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Che cosa c’è di più immobile, di più «stabile» (salvo catastrofi) di un edificio? Marco Petrus (Rimini, 1960) ci ha abituati per lungo tempo a perderci tra i «suoi» edifici, quelli della Milano degli anni Trenta e dell’immediato dopoguerra, dalle stereometrie esatte della Torre Rasini di Gio Ponti ed Emilio Lancia, che si alza tra i Giardini Montanelli e Porta Venezia, al profilo inconfondibile della Torre Velasca dei BBPR, ad altri meno immediatamente riconoscibili ma segnati dall’identico rigore architettonico. Rigore che lui ha sempre accentuato evidenziandone l’essenzialità. Certo, Petrus ce li presentava in prospettive stranianti, ma quei palazzi erano lì, solidi e rassicuranti. Stabili, appunto. Da una decina d’anni, invece, l’orizzonte in cui Petrus si muove è cambiato e, da statico che era, si è fatto progressivamente più che dinamico. La ragione è evidente: nel frattempo la nostra visione si è sovvertita sotto la spinta della digitalizzazione, è cambiata la natura stessa del nostro sguardo, iperstimolato dalle immagini che scorrono sempre più veloci sugli schermi dei cellulari e dei notebook, che sono ormai protesi irrinunciabili del nostro corpo e della nostra mente.
Marco Petrus, «Stop-motion 1» 2022. Courtesy of M77. Ph. Lorenzo Palmieri
La personale «Marco Petrus: in-motion» curata da Sharon Hecker per la galleria M77, dove sarà visibile dal 29 maggio al 12 settembre, dà conto proprio di questo nuovo statuto fluido e sfuggente della visione attraverso una settantina di sue opere dell’ultimo decennio scaturite, le prime, da uno dei capisaldi della pittura futurista, quella «Bambina che corre sul balcone», 1912, di Giacomo Balla (già collezione Grassi) che è esposta in permanenza al Museo del Novecento di Milano fra i capolavori della Galleria del Futurismo. Dalle prime rielaborazioni della composizione di Balla, in cui le tacche frementi della pittura del futurista si trasformano in Petrus prima in forme geometriche variamente orientate poi in puri ritmi zigzaganti colorati, come seguendo il percorso della pittura futurista che tra gli anni Venti e Trenta scelse con l’Aeropittura di guardare il mondo da un’inusitata prospettiva dall’alto, così anche certe opere successive di Petrus osservano la città dall’alto, ibridando però lo sguardo umano con il modello visivo di Google Maps, con i suoi reticoli di vie, piazze e fabbricati, qui sovrapposti a campi di colori diversi che ne destabilizzano la percezione. Quanto ai suoi edifici, di recente hanno perso ogni riconoscibilità, trasformandosi in strutture dinamiche, fino a diventare, nei lavori più recenti, puri ritmi di onde coloratissime. Con un’eccezione: il nucleo di opere ispirate alla tavolozza smorzata di Giorgio Morandi, quasi un contrappunto rispetto a quella programmaticamente chiassosa dei futuristi.
I lavori (tutti inediti) esposti mostra sono presentati a ritroso, in un ordinamento che evidenzia l’«unità concettuale» sottesa alla ricerca di Petrus nell’ultimo decennio. Come spiega lui, «i diversi temi affrontati sono riconducibili a un’idea della percezione visiva rappresentata attraverso “piani sequenza”: movimento, composizioni geometriche, volumi, tavolozze infinite, colore, strutture fantastiche, illusione».