d.C. di solitudine e tristezza. I motivi dell’esilio non sono noti, probabilmente trame di palazzo, di certo non relative al grande libro, ma ai rapporti turbolenti del poeta con l’imperatore Augusto. L’ultima metamorfosi, quella del destino, Ovidio la visse quindi sulla sua pelle. Eppure, senza il suo opus magnum, mancherebbe una parte essenziale della cultura occidentale, tanto fu grande l’influsso sulla letteratura (da Dante a Shakespeare) e nelle arti visive. Lo dimostrano le opere in mostra, di Tiziano, Correggio, Michelangelo, Rubens, Poussin, Bernini, Gerôme, Rodin e Brâncuși, a menzionare solo i casi più eclatanti di un mare d’arte a cui Ovidio ha offerto temi e suggestioni. Per questo Le Metamorfosi sono definite la «Bibbia degli artisti». Se c’è un mito da illustrare, in gran parte dei casi c’è Ovidio, che quindi è stato letto, coltivato e amato per millenni, e lo è tuttora. Che d’altronde tutto si trasformi perennemente è una condizione universale posta fuori dal computo dei secoli. Abbiamo intervistato Francesca Cappelletti.

Come e quando è nata l’idea di una mostra sull’influenza di Ovidio nell’arte?
La mostra ha una lunga storia: Le Metamorfosi in particolare sono state una sorta di serbatoio iconografico inesauribile per gli artisti, dal Rinascimento in poi, ma in realtà se guardiamo anche all’arte antica e alla tradizione della miniatura e del libro illustrato sembra che il desiderio di tradurre Ovidio in immagini non si sia mai affievolito, dalla composizione del poema in poi. Ovidio stesso aveva le sue fonti letterarie e iconografiche che rielabora nel poema, ovviamente, e a volte sembra quasi descrivere opere esistenti. La forza dei rimandi fra poesia e arte figurativa è intensa, e questo legame, in un luogo come la Galleria Borghese, la villa delle metamorfosi, andava sottolineato.

Com’è nata la collaborazione con il Rijksmuseum di Amsterdam?
Da una conversazione con il direttore, Taco Dibbits, sulle metamorfosi e sul mito classico. Confrontavamo i modi diversi e i linguaggi distanti con cui gli artisti hanno rappresentato le storie ovidiane, riflettendo su analogie e differenze e anche sulla difficoltà, a volte, di rendere comprensibili al pubblico dei musei queste storie. Alcune sono più note, altre più oscure e magari le vicende dei protagonisti sono state dimenticate, ma intuitivamente le loro passioni e le loro sofferenze sono riconoscibili, così come la trasformazione dei corpi e della materia sono fenomeni universali. Ovidio appartiene a tutti. La collaborazione ha preso poi forma e con Frits Scholten, curatore della scultura al Rijksmuseum, abbiamo definito il percorso e selezionato gli argomenti e le opere.

Com’è stata la risposta del pubblico olandese a questa mostra?
La risposta è stata in parte inaspettata: un grande entusiasmo! Le opere presentate sono eccezionali, dall’«Ermafrodito» già Borghese del Louvre, alle «poesie» di Tiziano e alle eroine di Correggio, alle letture di Rubens e dei grandi artisti europei del Barocco. Ma sono anche i soggetti e la possibilità di specchiarsi nella favola antica ad aver attirato un pubblico così numeroso e interessato. La potenza dell’amore, la metamorfosi come punizione divina o come riscatto del dolore, la contiguità fra esseri umani e natura, temi che hanno messo alla prova gli artisti fino al Surrealismo e all’arte contemporanea, in cui i personaggi di Ovidio resistono e si materializzano in video, sono tutti elementi alla base di un’esperienza visiva ed emotiva di grande impatto, che mostra la vitalità del mito e della poesia.

Michele Tosini, detto Michele di Ridolfo del Ghirlandaio, «Leda», Roma, Galleria Borghese. © Galleria Borghese

Che cosa lega la Galleria Borghese al mondo mitologico ovidiano?
Nella Galleria ci si muove fra la storia e il mito, e le opere raccontano continuamente miti che poi Ovidio ha incluso nelle Metamorfosi, oppure derivano direttamente dal poema. Ovidio risuona in ogni stanza e in particolare i capolavori della Galleria Borghese, come «Apollo e Dafne» di Bernini, ci rimandano in maniera così immediata e adesiva al poema, da aver suscitato in passato il desiderio di porre i versi delle Metamorfosi sul basamento della statua. Il miracolo della poesia che diventa marmo prende vita ogni momento davanti ai nostri occhi. La lettura del poema fu profonda, la fantasia trascinante di Ovidio e l’irruenza improvvisa del racconto stabilirono una sintonia con Bernini attraverso i secoli.

Che cosa può insegnarci oggi Ovidio?
Che il nostro mondo è fatto di storie e che nulla deve sfuggire alla nostra comprensione umana. Le trasformazioni sono sotto i nostri occhi e sono continue, irrefrenabili, provocate da forze a volte incontrollabili. Però tutto si trasforma e niente scompare per sempre, e un tocco divino è sempre presente nella vita quotidiana. Dal caos e dalle incoercibili passioni umane, dobbiamo sempre cercare di emergere, considerando che nulla ci è estraneo, dai fiori alle stelle tutti gli elementi del cosmo potrebbero avere un passato umano e aver condiviso la nostra condizione.

Dopo la mostra dedicata nel novembre 2024 al rapporto con le arti di Giovan Battista Marino, ora l’affondo su Ovidio: la Galleria Borghese si fa anche 
Galleria di poeti?
La Galleria Borghese, in verità, è una Galleria di poeti. Per la prima volta è stata raccontata in versi già nel 1613, da Scipione Francucci, e le opere di Bernini, che ne sono in gran parte l’immagine, come «Apollo e Dafne» che abbiamo già citato, e «Plutone e Proserpina», rimandano direttamente a Ovidio, mentre in «Enea e Anchise» rivive l’Eneide, e alla base dei capolavori di Tiziano come «L’Amor sacro e l’Amor profano» e «Venere che benda amore», così come alla base delle storie e delle immagini di Venere, fino alla Paolina di Antonio Canova, la poesia antica, con tutte le sue rielaborazioni, è sempre presente.

Che ruolo svolge questa mostra sulle «Metamorfosi» di Ovidio nella sua carriera culturale? Che cosa le ha dato?
Ho studiato la tradizione delle Metamorfosi, fra testo e immagini, fin dagli anni dell’Università e dai progetti di ricerca guidati da Claudia Cieri Via; anni di convegni con filologi, storici della cultura, studiosi del mondo antico, mesi passati nella fototeca del Warburg Institute per studiare il passaggio del mito all’emblema... La tentazione di pensare che questa mostra sia un punto di approdo c’è, ma sarebbe la negazione delle metamorfosi: in Ovidio tutto scorre e continua a cambiare.

Il mito è ancora utile a capire il mondo?
Il mito raccoglie e dà forma all’esperienza umana, la rende eterna e condivisibile. La passione, la perdita, il sentimento della natura, l’esigenza di razionalità e l’attrazione per il caos: ritroviamo tutto in Ovidio. Terenzio scriveva che nulla di umano gli era estraneo, formulando già un principio fondamentale. Con Ovidio e con i suoi miti concatenati nulla ci è estraneo, anche al di fuori della sfera dell’umano.

Che cosa disvela il principio metamorfico?
È questa la straordinaria novità e la chiave di interpretazione del mondo. Condividiamo  qualcosa con tutto il resto dell’universo.

Qual è l’opera in mostra che più la commuove?
Potrei guardare per ore le miniature, ma anche «Apollo e Dafne» di Pollaiolo. Immagino la difficoltà dei pittori nel rendere vivo il passaggio delle forme. Però l’opera che mi commuove di più non è solo nella mostra, per fortuna, ma rimane qui ed è «Apollo e Dafne» di Bernini.

Gruppo di Leda seduta con cigno ed Eros, ritratto di Antonia Minore, Galleria Borghese, Roma. © Galleria Borghese

Guglielmo Gigliotti, 19 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

Con oltre 80 capolavori a Roma una grande mostra esplora Le Metamorfosi di Ovidio | Guglielmo Gigliotti

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