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Vassilij Kandinskij, «Jaune-rouge-bleu», 1925, Donazione Nina Kandinskji, 1976, Centre Pompidou, Parigi, Musée national d’art moderne-Centre de création industrielle

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Vassilij Kandinskij, «Jaune-rouge-bleu», 1925, Donazione Nina Kandinskji, 1976, Centre Pompidou, Parigi, Musée national d’art moderne-Centre de création industrielle

Da giurista a padre dell’Astrattismo: Kandinskij presto a Roma con prestiti eccezionali dal Centre Pompidou

A Palazzo Bonaparte saranno esposte oltre 70 opere tra capolavori e oggetti personali appartenuti all’artista. Ampio spazio sarà dedicato anche alla pittrice e fotografa Gabriele Münter

Samantha De Martin

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A venticinque anni dall’ultima presenza a Roma, Vassilij Kandinskij torna nella capitale per «la più completa mostra mai dedicata al padre dell’Astrattismo», dagli esordi in Russia come avvocato ai dirompenti capolavori astratti passando per le opere naturaliste. Presentata ieri alla stampa con un’anteprima a Palazzo Firenze che ha raccontato, attraverso le immagini, i 70 capolavori che dal 15 settembre al 14 febbraio saranno esposti a Palazzo Bonaparte, la mostra prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione con il Centre Pompidou, a cura di Angela Lampe, ripercorrerà l’intera vicenda umana e artistica di Kandinskij, scandendo le tappe della sua trasformazione. Le opere arriveranno in gran parte da Parigi, prestati eccezionalmente dal Centre Pompidou, museo che conserva il più completo e importante nucleo di lavori dell’artista al mondo grazie alle donazioni e al lascito della moglie Nina Kandinskij. Nel 1976, infatti, a oltre trent’anni dalla morte di Vassilij, Nina donò alla collezione del Centre Pompidou le opere del marito, fondamentali per la sua evoluzione pittorica. «Abbiamo approfittato della chiusura temporanea del Centre Pompidou, ha detto Iole Siena, presidente di Arthemisia, per avere opere che mai altrimenti avremmo potuto ottenere, offrendo al pubblico italiano il privilegio raro di ammirare capolavori che difficilmente lasciano Parigi».

Oltre a raccontare la storia di uno dei più grandi artisti del ’900, il percorso, in cinque sezioni, seguirà la nascita di una rivoluzione nell’arte, dalle prime opere figurative agli anni di Monaco e del Blaue Reiter, fino al periodo della Russia rivoluzionaria, all’esperienza del Bauhaus e all’ultima stagione parigina. Un colore può avere il suono di una melodia, una linea può esprimere un’emozione: da questa intuizione rivoluzionaria nasce l’Astrattismo, un linguaggio completamente nuovo, destinato a cambiare per sempre la storia dell’arte e il modo di guardare il mondo. «L’artista destinato a liberare la pittura dall’obbligo della forma nasce come giurista, spiega la storica dell’arte Francesca Villanti. Prima della pittura Kandinskij studia il diritto, l’economia, le scienze naturali, abituato ad analizzare le strutture profonde delle leggi degli uomini prima ancora di quelle del colore. La mostra ci aiuterà a comprendere il percorso che lo ha portato a intraprendere questa strada. Partendo dallo studio scientifico Kandinskij lega pensiero e intuizione liberando la pittura. Nella sua biografia lui stesso racconta le prime impressioni ricevute dal colore associate alle emozioni. Racconta di un viaggio in Italia, a Firenze e a Venezia, i turbamenti scaturiti dal nero di una carrozza o dalla laguna di notte. Iniziava già ad associare l’idea del colore all’emozione. Nel 1889, quando studia ancora giurisprudenza a Mosca, entra nelle case colorate dei contadini e ha come l’impressione di entrare dentro la pittura. Inizia a sentire attraverso gli occhi quella stessa musica che percepisce attraverso le orecchie. La musica lo porterà a dire che “Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima”».

La musica gli permetterà di liberare l’occhio dall’obbligo della forma rendendo il quadro uno spazio vivo. A cambiargli per sempre la vita sarà l’incontro con i «Covoni» di Claude Monet: davanti a quelle forme che sembrano dissolversi nel colore, Kandinskij comprende che un dipinto può emozionare anche senza rappresentare fedelmente la realtà. Altra esperienza rivelatrice sarà l’ascolto del «Lohengrin» di Richard Wagner al Teatro Bol’šoj di Mosca, che gli suggerisce la possibilità di un’arte senza oggetto capace di agire come la musica, evocando emozioni, ricordi e immagini interiori. Da questa intuizione nascerà una delle rivoluzioni artistiche più importanti del Novecento: il Der Blaue Reiter (Il Cavaliere Azzurro), fondato nel 1911 insieme a Franz Marc e a Gabriele Münter, un movimento che pone al centro dell’arte la dimensione spirituale, emotiva e interiore dell’esperienza umana. Sono gli anni in cui il colore conquista progressivamente la propria autonomia e la pittura si avvicina, passo dopo passo, all’astrazione.

«Il primo capitolo della mostra, anticipa Angela Lampe, curatrice dell’esposizione e conservatrice presso il Centre Pompidou, si soffermerà sulle prime opere postimpressioniste, sui lavori di viaggio realizzati a Venezia, nei Paesi Bassi, a Tunisi, Rapallo, Saint-Cloud. A Parigi, a contatto con l’avanguardia parigina di Gauguin e Matisse, le pennellate diventano impressioniste, ma comunque sempre alla ricerca di autonomia». L’autunno in Baviera porta un elemento di rottura. Ne è un esempio «Improvisation 3» realizzato nel 1909. Le lunghe pennellate, i colori arbitrari e il cielo fiammeggiante conferiscono alla tela un’atmosfera onirica. In un paesaggio ispirato alla città di Tunisi, che l’artista aveva visitato nel 1904, un cavaliere, che evoca la valorosa figura di San Giorgio, intraprende la salita di un ponte. Gli anni tra il 1911 e il 1914 saranno centrali nel percorso espositivo. Opere come «L’Arco nero» (1912), tra le più celebri della collezione del Centre Pompidou, testimoniano il passaggio decisivo verso un linguaggio completamente nuovo, nel quale forme, colori e segni acquisiscono una forza espressiva indipendente dalla rappresentazione del reale. In «Tableau à la tache rouge» del 1914, pittura già completamente astratta, entra in gioco il concetto della sinestesia che permette di capire interconnessioni tra forma colore e suono. Il vortice di colori traduce il desiderio dell’artista di entrare in «vibrazione» con lo spettatore.

Ma l’appuntamento romano darà soprattutto ampio spazio alla figura di Gabriele Münter, pittrice e fotografa che Kandinskij incontra e sposa nel 1917, e dalla quale avrà un figlio, morto a soli tre anni. Esponente centrale dell’Espressionismo tedesco, tra le artiste più significative del gruppo del Blaue Reiter, Gabriele sarà presente a Palazzo Bonaparte con una selezione di opere e documenti. Il loro rapporto, profondo e complesso, intreccia dimensione personale e dialogo artistico, lasciando un’impronta significativa in una fase cruciale per la nascita dell’astrazione. Lo scoppio della Prima guerra mondiale segne il ritorno dell’artista in Russia, dove partecipa attivamente alla riorganizzazione della vita culturale nel contesto rivoluzionario. Nel 1921 è in Germania a insegnare al Bauhaus, centro nevralgico delle avanguardie europee, dove approfondisce ulteriormente la relazione tra forma, colore e struttura compositiva. La chiusura della scuola, nel 1933, da parte del regime nazista lo costringe a trasferirsi a Parigi, dove rimane fino alla morte nel 1944.

«Il quinto e ultimo capitolo del percorso, spiega la curatrice, è biomorfo. Kandinskij ritorna ai materiali naturali. Tra i lavori di questi anni ritroviamo “Deux points verts” del 1935, “Composition IX” del 1936 e “Bleu de ciel” del 1940, realizzata quattro anni prima di morire». Vivendo da recluso nel suo appartamento a Neuilly-sur-Seine durante l’occupazione, Kandinskij sogna un mondo cosmico e poetico. Nel 1940 si reca a trovare Joan Miró a Varengeville-sur-Mer. In seguito a questa visita, prende in prestito dall’artista surrealista il «colore dei [suoi] sogni» e le costellazioni di forme biomorfe. In quei tempi di guerra, quasi rifugiandosi nella natura, Kandinskij popola la sua astrazione con una moltitudine di forme cellulari e piccole creature fantastiche. Le affinità con il mondo delle cellule, delle amebe e di altri organismi, conferiscono a questo dipinto un’atmosfera ottimistica, nonostante tutto.

La mostra, realizzata con il patrocinio dell’Ambasciata di Francia in Italia, della Regione Lazio e del Comune di Roma-Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative, con catalogo edito da Moebius, abbraccia anche una selezione di oggetti appartenuti al pittore: c’è una selezione di dischi acquistati a partire dal 1920, oltre a flaconi di colore, pennelli e gli occhiali di un maestro che ha sancito una rottura, dopo la cui morte la storia dell’arte non sarà più la stessa.

Vassilji Kandinskji, «Le Parc de Saint-Cloud (sentiero ombreggiato)», 1906, Eredità di Nina Kandinskji, 1981, Centre Pompidou, Parigi, Musée national d’art moderne-Centre de création industriell

Samantha De Martin, 02 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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