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Maurita Cardone
Leggi i suoi articoliIl 20 giugno apre al pubblico Dataland, il primo museo al mondo dedicato alle «AI Arts». Il nuovo spazio nasce all’interno di The Grand LA, il complesso progettato da Frank Gehry nel cuore del Grand Avenue Cultural District nel centro di Los Angeles, e ospiterà cinque gallerie distribuite su oltre 2.300 metri quadrati. Fondato dagli artisti Refik Anadol ed Efsun Erkılıç, Dataland si propone come un’istituzione dedicata alla produzione, conservazione ed esposizione di opere create attraverso sistemi di Intelligenza Artificiale e grandi archivi di dati ambientali.
Con Dataland, Anadol ed Erkılıç puntano a definire un nuovo modello di istituzione culturale dedicata all’arte generativa e all’Intelligenza Artificiale, in dialogo con temi ambientali, sostenibilità tecnologica e conoscenze indigene. I fondatori lo definiscono un «living museum», non uno spazio espositivo statico ma un ambiente in continua evoluzione, in cui architettura, dati e sistemi di Intelligenza Artificiale interagiscono in tempo reale. Il progetto punta a riunire pratiche artistiche, ricerca scientifica e sviluppo tecnologico all’interno di una piattaforma interdisciplinare dedicata alle «AI Arts».
A inaugurare la prima stagione del museo sarà la mostra «Machine Dreams: Rainforest» (20 giugno-31 gennaio 2027) che segna una nuova tappa della ricerca di Refik Anadol Studio sul rapporto tra «machine learning», ecosistemi naturali e percezione umana. L’esposizione prende forma dai viaggi di Anadol ed Erkılıç nella foresta amazzonica, esperienza che, secondo i due artisti, ha modificato il loro approccio ai sistemi ecologici e alla nozione stessa di intelligenza. Centrale è la collaborazione con la comunità indigena Yawanawá dell’Amazzonia brasiliana, nata durante soggiorni all’interno del Villaggio Sacro della comunità, luogo che ha influenzato direttamente la direzione artistica del progetto. All’interno della mostra compaiono riferimenti alla cosmologia Yawanawá, ai canti di guarigione tradizionali e alla figura di «Ruwe Pinu», nome attribuito dal capo Yawanawá Nixiwaka a una forma generata dal sistema di IA. La mostra affronta anche il tema dell’estinzione delle specie. Nell’Infinity Room sarà infatti inclusa la registrazione del canto del Kaua’i ’ō’ō, uccello hawaiano estinto, documentato per l’ultima volta nel 1987. L’audio entrerà nel sistema generativo dell’opera come traccia di una memoria ecologica scomparsa.
Attraverso ambienti immersivi e installazioni generative, «Machine Dreams: Rainforest» utilizza dati provenienti da foreste pluviali, registrazioni sonore, parametri atmosferici e feedback biometrici raccolti in tempo reale dai visitatori. L’obiettivo dichiarato è tradurre la complessità della natura in esperienze sensoriali dinamiche, generate da sistemi di IA addestrati su vasti dataset ambientali. Al centro del progetto c’è il Large Nature Model (Lnm), il primo modello multimodale open access di Intelligenza Artificiale basato sulla natura e configurato su uno dei più grandi set al mondo di dati sulla (e della) natura. Attraverso pratiche di «permission-based data», il sistema è infatti stato addestrato su archivi ambientali provenienti da istituzioni come Smithsonian, Cornell Lab of Ornithology e Natural History Museum di Londra, oltre che su materiali raccolti direttamente in 16 foreste pluviali del mondo. «Gli Yawanawá hanno passato generazioni a decifrare il linguaggio vivente dell’Amazzonia: le piccole, radiose presenze che emergono dalla foresta quando sta per accadere qualcosa di importante, ha spiegato Anadol. Il Large Nature Model ha elaborato la memoria di quelle stesse foreste su una scala che nessuna mente umana potrebbe comprendere».
L’attenzione all’ambiente non riguarda solo i contenuti della mostra, ma anche l’infrastruttura tecnologica che la sostiene. Il Large Nature Model su cui si basa «Machine Dreams: Rainforest» è infatti ospitato su server Google Cloud situati in Oregon, in una struttura a basse emissioni di CO2 alimentata per l’87% da energia rinnovabile. Secondo Dataland, l’energia necessaria per generare l’esperienza di visita di una persona equivale approssimativamente alla ricarica di uno smartphone. Un’attenzione con cui il museo prova a rispondere al tema dell’impatto energetico delle infrastrutture digitali, sempre più centrale nel dibattito sull’Intelligenza Artificiale.
Una veduta di «Machine Dreams: Rainforest» al Dataland di Los Angeles. © 2026 Refik Anadol Studio on behalf of Dataland. Foto Refik Anadol Studio
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