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Federica Di Pietrantonio, SUNBURN, installationview (2026)

Foto Massimo Pistore

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Federica Di Pietrantonio, SUNBURN, installationview (2026)

Foto Massimo Pistore

Dall’eremitismo digitale agli oggetti affettivi: l’archeologia del presente di Federica Di Pietrantonio

Tra lost media, estetiche low-res e la pittura intesa come estrusione dall'interfaccia, l'artista analizza lo scarto temporale tra la velocità dell'hardware e la lentezza dell'emotività umana, prefigurando il passaggio dal nomadismo all'autonomia tecnologica fai-da-te

Mauro Zanchi e Sara Benaglia

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L’universo visivo di Federica Di Pietrantonio si manifesta come una cartografia critica delle realtà virtuali, un’indagine tecno-filosofica che elegge il videogioco e gli ambienti digitali a luoghi di una sofferta negoziazione tra identità e simulazione. L’artista si muove lungo l’asse di una costante tensione tra tecnologia e nostalgia, ed esplora i processi di worldbuilding, intesi come gesti di responsabilità verso le comunità di utenti che abitano il software. In questa prospettiva, la pratica del modding assume una valenza performativa, mentre la pittura diventa un dispositivo di estrusione dalla piattaforma, un modo per processare le rovine digitali come autentiche testimonianze di un’archeologia dei media in tempi di crisi.

Il suo lavoro si posa sulle lacune e sulle disfunzioni dell’immaginario contemporaneo, rendendo visibile quel senso di struggimento che emerge dall’utilizzo compulsivo delle interfacce. Le opere sembrano prefigurare l’obsolescenza programmata delle nuove tecnologie, trasformando piccoli bug e parti cancellate in cicatrici che rivelano la fragilità dell’architettura digitale. È un’estetica della bassa risoluzione, una scelta deliberata per il low-res, che si oppone alla bulimia dell'iper-tecnologia, un medium accessibile e ingombrante, capace di riflettere la pesantezza del nostro corpo nel mondo.

In questa dialettica tra hardware e biologia, l’artista rintraccia una relazione profonda dove la materia elettronica dialoga con la pelle e con le abitudini, cercando di colmare lo scarto temporale tra la velocità dello sviluppo tecnico e la lentezza dei processi emotivi. Attraverso pratiche di preservazione digitale e l’esplorazione dei lost media, Di Pietrantonio rompe le fragili sicurezze del presente e restituisce dignità alle imperfezioni e alle défaillance di un mondo che, nel silenzio della forma, non smette di cercare un’adesione commossa alla verità della propria esistenza tecnologica.

Federica Di Pietrantonio, Everynight I try to find the light but sometimes its too cold (2023). Ph Rolando Paolo Guerzoni

Federica Di Pietrantonio, Hibernate (2025). Ph Eleonora Cerri Pecorella

Le tue opere sembrano costruire identità che esistono fuori dal corpo, in ambienti simulati o narrativi. Che tipo di soggettività emerge oggi da questi spazi digitali? È ancora possibile parlare di “sé”?
In alcuni video, come la trilogia everynight i try to find the light but sometimes its too cold, creo singoli spazi virtuali di una stanza dove l’avatar vive ed interagisce, creando un sistema ecologico che risponde a tutte le necessità biofisiche dell’avatar. Questo è per me un modo di astrarre singole identità all’interno di un sistema digitale visivo-poetico. In altri lavori dal taglio documentaristico, come la duologia di cortometraggi Farming - The Field, l’avatar è un singolo esponente di una pluralità di voci. La simulazione e gli ambienti virtuali ci permettono di entrare filosoficamente in contatto con il sé, per abbandonare definizioni statiche ed appartenenti ad un mondo che non ci rappresenta più.

In un’intervista con Daniela Cotimbo (NERO, 2024) parli della solitudine come spazio di incontro. Oggi, dopo alcuni anni e ripensando anche a lavori come SuspenceState (2025), questa condizione è ancora generativa oppure oggi assume una dimensione più ambigua e critica?
Credo ancora che la solitudine sia uno spazio di incontro, la vera incognita è cosa o chi incontriamo. Penso che la solitudine sia anche in grado di cambiare la percezione della realtà che ci circonda, di cambiarne i connotati fisici e relazionali. Con SuspenseState questo concetto diventa un esperimento in tempo reale. Esiste un modo di comunicare attraverso lo stesso linguaggio tra dispositivi di nature differenti, come corpo e hardware? Cosa provoca questo tentativo di connessione? è una nuova pratica di isolamento o un modo di generare nuovi nodi elettrici?

Nel tuo lavoro pittura e video digitale/animazione convivono in modo molto organico. Pensiamo ad alcuni lavori nella mostra SUN BURN che hai da poco inaugurato da Circuit a Venezia (curata da Laura Cocciolillo). Come dialogano questi due linguaggi? 
Per me sono parti di un unico ecosistema visivo e mentale, in risposta alla complessità progressiva del mondo e della sua stratificazione in dati. Scegliere con quale tecnologia lavorare, e perché, determina il proprio posizionamento all’interno del sistema tecnologico. Non percepisco una vera distinzione tra new media e old media, ad esempio la pratica della pittura in ambiti di ricerca tecnologica penso possa ancora raccontare molto e trovare territori inesplorati.
Gli ambienti digitali sono infrastrutture fisiche e pesanti, l’aspetto che esperiamo il più delle volte è però quello di superficie, ovvero delle interfacce. Con le installazioni cerco di creare un rapporto tra quello che è lo spazio di fruizione ed il fruitore, e con uno slittamento logico diventa il rapporto tra infrastruttura e utente.
La pittura per me è un atto essenziale e sintetico, necessario, un altro modo di interpretare il rapporto con le interfacce, in questo caso di tipo oggettuale. Ogni medium possiede le sue caratteristiche innate, confrontarmi con diversi medium mi permette ogni volta di assumere prospettive diverse.

Molti tuoi lavori esplorano relazioni ed emozioni mediate da piattaforme online e ambienti virtuali. In che modo l’intimità cambia quando viene filtrata da interfacce, avatar e ambienti simulati? 
L'anonimato è una qualità che in questi ambienti diventa una solida base di connessione e comunicazione. Gli utenti, come il termine user ci suggerisce, approcciano a nuovi mondi con un’identità bianca (vuota), si appropriano del mondo e costruiscono nuove identità. Questa era una possibilità data dalla letteratura attraverso la finzione letteraria, con gli ambienti virtuali invece la finzionalità viene abbandonata per trovare nuovi modelli relazionalmente e socialmente sostenibili, dove l'idea di fiction è una effettiva frizione con la realtà. Da uno dei primi chatterbot conversazionali, ELIZA, venne coniato eliza effect, riportando questa attrazione emotiva che si verifica quando un utente attribuisce sentimenti umani ad un’interazione tecnologica. Questo è sicuramente molto vicino alle modalità con cui approccio alla mia pratica artistica.

Federica Di Pietrantonio, Net Runner #01 (2025). Ph Carlo Romano

Federica Di Pietrantonio, The edge of collapse #02 (2025). Ph Eleonora Cerri Pecorella

Alcuni tuoi progetti – come the edge of collapse (2023-2025) - sembrano costruire una sorta di archeologica del presente digitale. Ti interessa pensare a queste immagini come a tracce future, qualcosa che verrà osservato e “scavato” a distanza?
Con la serie the edge of collapse e successivamente netRunner01 cerco effettivamente nuovi modi di costruire ed interpellare archivi digitali, di capire come le infinite varianti di dati e infrastrutture digitali possano essere conservate e tramandate. Mi affascina il concetto di lost media e l’idea di poterli salvare dal loro destino, incapsularli e renderli una risorsa disponibile nel futuro. Penso che in tempi futuri questo possa permettere di studiare ed approfondire le rivoluzioni emotive che gli utenti hanno vissuto in momenti di grandi e veloci cambiamenti tecnologici.

Le tue immagini hanno spesso una componente emotiva forte, quasi malinconica, pur utilizzando estetiche digitali e quasi pop. Come costruisci questo equilibrio tra freddezza tecnologica e coinvolgimento affettivo?
Lo vivo in modo molto personale, sento una vicinanza empatica rispetto ai racconti di vita trovati ed esperiti online, e l’idea di processarli attraverso diversi media è anche un modo di metabolizzarli e farli emergere come ritratti di identità contemporanee, non più come singolarità disparate. La formalità di un'installazione e la sua freddezza tecnologica sono il veicolo che mi permette di esporre racconti più personali attraverso un framework determinato. Alcuni degli oggetti che utilizzo li definisco oggetti affettivi, poiché per quanto ready-made accompagnano le attività delle nostre giornate costantemente creando una sematica di oggetti collettivamente affettivi, come ad esempio la sedia da gaming/ufficio.

Come immagini l’evoluzione delle immagini digitali nei prossimi anni? Più immersive, più autonome, o più legate all’esperienza umana?
Negli ultimi anni stiamo vivendo un entusiasmo collettivo legato alla generazione di immagini sintetiche, dove il valore dell’immagine viene smistato tra sistemi di analisi dati e pattern di riconoscimento. La grande sperimentazione sulle immagini sintetiche sta portando naturalmente con sé un dibattito sull’autorialità e sull’originalità, come da sempre accade quando respiriamo l’aura tecnologica. Penso che questo sia un clima molto fertile per abbandonare nuovamente teorie sui media già accreditate e tentarne delle nuove. L’ombrosa dipendenza dai servizi digitali riceve raggi di luce, da parte di utenti che rivendicano la costruzione di tecnologie indipendenti e locali in opposizione a servizi corporativi cloudisti.
Una probabile direzione è la riappropriazione dell’autonomia tecnologica e del sapere tecnologico, ad esempio attraverso l’open-sourcing e la costruzione diy di hardware. Il passaggio da nomadismo digitale a eremitismo digitale.

Mauro Zanchi e Sara Benaglia, 25 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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