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Guglielmo Gigliotti
Leggi i suoi articoliLa mostra «Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico», al Parco Archeologico del Colosseo dal 12 giugno al 18 ottobre, cammina su due gambe: la realtà e la fantasia. Quasi 250 reperti, provenienti da 19 musei turchi, saranno dispiegati tra secondo ordine del Colosseo, Museo del Foro, Ninfeo della Pioggia e Uccelliere sul Palatino, a illustrare tremila anni di storia di un sito che fu anche un mito. Anche per quanto riguarda il colle su cui sorse Roma, come hanno dimostrato gli studi di Andrea Carandini, il mito restituisce storiche verità, pur ammantate di fascinose fantasticazioni. Promossa dal Ministero della Cultura e del Turismo della Turchia, secondo un protocollo d’intesa con l’Italia, la grande esposizione vuole riscoprire le parentele remote che uniscono i due Paesi, sia nella loro storia (l’Asia Minore divenne conquista dell’Impero romano) che nel loro mito (Enea, come cantato da Virgilio, fuggì da Troia, oggi in Turchia, e diede vita nel Lazio alla discendenza che fondò Roma).
Non si può tuttavia parlare di Troia al singolare: quella omerica, chiamata dai greci Ilio, e che ha ispirato la saga più importante d’Occidente (articolata in Iliade, Odissea ed Eneide) è solo una delle nove «Troie» (nello specifico la VII) che si sono avvicendate una sull’altra sullo stesso colle, Hisarlik. Sono infatti nove i livelli stratigrafici di questa città posta a guardia dei Dardanelli, ovvero la porta per i commerci con l’Asia. Nove livelli sovrapposti, dovuti a distruzione di quelli precedenti (a motivo di guerre o terremoti), che raccontano la vita di quel sito dal III millennio a.C. all’epoca romana: è proprio il racconto della mostra allestita al Parco archeologico del Colosseo.
I reperti archeologici sono stati infatti selezionati per restituire una visione completa della vita e del ruolo di Troia nel Mediterraneo: armi dell’Età del Bronzo, che documentano il contesto dei conflitti e delle dinamiche di potere; gioielli in oro di straordinaria raffinatezza, legati alle élite e alle pratiche simboliche della città; ceramiche, utensili e oggetti d’uso quotidiano, fondamentali per comprendere la dimensione domestica e produttiva; reperti di epoca romana, che testimoniano la rilettura del mito troiano nel mondo imperiale. A questi si affiancano repliche del Tesoro di Priamo, il celebre complesso riportato alla luce da Heinrich Schliemann, figura chiave nella trasformazione di Troia da racconto letterario a oggetto di indagine archeologica. Fu infatti l’intraprendente archeologo tedesco, a partire dal 1871, ispirato da prime indagini effettuate nel 1863 da Frank Calvert, a riportare Troia nel solco della storia. Senza tuttavia uccidere il mito, perché il mito non muore mai. Ecco perché la mostra abbina approccio rigorosamente scientifico e riferimenti alle leggende. Dell’epopea di Enea, la mostra restituisce infatti una dimensione concreta, mettendo in relazione la costruzione mitologica con il luogo reale da cui essa trae origine.
La mostra è a cura, per l’Italia, di Alfonsina Russo, Roberta Alteri e Alessio De Cristofaro, e, per la Turchia di Bulent Gonultaş, Mehtap Ateş, Deniz Doğu Yondem e Rüstem Aslan.
Intervistiamo quindi, Alfonsina Russo, a capo del Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale del MiC.
Trattato di Alaksandu, documento ittita del XIII secolo a.C., Canakkale, Museo di Troia
Qual è il significato storico-culturale di questa mostra italo-turca?
La mostra racconta per la prima volta al grande pubblico il rapporto storico e politico che lega Roma antica a Troia. A partire forse già dal VI secolo a.C., i Romani decidono di definirsi discendenti diretti dei Troiani, individuando nella figura dell’eroe Enea, esule troiano in Italia dopo lunghe peregrinazioni mediterranee, il loro capostipite. È una precisa scelta identitaria, con cui i Romani si definiscono rispetto a tutte le popolazioni vicine e del Mediterraneo antico, che già dall’età arcaica è uno spazio che connette molte civiltà complesse (i Latini, di cui i Romani sono parte, gli Etruschi, le tante popolazioni italiche, i Greci d’Italia, i Punici, le popolazioni celtiche) in un quadro culturale plurale, legato però a continui scambi, ibridazioni, integrazioni. La mostra, inoltre, è anche un’occasione importante per illustrare ai visitatori del Parco, provenienti da tutto il mondo, la storia straordinaria di Troia, così come oggi la conosciamo dopo due secoli di ricerche storiche e archeologiche, con rigore filologico, ma anche con un’attenzione per una corretta decodificazione dei miti in chiave di antropologia storica.
Che rapporto c’è tra mito e storia? Il mito è solo fantasia o racconta anche altro?
Partiamo dal presupposto che il mito, per gli antichi, non è mai stato una favola nel senso moderno del termine, ma una forma di pensiero e un sistema organizzativo della realtà. Come oltre un secolo di studi storici e antropologici hanno mostrato, all’interno di questo particolare sistema ontologico esiste una stratificazione complessa di memorie e fatti che certamente sono accaduti nel senso storicistico del termine, e che è compito degli studiosi cercare di decodificare e interpretare, per quanto questa operazione sia scientificamente molto difficile e mai precisa o definitiva. Troppe sono le cose che non sappiamo e mai sapremo di tempi così lontani. Tuttavia, è compito non solo degli storici e degli archeologi, ma anche di chi come noi ha il compito di valorizzare e trasmettere ai cittadini e ai visitatori il patrimonio culturale, quello di cercare di raccontare in termini rigorosi, ma comprensibili e inclusivi, vicende storiche così lontane, eppure così rilevanti per la nostra comune storia mediterranea.
Prima della nomina a Capo Dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale del MiC, lei ha diretto il Parco Archeologico del Colosseo dal 2017 al 2025, dove la mostra sarà allestita: qual è il significato di questo evento per il Parco del Colosseo e per il Dipartimento del MiC che guida?
Questa mostra è il primo risultato di un progetto di collaborazione tra Italia e Turchia nell’ambito del Piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo allargato, fortemente voluto e sostenuto dal ministro Alessandro Giuli. Si tratta di un progetto finalizzato a rafforzare i legami culturali e l’amicizia storica tra i due Paesi e a promuovere la conoscenza reciproca dei rispettivi patrimoni culturali nell’ottica di un dialogo strategico per lo sviluppo culturale ed economico. Il Dipartimento, in questo senso, ha in corso non solo importanti progetti con la Turchia, ma con la Tunisia (ancora è in corso la mostra su Magna Mater al museo del Bardo organizzata dal MiC), l’Egitto (a luglio inaugurerà al Museo Nazionale Romano un’importante mostra sull’Egitto greco-romano e le missioni italiane in Egitto) e la Grecia (a giugno aprirà la mostra «Ispirazioni. Vite italiane dell’arte greca» al Museo dell’Acropoli di Atene).
Quali sono i reperti di maggior valore della mostra, provenienti dai musei italiani?
Tra le tante chicche di questa mostra, certamente segnalerei gli importanti reperti di Castrum Minervae, nell’estrema punta della Puglia, uno dei luoghi toccati dal mitico viaggio di Enea, e gli ancora sconosciuti corredi delle tombe dalle pendici dei Colli Albani, che raccontano dal punto di vista archeologico la cultura dei Populi Albenses ai tempi per così dire di Enea, ovvero quelle origini della civiltà latina di cui Roma stessa fu parte integrante.
Come si è svolta la collaborazione tra curatori turchi e italiani?
Il lavoro con i colleghi e amici turchi è stato ideale. Attraverso viaggi, sopralluoghi e numerose riunioni operative, il gruppo formato da studiosi italiani e turchi ha lavorato in stretta sinergia, raggiungendo ottimi risultati nei tempi previsti. Nelle attività scientifiche e tecniche condotte insieme, possiamo dire di aver sempre respirato quell’atmosfera di grande civiltà e cortesia che caratterizza da sempre le nostre due culture millenarie.
Venere di Dardanos, statuetta in terracotta, II secolo a.C., rinvenuta in una camera funeraria nel tumulo di Dardanos, copia ellenistica dell’Afrodite Cnidia di Prassitele, Museo di Troia Cannakale in Turchia