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Philippe Garner, «Liberty, New York, 16 June 2012»

© Philippe Garner, Courtesy of Hamiltons Gallery

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Philippe Garner, «Liberty, New York, 16 June 2012»

© Philippe Garner, Courtesy of Hamiltons Gallery

Da Tefaf alla scena londinese, la fotografia si espande nelle gallerie d’arte contemporanea

Tra le numerose mostre aperte negli ultimi tre mesi emerge un dato chiaro: l’ottava arte domina la scena commerciale, radicandosi nella storia dei grandi maestri e rivelando un impegno curatoriale e collezionistico capace di raccontare esperienze sociali, intime e politiche con la stessa urgenza

Monica Trigona

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A Londra la scena artistica contemporanea conserva da sempre una vitalità silenziosa ma intensa, concentrata in spazi privati che hanno reso la capitale britannica un polo strategico per il mercato dell’arte. Tra le numerose mostre aperte negli ultimi tre mesi emerge un dato chiaro: la fotografia domina la scena commerciale, radicandosi nella storia dei grandi maestri e rivelando un impegno curatoriale e collezionistico capace di raccontare esperienze sociali, intime e politiche con la stessa urgenza. A livello internazionale questa attenzione si riflette in fiere come Tefaf a Maastricht, storico avamposto delle gallerie d’arte antica e moderna, il cui direttore generale Will Korner ha recentemente dichiarato di voler garantire alla fotografia «un ruolo centrale». Tra gli esempi concreti di questa politica curatoriale, nella nota fiera olandese da poco conclusasi, spiccava la presenza di Robert Mapplethorpe (Galerie Thomas Schulte) nella sezione Focus, e lo stand condiviso tra il mercante di libri rari Daniel Crouch e la londinese Michael Hoppen Gallery in cui mappe antiche dialogavano con i paesaggi urbani del fotografo giapponese contemporaneo Sohei Nishino

A Londra Alison Jacques Gallery, in partnership con The Gordon Parks Foundation, ha celebrato il ventesimo anniversario della fondazione con «Gordon Parks: We Shall Not Be Moved», curata da Bryan Stevenson. L’esposizione (in calendario sino all’11 aprile) attraversava 25 anni della carriera del fotografo afroamericano, una delle figure più innovative della fotografia del XX secolo, dai primi lavori degli anni Quaranta alla serie «Atmosphere of Crime» del 1967. Stevenson, noto attivista per la giustizia sociale, ha selezionato immagini che mostrano la lotta quotidiana e la resilienza delle comunità nere negli Stati Uniti, ricordando come Parks abbia usato la fotografia come «arma» contro razzismo e povertà. La mostra evidenzia, con notevole lucidità critica, un parallelo sorprendentemente attuale tra le fotografie di Parks e la crisi che attraversa oggi l’America. Opere iconiche come «American Gothic, Washington, D.C.» e i ritratti del «March on Washington» con Martin Luther King Jr. restituiscono al pubblico la potenza di uno sguardo che ha ridefinito la percezione della società americana. «Ho impugnato una macchina fotografica perché era l’arma che avevo scelto per combattere ciò che più odiavo dell’universo: il razzismo, l’intolleranza, la povertà. Avrei potuto benissimo impugnare un coltello o una pistola, come hanno fatto molti dei miei amici d’infanzia», ammetteva Parks nel 1967. 

Non meno significativa la proposta di Gagosian in Davies Street, con la mostra completa del progetto «The Ballad of Sexual Dependency» di Nan Goldin (conclusa il 21 marzo). La serie, per la prima volta esposta in Gran Bretagna, documenta la downtown newyorkese degli anni Settanta e Ottanta, mettendo in luce una fotografia profondamente autobiografica che trasforma le relazioni intime e la marginalità in un diario collettivo generazionale. Ad arricchire la programmazione della galleria, sino all’11 aprile nella sede a Grosvenor Hill, «Richard Avedon: Facing West», che esplora le immagini del celebre autore americano nella serie «In the American West» (1979-84). Caroline Avedon, nipote dell’artista, ha selezionato stampe rare, alcune mai esposte dal 1985, in cui Avedon ha catturato i volti e le storie di connazionali della classe lavoratrice, dai minatori ai rancher, restituendo un ritratto profondamente umano e politicamente consapevole. 

Nan Goldin, «Couple in bed, Chicago» (1977), da «The Ballad of Sexual Dependency», 1973-86. © Nan Goldin, Courtesy of Gagosian

Luigi Ghirri, «Marina di Ravenna», 1986. © The Estate of Luigi Ghirri, Courtesy Thomas Dane Gallery

Sprüth Magers, dal canto suo, ha puntato su un duo storico, quello formato dai coniugi tedeschi Bernd & Hilla Becher, presenze costanti all’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf nel dopoguerra, abilissimi nel restituire la loro visione della modernità industriale con una precisione quasi ossessiva. Attraverso la loro lente, i gasometri, le torri idriche, le winding towers, strutture prefabbricate e impianti di lavorazione, tra Europa e Nord America, sono diventati oggetti di studio, sculture fotografiche sospese tra documentazione e arte concettuale. Nel percorso appaiono anche le caratteristiche case a traliccio, tra gli scatti più datati esposti, che documentano l’architettura distintiva della regione di Siegen, di cui Bernd era originario, una delle più antiche zone produttrici di ferro d’Europa. L’assenza di Hilla, scomparsa nel 2015, ha reso questa prima mostra a Londra dopo oltre un decennio un’occasione di memoria e di celebrazione della coerenza metodologica che ha caratterizzato la loro opera (l’esposizione si è conclusa il 28 marzo). 

Thomas Dane Gallery propone fino al 9 maggio un grande maestro italiano. La mostra «Felicità» di Luigi Ghirri, curata da Alessio Bolzoni e Luca Guadagnino, racchiude fotografie per la maggior parte mai esposte né pubblicate prima. Qui lo scatto si fa specchio della percezione, indagine sulla banalità e sull’immagine come linguaggio del mondo contemporaneo. Ghirri trasforma cartoline, atlanti, poster e superfici domestiche in micro-universi visivi, dove il gesto quotidiano del fotografare si carica di consapevolezza concettuale. La scelta di privilegiare opere inedite o poco note dalla sua vasta produzione mette in luce la capacità dell’artista di anticipare il nostro rapporto odierno con la circolazione delle immagini: non è il paesaggio a catturare lo sguardo, ma la maniera in cui lo rappresentiamo e lo leggiamo. L’inserimento di due lavori di Felix Gonzalez-Torres crea un ponte inatteso tra fotografia e arte concettuale suggerendo una riflessione sulla temporalità e sulla frammentazione della memoria visiva. 

Da Thaddaeus Ropac il pubblico recentemente ha potuto riscoprire Constantin Brâncuși nella meno conosciuta veste di fotografo, in occasione della prima personale nel Regno Unito dedicata a questo aspetto della sua pratica dopo oltre vent’anni (la mostra si è conclusa il 21 marzo). Non si tratta di una semplice documentazione dei suoi lavori, nonostante alcuni sopravvivano soltanto attraverso le fotografie, per esempio «Femme se regardant dans un miroir», successivamente adattata in «Princesse X», suo controverso ritratto fallico della psicoanalista Marie Bonaparte. L’artista rumeno, di cui si celebrano i 150 anni della nascita, usava la fotografia come strumento creativo autonomo. Le immagini rivelano il modo in cui orchestrava le relazioni tra le opere e lo spazio. Ropac ha offerto una prospettiva interessante su un Brâncuși meno decantato, ma ugualmente rivoluzionario nella sua sensibilità visiva. 

Alle gallerie di arte contemporanea, ne abbiamo citate solo alcune, si affiancano spazi dedicati esclusivamente all’immagine fotografica, che confermano il ruolo della città tra i centri più vitali a livello internazionale. Il panorama offre un ventaglio di epoche e approcci diversi, dalla fotografia di osservazione urbana alla documentazione sociale, all’ironia umanista. Oltre al Soho Photography Quarter, salotto culturale a cielo aperto proprio accanto alla Photographers’ Gallery (spazio pubblico indipendente del Regno Unito dedicato esclusivamente alla fotografia), emergono realtà commerciali come Atlas Gallery, che ha da poco celebrato Elliott Erwitt, e Hamiltons Gallery, che ha appena chiuso la seconda personale di Philippe Garner, con immagini urbane della Grande Mela scattate tra il 2000 e il 2018 e una serie di nature morte degli anni Ottanta realizzate nel sud della Francia. 

Costantin Brâncusi, «Mlle Pogany II, vue de trois-quarts», 1920. Courtesy Thaddaeus Ropac Gallery, London, Paris, Salzburg, Milan, Seoul. © Succession Brancusi, all rights reserved (DACS, London 2025)

Bernd & Hilla Becher, «Gas, Tank, North Greenwich, London, Uk», 2009. © Estate Bernd & Hilla Becher, represented by Max Becher. Courtesy Sprüth Magers

Monica Trigona, 27 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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