Jacopo Benassi, «Our house in Bourgogne», 2024

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Jacopo Benassi, «Our house in Bourgogne», 2024

Corbijn, Benassi e Calle plasmano l’esistenza umana

Da Vienna a San Francisco, passando per Zurigo, tre mostre per tre personali di altrettanti fotografi annoverati tra i più accreditati del panorama fotografico internazionale

Cosa accomuna Vienna, San Francisco e Zurigo? Tre mostre imperdibili di tre autori che, con le proprie specificità, sono entrati di diritto tra gli artisti più accreditati del panorama fotografico internazionale: Anton Corbijn alla Bank Austria Kunstforum di Vienna con «Favourite Darkness» (fino al 29 giugno), Sophie Calle alla Fraenkel Gallery di San Francisco con «Sophie Calle» (fino al 12 aprile) e Jacopo Benassi alla galleria Mai 36 di Zurigo con «Eden» (fino al 29 marzo). 

«Favourite Darkness» di Anton Corbijn (1955) è una summa dell’opera dell’autore olandese, che oltre ad essere fotografo, è anche regista di film e videoclip musicali. Ritrattista dei volti più iconici dello spettacolo, del cinema, della musica e del panorama culturale globale dalla metà degli anni Settanta, l’artista è un sottile conoscitore di come l’immagine, fissa o in movimento, possa cogliere la cultura del tempo, il suo volto e le sue profondità più recondite. La mostra alla Bank Austria Kunstforum legge Corbijn nelle sue sfaccettature espressive e trasferisce allo spettatore una coerente essenza creativa che attinge le sue forme dalla storia dell’arte e dall’intenzione di cogliere il soggetto nella sua dimensione esistenziale. Le immagini di Anton Corbijn sono uniformemente malinconiche e oscure, partendo dai suoi primi scatti ai Joy Division, alle fotografie che hanno documentato i palchi delle band più famose, come i Depeche Mode, dai suoi video ai suoi film, fino ai ritratti, esposti a Vienna in una delle ultime sale, in cui l’autore immortala il volto di alcuni artisti visivi internazionali.

Altro artista che introduce nella propria pratica creativa un profondo legame e una viscerale conoscenza con il mondo musicale underground è Jacopo Benassi (1970). La sua mostra, «Eden», alla galleria Mai 36, ripercorre la viscosità del suo pensiero artistico, la multidisciplinarietà, la primitiva visione, che si manifesta in installazioni di immagini e materiali grezzi recuperati. L’allestimento a parete si compone, nella maggior parte delle opere, di sovrapposizioni di immagini incorniciate, legate insieme da cinghie a cricchetto; una batteria dallo stile «urban», animata da fantasmatiche ciabatte, campeggia in mezzo alla sala espositiva; un frammento di intonaco di un muro è esposto su un cavalletto ed espone, a sua volta, una stratificazione di immagini. L’Eden di Benassi è graffiante, è punk, cupo, secondo un preciso pensiero visivo che sembra partire dalle viscere dell’artista spezzino. Togliendo l’appeal malinconico alla produzione di Corbijn, le profondità oscure dei due autori dialogano senza troppi sforzi e, se viste insieme, potrebbero riservare delle vere sorprese, se non fosse per tutti quei chilometri che separano le due mostre. 

A più di un oceano di distanza, invece, è aperta la mostra di Sophie Calle, alla Fraenkel Gallery, un percorso espositivo che racchiude parte della mostra «À toi de faire, ma mignonne» («Tocca a te, tesoro mio»), che l’artista francese aveva esibito nel 2023 al Musée National Picasso di Parigi. La mostra risulta essere una sorta di testamento per Calle, che riflette, come solo lei sa fare, mescolando dolore e ironia a emotività e acume, sulle grandi tematiche della vita come la morte, il processo di trasmissione esistenziale tra genitori e figli e il suo lascito al mondo, essendo lei l’ultima rimasta della sua famiglia. Anche in questa mostra l’artista parigina ha plasmato le sue opere con la sua storia privata, la sua carne, la sua identità, esponendo i suoi oggetti, i suoi progetti mai realizzati: testi e immagini che raccontano dei suoi genitori, finanche il suo necrologio. «Necrology» è, infatti, una scatola a vista, con al suo interno il necrologio che Calle ha commissionato per sé stessa, su cui, però, sono state appuntate delle farfalle in modo da rimanere illeggibile. Calle, come anche Benassi e Corbijn, non definisce il suo essere artista con la fotografia, ma attinge al magma dell’esistenza umana la sua materia da plasmare, con che medium poi lo faccia non è importante.

Sophie Calle, «Mona Lisa (Wrong turn)», 2023

Anton Corbijn «David Bowie, Chicago 1980». © Anton Corbijn

Francesca Orsi, 27 febbraio 2025 | © Riproduzione riservata

Corbijn, Benassi e Calle plasmano l’esistenza umana | Francesca Orsi

Corbijn, Benassi e Calle plasmano l’esistenza umana | Francesca Orsi